I principali rivali dell’Impero americano avranno probabilmente vissuto un momento di giubilo alla vista dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio, un evento già consegnato alla storia e che avrà delle ricadute negative e durevoli sull’immagine degli Stati Uniti e della democrazia liberale nel mondo. Superato il possibile momento di eccitazione iniziale dovuto all’irrazionalità emotiva, nei circoli politologici vicini al Cremlino ha preso il sopravvento uno stato d’animo ben definito: l’inquietudine.

La Russia, infatti, pur essendo estranea agli eventi che stanno scuotendo la transizione presidenziale, i quali sono da contestualizzare nell’ambito di una crisi identitaria squisitamente americana, sta venendo accusata da più parti di ingerenze e additata come una delle cause principali delle turbolenze che stanno affliggendo la politica e la società degli Stati Uniti. Tutto lascia presagire che le ricadute dell’epilogo tragico dell’era Trump non saranno circoscritte all’Occidente, dalla libertà di pensiero ai partiti del populismo di destra, ma che potrebbero estendersi in tutto il mondo, travolgendo in particolare Mosca.

La Russia accusata dei disordini

L’assalto al Campidoglio ha esacerbato il clima di scontro sociopolitico negli Stati Uniti. Le vittime, oggi, a torto o ragione, appartengono al Partito Repubblicano, alla destra alternativa e al movimento QAnon, ma domani potrebbe essere il turno della Russia. L’intero sistema liberal, dai personaggi pubblici ai politici, concorda: il Cremlino sta festeggiando per la situazione drammatica e probabilmente ha avuto un ruolo nell’incitare la folla ad irrompere nell’edificio governativo, ragion per cui urgono provvedimenti icastici ed energici da parte dell’incombente amministrazione Biden.

Sono i segnali provenienti dalla politica, in particolare dal Partito Democratico, a suggerire che si potrebbe assistere ad un aggravamento dell’isteria russofoba di maccartista memoria a partire dal 20 gennaio, giorno dell’insediamento della presidenza Biden. Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato che i fatti di Washington sono stati “l’ultimo regalo [di Trump] a Putin”. Ben Rhodes, copresidente del think tank progressista National Security Action, è convinto che “Vladimir Putin attendeva questo giorno da quando, giovane ufficiale KGB, dovette andarsene dalla Germania Est alla fine della guerra fredda”.

Il mondo dello spettacolo, uno dei grandi feudi del movimento liberal, sta fungendo da megafono per raggiungere e condizionare la visione sui fatti dell’opinione pubblica. Da Tim Russ a Mark Hamill, non mancano gli attori che hanno condiviso e rilanciato la tesi di un’interferenza russa durante l’assalto al Campidoglio. La stessa situazione si registra nel mondo dell’informazione, da Haaretz a Voice of America e Radio Free Europe / Radio Liberty, dove sono state raccolte e pubblicizzate le opinioni di analisti e politologi convinti che il Cremlino abbia svolto un ruolo determinante durante i disordini per mezzo di operazioni di guerra informativa e infiltrazione di agenti provocatori.