La geopolitica della corsa allo spazio
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Il recente viaggio del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Asia è stato svolto per cercare di rafforzare ulteriormente le già solide alleanze bilaterali con Giappone e Corea del Sud, nonché implementare il partenariato del Quad che vede la presenza, oltre che di Tokyo, di Canberra e Nuova Delhi, che come sappiamo non si tratta – ancora – di un’alleanza militare ma mette a sistema le risorse dei più importanti Paesi dell’area indo-pacifica per contrastare l’espansionismo militare e commerciale della Cina.

Questi legami bi e multilaterali, però, non hanno lo stesso impatto nelle relazioni con Pechino e la motivazione principale è del tutto contingente: l’attuale conflitto tra Russia e Ucraina.

Lo sviluppo di un allineamento più profondo e più ampio alle politiche statunitensi nell’Indo-Pacifico continua infatti a rimanere sfuggente, come si deduce dalla risposta differente all’invasione russa dell’Ucraina e dall’atteggiamento ondivago riguardo all’iniziativa di impegno economico degli Stati Uniti appena lanciata nella regione. Se alcuni storici alleati, come il Giappone, per quanto riguarda la questione russa non hanno esitato ad allinearsi alle decisioni di Washington sostenendo anche attivamente la resistenza ucraina con spedizioni di equipaggiamenti militari non letali, ce ne sono altri che dimostrano di voler prendere tempo e si sono rifiutati di condannare fermamente l’attacco della Russia.

I dubbi dell’India

L’India è l’esempio più lampante: Nuova Delhi consapevole dei propri legami con Mosca, che sono soprattutto di tipo militare, non si è schierata per la politica sanzionatoria e anzi, è preoccupata che questa possa avere conseguenze sulla consegna di armamenti dalla Russia. Alti funzionari governativi e militari indiani hanno riferito a Defense News che le sanzioni influenzeranno le consegne di armamenti russi, ai quali l’India si affida per il 60%, e sebbene il Cremlino abbia rassicurato che le forniture non saranno ritardate o interrotte, Nuova Delhi sta pensando a strumenti commerciali alternativi, come il baratto, per aggirare le stringenti limitazioni internazionali, affermando anche che non vi è alcuna minaccia immediata per quanto riguarda la preparazione delle proprie forze armate in quanto hanno riserve adeguate di munizioni e pezzi di ricambio russi.

Il conflitto, e l’emarginazione della Russia, hanno avuto pesanti ripercussioni sulla politica asiatica: Washington deve usare il guanto di velluto con Nuova Delhi per mantenere il partenariato in funzione anticinese, mentre Nuova Delhi deve continuare ad essere una forza credibile di deterrenza nei confronti di Pechino, e per farlo ha bisogno di avere forze armate all’altezza oltre a dover giocare su più tavoli. L’India, infatti, proprio per via dei suoi buoni rapporti con la Russia, dimostra di volerli usare come leva da usare contro la Cina, consapevole del particolare momento storico in cui Mosca e Pechino si trovano più vicini che mai nella storia.

In modo simile il Vietnam, Paese rivale della Cina per questioni legate alla sovranità sul Mar Cinese Meridionale ma che ha una discreta dipendenza economica da essa, si trova nella stessa posizione, utilizzando armi di fabbricazione russa. Durante la sua visita di tre giorni in Giappone, Biden ha suggerito che si stabilisse una ferma risposta globale alla “barbarie” in Ucraina del presidente russo Vladimir Putin che sarebbe funzionale a plasmare il comportamento futuro verso la Cina, che cerca di impossessarsi di Taiwan se necessario anche con la forza.

Ancora una volta è l’atteggiamento verso l’invasione russa a fare da termine da paragone: la risposta che quella parte del globo darà all’azione del Cremlino, sarà considerata d’esempio in caso di invasione cinese dell’isola di Formosa, e quindi potrà essa stessa fungere da deterrente di una possibile aggressione cinese. Però si dubita che gli sforzi di costruzione di una coalizione indo-pacifica degli Stati Uniti si tradurranno in qualche rassicurazione sul fatto che molti Paesi della regione si opporrebbero in caso di un attacco militare a Taiwan da parte della Cina. Il contesto, in questo caso, è molto diverso, in quanto Pechino ha intessuto importanti legami commerciali ed economici coi Paesi dell’Indo-Pacifico che metterebbero a rischio la decisa e ferma condanna di un’aggressione: qualcosa che non è in gioco per quanto riguarda la Russia, che non ha saputo fornire un modello di sviluppo economico attraente come quello cinese.

Il peso del ritiro afghano

Esiste poi un altro fattore di rischio, ed è rappresentato dalla stessa condotta statunitense: la “fuga” dall’Afghanistan, abbandonato a sé stesso, è stata attentamente monitorata da alleati e partner asiatici degli Usa portando a considerazioni non propriamente rassicuranti in merito alla reale volontà di Washington di sostenere militarmente un Paese amico. Qualcosa che si è rivisto, in salsa diversa, proprio per l’Ucraina in quanto l’amministrazione Biden non ha saputo difendere efficacemente la sovranità ucraina paventando solo l’elevazione di sanzioni internazionali in caso di attacco, che non sono servite a scongiurare la decisione del Cremlino di invadere.

Se un gigante come l’India riteniamo non abbia dubbi sulla linea d’azione nei confronti della Cina in caso di attacco a Taiwan, essendo due avversari che in più di una occasione sono anche giunti a scaramucce di confine, altri Paesi Asiatici guardano con sospetto alla reale volontà statunitense di impegnarsi attivamente nella sicurezza dell’Indo-Pacifico e osservano attentamente i progressi militari della Cina e la sua dottrina (che guarda decisamente oltre la Seconda Catena di Isole come sfera di influenza) evitando di schierarsi palesemente per non irritare il Dragone. Eccezion fatta per Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Corea del Sud e Giappone (tutti alleati storici degli Usa) è difficile trovare altre nazioni del Pacifico Occidentale / Sudest Asiatico altrettanto apertamente schierate con Washington: le stesse Filippine, che pure hanno un’importante presenza statunitense sul proprio territorio, non sempre si sono allineate alla politica della Casa Bianca sulla Cina, e anche Hanoi, come accennato, pur trovandosi in una posizione di aperto contrasto con Pechino, sembra attendere che si palesi quale sia l’attore più forte.

Da questo punto di vista possiamo leggere le recenti parole dell’ex segretario di Stato statunitense Henry Kissinger in merito a un accomodamento con la Russia in una prospettiva diversa: priorità di Washington deve essere cercare una soluzione rapida al conflitto in Ucraina per potersi concentrare con più forza nello scacchiere indo-pacifico, dimostrando tutto il proprio peso economico, commerciale e militare, e contrastare quello che è il vero avversario di Washington: Pechino.

Il presidente Biden ha annunciato formalmente il lancio dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity, o Ipef, insieme a una dozzina di Paesi tra cui Giappone, India, Singapore, Corea del Sud e Vietnam, ma sebbene l’iniziativa si prefigga di affrontare sfide come la definizione di nuovi standard per l’economia digitale e la garanzia di catene di approvvigionamento sicure, gli Stati Uniti hanno affermato che non sarà un tradizionale accordo di libero scambio e quindi non darà maggiore accesso al mercato interno statunitense, qualcosa che sicuramente avrà ricadute sulla sua capacità di attrazione.

Il problema quindi è sempre lo stesso: per “vincere” in Asia – e non solo – Washington deve essere capace di offrire un modello alternativo a quello cinese che sia accattivante, e capire che le attuali contingenze storiche richiedono un modello di sicurezza globale non più unilaterale, imposto dalla Casa Bianca, ma un’attività di partenariato “tra pari” che consideri le esigenze degli attori regionali.

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