Mutano i mezzi, cambiano i volti e trascorrono gli anni, ma il fine degli Stati Uniti è uno, imperituro e inalterabile: la costruzione di un mondo che sia fatto a loro immagine e somiglianza. Profondamente e convintamente persuasi che il Divino avesse condotto i Padri pellegrini in America per una ragione – la fondazione di una Nuova Gerusalemme –, i Padri fondatori avrebbero gettato le basi per la trasformazione degli Stati Uniti in quell’Impero della Libertà (Empire of Liberty) operante nel mondo in veste di Poliziotto globale (Global policeman) e nel nome di un Destino manifesto (Manifest destiny), cioè chiaro ed evidente.

Mutano i termini, cambiano le facce e si alternano le epoche, ma la logica dell’Impero della Libertà che combatte per il benessere dell’intera umanità è ancora lì, in piedi e in salute, grazie ad un’incredibile capacità di autorinnovamento che la rende in grado di resistere all’erosione degli agenti del tempo. E una delle grandi battaglie di quell’America che è tornata (America Is Back) al centro delle relazioni internazionali, dopo il breve e sui generis paragrafo simil-isolazionista che è stato il trumpismo, è rappresentata dalla questione arcobaleno, ovvero dai diritti LGBT.

I diritti Lgbt, l’ultimo fronte del Mondo libero

Il motivo per cui la questione arcobaleno sta infiammando l’Unione Europeache lo scorso marzo è stata dichiarata dall’Europarlamento una “zona di libertà LGBTIQ” – è che in gioco, oltre a dei diritti, v’è l’esistenza stessa dell’agenda estera della Casa Bianca per il ventunesimo secolo. Un’agenda che vede nell’esportazione globale della questione arcobaleno uno dei pivot strategici dell’America, al di là del colore politico dell’inquilino dello Studio ovale, e che è stata perseguita con ardore, anche se in maniera differente, dalle varie amministrazioni che si sono susseguite nel dopo-Bush.

Barack Obama è stato colui che, più di ogni altro, ha investito e creduto nel potenziale geopolitico della causa arcobaleno, trasformandola in una linea di faglia tra l’Occidente e il resto del mondo, in particolare l’Oriente a guida sino-russa. Questo è il motivo per cui, mentre in Russia veniva approvata la celebre legge contro la propaganda gay, negli Stati Uniti si assisteva ad una sequela di eventi che, in breve tempo, avrebbe provocato un terremoto culturale a livello di relazioni internazionali:

  • La costituzionalizzazione del matrimonio omosessuale – che ha generato un effetto valanga nel mondo, come mostrato dalle legalizzazioni avvenute fra il 2011 e il 2016 in Brasile, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Nuova Zelanda, Regno Unito e Uruguay.
  • La trasformazione di agenzie federali per la cooperazione allo sviluppo e sedi diplomatiche (ambasciate e consolati) in entità delegate “all’uso di diplomazia e aiuti esteri per promuovere e proteggere i diritti umani delle persone lgbt” – alla quale ha fatto seguito la pratica, totalmente inedita, di introdurre sanzioni e altre misure punitive nei confronti di quei governi rei di violare i diritti arcobaleno.
  • La creazione della figura dell’inviato speciale per i diritti umani delle persone lgbti in seno al dipartimento di Stato – che ha accresciuto ulteriormente la centralità della questione arcobaleno nella conduzione di relazioni ed affari con l’estero.
  • L’utilizzazione di cifre senza precedenti per la promozione dei diritti gay nel mondo – 41 milioni di dollari nel solo periodo 2012-15, ai quali va affiancata “una porzione” (dal volume ignoto) dedicata alle “cause e alle comunità omosessuali” e proveniente dai 700 milioni spesi nello stesso triennio per aiutare le “comunità marginalizzate”.

Oggi, a distanza di dieci anni da quel fatidico 2011 che vide la Corte suprema degli Stati Uniti sentenziare a favore del riconoscimento dei matrimoni omosessuali sull’intero territorio federale, la questione arcobaleno continua a tenere banco in tutto il mondo, specialmente all’interno dell’Unione Europea, e non potrà che venire galvanizzata dal grande ritorno alla Casa Bianca dell’internazionalismo liberale.

Perché quell’America Is Back era ed è da leggere anche come un “The Rainbow Diplomacy Is Back“; lo suggeriscono il memorandum di inizio febbraio sull’utilizzo dei corpi diplomatici all’estero per promuovere i diritti gay nel mondo, la promessa elettorale di condizionare l’erogazione degli aiuti allo sviluppo allo status delle comunità omosessuali e la recente nomina di Jessica Stern quale inviata speciale per i diritti umani delle persone lgbti – un posto che l’amministrazione Trump aveva lasciato vacante. Che il mondo si prepari ad un nuovo effetto valanga in materia di legalizzazioni di matrimoni omosessuali (e diritti annessi, in primis l’adozione) e che le forze conservatrici dell’Unione Europea si abituino a piazze in fermento: la diplomazia dell’arcobaleno è tornata.

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