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Gli Stati Uniti, nel 2017, hanno esfiltrato la loro spia numero uno in Russia temendo che la sua copertura potesse “saltare” a causa dell’avvicinamento tra il presidente Trump e Putin. A riferire di questa spy story che sembra uscita da un romanzo di Tom Clancy o John Le Carré è stata la Cnn in un lungo articolo.

La spia Usa era, come si dice, di “altissimo livello” in quanto – come affermato da fonti della Cnn – lavorava a stretto contatto col presidente russo e aveva accesso ai documenti che passavano per la sua scrivania al Cremlino. Questa collaborazione con la Cia è durata un decennio e nel maggio del 2017 l’intelligence americana ha deciso di esfiltrare il suo informatore a causa, in parte, della preoccupazione dei vertici dell’Agenzia per i ripetuti atteggiamenti di apertura verso Mosca del presidente Trump e della sua amministrazione, che avrebbero potuto comprometterne la copertura.

Poco dopo l’incontro nello studio ovale tra Trump, l’ambasciatore russo in Usa Kislyak ed il ministro degli Esteri Lavrov, da Langley è partito l’ordine di portare negli Stati Uniti la “gola profonda” in seno al Cremlino: in quell’incontro al vertice il presidente Usa aveva discusso coi diplomatici russi informazioni di intelligence riguardanti l’Is in Siria. Informazioni che erano state fornite da Israele ma la cui diffusione ai russi è suonata come un campanello di allarme nei vertici dell’Agenzia: sebbene le informazioni non riguardassero direttamente il lavoro della spia al Cremlino hanno instillato il sospetto che ci potessero essere comunque dei rischi per la sua sicurezza.

Lo stesso Mike Pompeo, allora direttore della Cia, aveva avvisato lo staff del presidente Trump che “troppe informazioni” stavano venendo fuori riguardo alla fonte segreta Usa nel Cremlino, e così si è deciso per l’esfiltrazione. Pompeo si stava forse riferendo alla particolare attenzione che i media, in quel periodo, stavano dando alla possibile esistenza di una fonte segreta a Mosca. Nel mondo delle spie basta solamente il sospetto, soprattutto se propugnato dalla stampa, per far saltare una copertura e così la Cia ha preferito non correre rischi.

La versione russa

Ventiquattrore dopo che la Cnn ha lanciato la notizia, è arrivato il comunicato di Mosca che sembra smentire parzialmente la versione americana. Come riportato da La Presse, Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha affermato che la spia, il cui nome, Oleg Smolenkov, è stato svelato dal quotidiano Kommersant, era un collaboratore di alto rango che “lavorava nell’amministrazione presidenziale, ma alcuni anni fa è stato licenziato”.
Il Cremlino, che non ne ha confermato o smentito l’identità, ha però affermato che effettivamente la spia, esfiltrata nel 2017, lavorava per il Cremlino precisando però, a differenza di quanto sostenuto dal media americano, che non ha mai avuto contatti diretti col presidente Putin.
Non sappiamo esattamente nemmeno quando è avvenuto il licenziamento del collaboratore del Cremlino: Mosca è stata volutamente poco precisa parlando di 2016 o 2017, ma sappiamo che l’esfiltrazione è avvenuta quando Smolenkov si trovava in vacanza in Montenegro insieme alla sua famiglia. Sempre secondo il portavoce Peskov ora vivrebbe a Washington.
Le fonti ufficiali russe hanno cercato di ridimensionare il ruolo di Smolenkov all’interno del governo russo, ma il tentativo appare alquanto debole: la poca precisione sul suo ruolo e soprattutto sulla data del suo licenziamento lasciano intendere che il comunicato russo sia solo un tentativo di propaganda e disinformazione atto a sminuire la portata del fatto in questione, che, se trovasse conferma, risulterebbe un’operazione di altissimo livello al pari dello storico reclutamento di Rainer Rupp, impiegato di alto rango presso il comando Nato di Bruxelles che dal 1977 al 1989 passò informazioni riservatissime sull’Alleanza Atlantica all’Unione Sovietica.

Colpa di Trump?

La narrazione della Cnn sembra puntare il dito sulle scelte dell’esecutivo Usa ed in particolare sul presidente Donald Trump che avrebbe stretto rapporti “inusuali” col suo corrispettivo russo tanto da rischiare di mettere in pericolo la sicurezza nazionale e la stessa attività delle agenzie di intelligence. In particolare il network Usa riferisce l’episodio del luglio del 2017 quando Trump incontrò privatamente Putin durante il G20 di Amburgo: in quella occasione il presidente americano, in modo del tutto inusuale, confiscò le note del suo interprete. Quel gesto alimentò ulteriormente i sospetti delle agenzie di intelligence Usa che i due avessero discusso di argomenti top secret che non andavano divulgati.

Da qui la decisione drastica di esfiltare la spia in un momento in cui la tensione tra i due Paesi, nonostante i colloqui tra le due massime cariche dello Stato, non andava scemando. L’azione, determinata dai sospetti, ha così lasciato gli Stati Uniti senza una preziosissima fonte di informazioni che è molto difficile poter ristabilire. “L’impatto è enorme perché è difficilissimo sviluppare fonti simili in un’area così riservata, particolarmente in Russia, in quanto la sorveglianza e la sicurezza sono assolutamente stringenti” ha riferito alla Cnn una fonte che ha fatto parte dell’intelligence Usa aggiungendo che “non si può riacquisire una tale capacità nell’arco di una notte”.

Il presidente americano è stato accusato anche recentemente di un’uso “spensierato” delle informazioni derivate dall’intelligence. In occasione del fallito lancio di un satellite iraniano, il cui razzo vettore è esploso sulla rampa di lancio giovedì 29 agosto scorso, Trump aveva twittato una fotografia che riprendeva la colonna di fumo che si elevava dalla piazzola di lancio affermando che “gli Stati Uniti non sono coinvolti nel catastrofico incidente occorso durante le preparazioni finali del lancio del Safir SLV al sito di lancio Semnan 1 in Iran. Faccio all’Iran i migliori auguri per determinare cosa sia successo”.
Sebbene alcuni analisti abbiano messo in dubbio che fosse un’immagine satellitare ma invece si sia trattato di una ripresa da un drone da ricognizione, la pubblicazione della fotografia ha destato comunque sorpresa negli ambienti tanto che lo stesso ufficio del direttore della National Intelligence ha chiesto spiegazione alla Casa Bianca in merito, ma l’unica risposta che è arrivata è stata, ancora una volta, quella di Trump che ha detto “avevamo una foto e l’ho pubblicata, cosa che è assolutamente mio diritto di fare”.
Al di là delle speculazioni giornalistiche, comunque effettuate da un organo di stampa che non è mai stato allineato al pensiero trumpiano, anzi tutt’altro, riteniamo che le accuse mosse al presidente Usa avanzate dall’intelligence – reiterate diverse volte nel corso di questi anni – siano l’effetto di una guerra interna all’establishment: esiste un deep state negli Stati Uniti, composto anche da alcune branche dei servizi segreti, che si oppone alla politica di Trump appunto per il suo essere poco incline a fronteggiare duramente la Russia o la Cina. La stessa motivazione, del resto, era alla base delle dimissioni dell’ex Segretario alla Difesa Jams “Mad Dog” Mattis.

Cos’è l’esfiltrazione?

Quando una spia è a rischio di essere scoperta, oppure quando è necessario recuperare una squadra di incursori in territorio nemico dopo che ha svolto la sua missione, o ancora quando è necessario recuperare un pilota abbattuto dietro le linee nemiche, l’operazione che si conduce viene chiamata, in gergo militare, “esfiltrazione”, ovvero il contrario di “infiltrazione”.
Esistono diversi modi per eseguire un’esfiltrazione e dipendono sia dalla situazione contingente, sia dal soggetto o soggetti da esfiltrare, sia dalle risorse che si dispongono in loco o trasportabili brevemente in loco.
L’esfiltrazione tipo di una spia la cui copertura sta saltando può avvenire via terra, attraversando i confini con qualche mezzo di trasporto oppure a piedi, ma anche via aerea, con identità false prendendo un semplice volo di linea. Per quanto riguarda le forze speciali l’esfiltrazione di solito avviene via mare, col recupero della squadra al largo tramite un sommergibile dopo che il punto di rendez-vous è stato raggiunto con mezzi veloci come gonfiabili, oppure via aerea, con l’ausilio di elicotteri.
Esistono anche dei mezzi appositi per l’esfiltrazione e non stiamo parlando solo di elicotteri: l’Usaf ha in dotazione una serie di MC-130 Hercules modificati appositamente per supportare le operazioni dei corpi speciali come l’infiltrazione e l’esfiltrazione, che in quest’ultimo caso può anche avvenire con la “presa al volo” di un agente che fila un cavo agganciato ad un pallone che viene intercettato dal velivolo in un passaggio a bassa quota, letteralmente “tirato su” e recuperato poi nella stiva dalla rampa posteriore: decisamente un’esperienza che sarebbe meglio evitare.