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Ormai dovrebbero mancare poche ore all’annuncio ufficiale: gli Stati Uniti eleveranno sanzioni alla Turchia per l’acquisto del sistema da difesa aerea di fabbricazione russa S-400.

Diverse fonti legate al Dipartimento di Stato statunitense hanno riferito a Reuters e al Wall Street Journal che la Casa Bianca, in forza del Caatsa, il provvedimento che colpisce quei Paesi che acquistano armamenti da una “lista nera” di Paesi avversari degli Stati Uniti tra i quali figura anche la Russia, avrebbe deciso di innalzare provvedimenti sanzionatori contro Ankara.

La risoluzione, che molto probabilmente sarà ufficializzata a breve dall’esecutivo, è stata a lungo minacciata da Washington ma il presidente Donald Trump ha sempre cercato di rimandare quanto più possibile la decisione: nonostante le pressioni di alcuni membri del Congresso, l’amministrazione aveva cercato di evitare l’emanazione di sanzioni, sebbene lo stesso presidente avesse comunicato, l’anno scorso, che gli Stati Uniti avrebbero escluso la Turchia dal programma F-35, di cui era partner insieme ad altri Paesi come l’Italia, ad esempio.

Secondo le prime indiscrezioni, le sanzioni riguarderebbero in particolare Ismail Demir, sottosegretario per le Industrie della Difesa. Sarebbero quindi dei provvedimenti più ristretti di quelli originariamente preventivati che riguardavano un più ampio spettro di sanzioni fortemente limitanti per l’economia turca.

Due fonti di Reuters, tra cui un funzionario statunitense che parla in condizione di anonimato, hanno affermato che il presidente Trump avrebbe dato ai suoi assistenti il via libera per le sanzioni.

È bastato l’annuncio di queste prime voci per indebolire ulteriormente la lira turca che ultimamente non viaggia in buone acque. Il timore generalizzato, infatti, è che le sanzioni statunitensi possano danneggiare l’economia turca alle prese con un rallentamento causato dal coronavirus, un’inflazione a due cifre e riserve estere gravemente impoverite.

Un alto funzionario turco ha detto che i provvedimenti si ritorcerebbero contro gli Stati Uniti e danneggerebbero i legami tra i due membri della Nato: “le sanzioni non otterrebbero risultati ma sarebbero controproducenti. Danneggerebbero le nostre relazioni”, ha detto il funzionario che ha proseguito “la Turchia è favorevole a risolvere questi problemi con la diplomazia e i negoziati. Non accetteremo imposizioni unilaterali “.

Anche il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, che ha usato un tono spavaldo nei giorni scorsi riguardo le sanzioni europee che recentemente sono state elevate per la questione della diatriba con la Grecia nel Mediterraneo Orientale, affermando di non essere preoccupato, ha mutato tono nelle ultime ore quando ha detto che “le porte della Turchia sono aperte a tutti gli investitori e continueranno ad esserlo” e che Ankara ha “relazioni politiche ed economiche profonde sia con gli Stati Uniti che con l’Unione Europea che nessuno dei due potrà mai ignorare o vorrebbe perdere”. Il premier turco ha anche sottolineato che i recenti tentativi di imporre sanzioni alla Turchia “non andrebbero a vantaggio di nessuno”.

Una Turchia più cauta quindi, così come sono altrettanto cauti Stati Uniti ed Unione Europea che non devono tirare troppo la corda con un alleato e partner commerciale per evitare di spingerlo tra le braccia della Russia.

Forse è stata proprio la questione del Nagorno-Karabakh e l’ulteriore raffreddamento dei rapporti tra Mosca e Ankara a spingere la Casa Bianca – e Bruxelles – verso la decisione di elevare le sanzioni: la Turchia ha infatti apertamente sostenuto l’Azerbaigian nel contrasto all’Armenia generando non pochi malumori dalle parti del Cremlino, che avrebbe volentieri fatto a meno di gestire la questione con un’ingerenza così spinta come quella turca.

Non resta che attendere qualche ora per sapere di che tipo saranno le sanzioni Usa – se davvero ci saranno – e capire quanto Washington intenda “colpire” e cercare di ridimensionare le velleità espansioniste del “sultano”. Segnali di una possibile ulteriore rottura dei rapporti c’erano già stati molto di recente proprio in occasione della visita lampo a Istanbul del segretario di Stato Mike Pompeo: a metà novembre il possibile incontro col premier Erdogan era saltato. La spiegazione ufficiale, riportata dal Dipartimento di Stato, è che nonostante i colloqui coi funzionari turchi fossero stati caratterizzati da un “tono assolutamente collegiale e positivo” il programma del presidente Erdogan era cambiato e non era stato possibile organizzare il vertice.

Il Dipartimento, ufficialmente, non ha attribuito a questo alcun messaggio politico di sorta, affermando che fosse “letteralmente una questione di pianificazione” ma col senno del poi è difficile non pensare che il mancato appuntamento sia stato voluto da Ankara per dare un segnale a Washington. Del resto la Turchia, proprio sulla questione S-400, è stata sempre molto chiara: nonostante gli inviti di Usa e Nato a non procedere con l’acquisizione e a non inserire il sistema nel sistema difensivo dell’Alleanza per questioni di sicurezza, ha sempre proseguito per la sua strada arrivando recentemente a effettuare una serie di test dei sistemi radar e missilistici.

Ankara, in questo momento, sembra sempre più sola e alle prese con una situazione economica affatto rosea, ma riteniamo che le sanzioni elevate, soprattutto quelle dell’Ue che sembrano colpire solo le personalità legate all’attività di esplorazione mineraria nel Mediterraneo, non siano così significative e pesanti da sferrare un colpo mortale alla Turchia.