L’amministrazione Trump sta sfruttando ogni singolo giorno di attività per portare avanti i propri obiettivi di politica estera nella piena consapevolezza che ogni l’eredità e il peso di ogni azione ricadranno sulla squadra di Joe Biden. Dopo la trilaterale di Neom, durante la quale sarebbe stato dato semaforo verde all’eliminazione di Mohsen Fakhrizadeh, e l’introduzione di sanzioni contro la Turchia in relazione all’affare S400, il mirino del presidente uscente è stato spostato sulla Russia. Quest’ultima, dopo essere stata accusata di essere dietro alla recente scia di attacchi cibernetici contro le istituzioni statunitensi, è divenuta oggetto di una velata rappresaglia diplomatica che potrebbe abbassare ulteriormente la qualità delle relazioni bilaterali.

Chiudono due consolati

La presenza diplomatica americana in Russia è stata ridotta considerevolmente e a tempo indefinito su decisione di Mike Pompeo, il Segretario di Stato degli Stati Uniti. Nella giornata del 19, infatti, dopo quasi tre settimane di indiscrezioni, i consolati generali di Ekaterinburg e Vladivostok hanno cessato ufficialmente ogni operazione. Il personale con cittadinanza statunitense ivi presente (dieci persone) è stato riassegnato nell’ambasciata di Mosca, mentre i 33 dipendenti russi sono stati licenziati.

Secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nonostante le tempistiche sospette, non si tratterebbe di una rappresaglia – il ridimensionamento avviene all’indomani della scia di attacchi cibernetici contro una serie di entità e istituzioni federali e dopo che Pompeo, intervistato dal giornalista Mark Levin, ha accusato la Russia di essere un “nemico” – ma di una decisione assunta nell’ambito di una strategia per l’ottimizzazione dei costi e per il miglioramento dei servizi.

Era da marzo, comunque, che, con la scusante della pandemia, le attività nei due consolati erano state ridotte notevolmente; nel caso di Vladivostok si era assistito ad una temporanea sospensione dei lavori.

Una crisi senza fine

Secondo il portavoce della presidenza russa, Dmitrij Peskov, difficilmente l’ultima iniziativa dell’amministrazione Trump sarà in grado di “guastare ulteriormente” le relazioni bilaterali: la loro qualità è già scadente e i due consolati avevano cessato di adempiere alle loro missioni principali “da molto tempo, perciò non ci sarà un’influenza significativa”.

Con la chiusura dei due consolati, la presenza diplomatica statunitense in territorio russo sarà ridotta e circoscritta ad una sola città, Mosca, in cui è presente l’ambasciata. Dati alla mano, negli ultimi tre anni, presunte ottimizzazioni dei costi e ritorsioni hanno condotto al quasi dimezzamento del personale diplomatico statunitense operante in Russia: oggi composto da poco più di 400 persone, rispetto alle 755 del 2017.

La guerra diplomatica in corso è una delle varie sfaccettature del confronto russo-americano ed è, indubbiamente, una delle più importanti. Spesso e volentieri, infatti, è da quel che accade nell’ambito diplomatico che possono essere catturati i segni premonitori di future normalizzazioni, o prossime rotture. E se è vero che la chiusura di due consolati, ridotti alla quasi inattività da nove mesi, non ha effettivamente modo di incidere ulteriormente su un rapporto già scadente e precario, è altrettanto innegabile che questa mossa non contribuirà in alcun modo al miglioramento del dialogo e, al contrario, sembra indicare che una reale volontà di disgelo sia del tutto assente.