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Il sostegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Ucraina è sempre più netto. Le rivelazioni del New York Times e di altri media americani hanno confermato, ove ancora ve ne fosse bisogno, il supporto fondamentale dell’intelligence di Washington per monitorare i movimenti russi e individuare i principali bersagli della controffensiva ucraina. La reazione della Casa Bianca, che prima ha cercato di spegnere sul nascere le accuse sul coinvolgimento nell’uccisione dei generali russi e poi ha chiesto alle agenzie di intelligence di evitare ulteriori fughe di notizie, ha certificato l’imbarazzo dell’amministrazione sull’impegno americano nella guerra. Un impegno che è diventato ormai non più teso a sostenere la resistenza, ma il contrattacco. Armi, droni e intelligence che servono non più solo a evitare l’invasione di un partner come l’Ucraina, ma a iniziare una controffensiva tesa a colpire fino in territorio russo, allargando il conflitto e modificando radicalmente la percezione iniziale di un utilizzo delle armi solo a scopo difensivo.

Il presidente Usa Joe Biden, e con lui gli alleati, in particolare il premier britannico Boris Johnson, non ha fatto mistero, nelle ultime settimane, di avere scelto una strada diversa da quella prefissata almeno fino a marzo. Una scelta dettata non soltanto da una precisa strategia iniziale, cioè quella di trasformare l’Ucraina in un nuovo Afghanistan per Mosca, ma anche dall’evolvere di una guerra che nessuno si aspettava potesse durare così tanto e con risultati così modesti da parte del Cremlino. L'”operazione militare speciale” di Vladimir Putin si è rivelata a tutti gli effetti una guerra logorante e brutale. E questo ha permesso agli Stati Uniti di intervenire in modo sempre più netto. Una scelta di campo su cui però si interrogano molti osservatori: fin dove può arrivare questo supporto americano?

L’impressione è che in questa fase della guerra Washington abbia mani sostanzialmente libere. Come riporta il Corriere della Sera, attualmente “oltre il 70% dell’opinione pubblica appoggia l’invio di armi letali agli ucraini. Il Congresso è da sempre schierato in modo bipartisan sulla linea dura. Il 30 aprile scorso, la Speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, ha incontrato Zelensky a Kiev, promettendogli: ‘Saremo con voi fino alla vittoria'”. Non va dimenticato, inoltre, che si sono recati nella capitale ucraina anche il segretario di Stato Antony Blinken e il segretario alla Difesa Lloyd Austin. Quest’ultimo, in modo decisamente cristallino, aveva detto a inizio maggio che le armi americane “stanno facendo un’enorme differenza sul terreno” e ricordato che se prima dell’inizio del conflitto, gli Usa avevano inviato a Kiev armi per un miliardo di dollari, dopo l’inizio dell’invasione il volume è aumentato a 3,7 miliardi di dollari di forniture. Ieri, la first lady Jill Biden è andata a sorpresa in Ucraina, nella cittadina occidentale di Uzhhorod, per incontrare la moglie di Zelensky, Olena. L’immagine che arriva dall’amministrazione democratica è quindi totalmente incentrata su un supporto senza mezzi termini a Kiev, sia a livello politico, che, in particolare, militare.

Il problema però è capire il limite di un intervento su cui per ora rimangono intatte solo due linee rosse poste all’inizio della guerra: niente “boots on the ground” e niente “no fly zone”. Ovvero, nessun soldato americano in territorio ucraino impegnato in un’operazione ufficiale, e nessuna operazione che possa mettere a contatto (e in modo pericoloso) le forze aeree Nato e quelle russe.

Scelte che hanno trovato il pieno sostengo dell’intera Alleanza Atlantica, ma che non risolvono il problema di fondo di capire se ci sarà un momento in cui i dem decideranno per lo stop a un sostegno che, potenzialmente, potrebbe durare mesi se non anni. Perché per adesso sembra prevalere l’idea che Washington non arretrerà di fronte a possibili vittorie russe.

I “falchi”, che anche in questo caso confermano di essere trasversali, non sembrano intenzionati a limitare gli aiuti all’Ucraina. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei volti più noti di questo segmento intransigente, ha ribadito la richiesta di considerare la Russia come Stato sponsor del terrorismo, ha proposto l’allargamento della Nato ad altri Paesi e ha detto che la guerra si combatte “per il futuro dell’Europa”. E ha ribadito a necessità di Putin estromesso dal Cremlino anche per lanciare un segnale alla Cina. Quindi almeno su quel fronte, per ora l’unico limite rimane appunto quello di evitare un confronto diretto sul campo di battaglia. Anche perché gli effetti economici, che pesano sempre sulle scelte dell’opinione pubblica, non sembrano essere devastanti per il sistema Usa al punto da porsi delle domande.

Se la linea dei falchi è chiara, per ora rimane molto silenziosa quella delle “colombe”. In America del resto è difficile che vi sia un dibattito così divisivo come avviene in Europa, per ragioni storiche, ideologiche ma anche pragmatiche. I rapporti strategici, in particolare quelli sul fronte energetico, non sono così profondi da poter interferire nell’immaginario collettivo. La Guerra Fredda, finita solo pochi decenni fa e con l’immagine della vittoria Usa sull’Unione Sovietica, ha creato un retroterra di pensiero per cui nessuno può dire di ascoltare le esigenze di Mosca. E anzi, il fatto che si avvicinino le elezioni di mid-term pone tutti i leader politici nella condizione di non potere mostrarsi deboli verso un nemico storico che contraddice tutto quanto idealizzato e perorato dai governi Usa di qualsiasi colore.

Inoltre, nella nuova grande sfida alla Cina, questa guerra in Ucraina e sul futuro dell’Europa indica anche quale sia il secondo obiettivo Usa. Se da un lato quello più diretto è indebolire la Russia e il sistema di Putin; dall’altro lato, in via indiretta, l’avvertimento è rivolto alla Cina, facendole capire che il blocco occidentale si muove compatto quando si tratta di blindare gli interessi euro-atlantici. Un messaggio che, in caso di ritiro da Kiev, sarebbe diametralmente opposto. Ed è per questo che le parole del “falco” Graham non sono da sottovalutare: il suo oltranzismo esprime in realtà un’esigenza ben definita dello Stato profondo statunitense e dei suoi strateghi.

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