Spesso per spiegare le “guerre americane” si utilizza, un po’ troppo sbrigativamente, la chiave di lettura del controllo della produzione petrolifera globale: questa valeva per l’Iraq, sebbene la motivazione che allora spinse Washington a deporre Saddam Hussein nel 2003 andasse ricercata nella necessità di calmierare l’influenza saudita nel Golfo attraverso la rinascita di un Iraq sciita, e vale ancora oggi quando si parla di Iran, Siria o perfino del Venezuela. Nulla di più sbagliato.

Gli Stati Uniti sono l’unica talassocrazia rimasta al mondo dopo l’uscita di scena del Regno Unito a seguito della fine della Seconda Guerra Mondiale; un’uscita di scena, quella inglese, certificata dall’esito della Crisi di Suez del 1956 in cui, lo ricordiamo, gli Usa intervennero per costringere al cessate il fuoco i propri alleati in considerazione degli eventi in Europa e divenendo di fatto l’unica potenza insieme all’Unione Sovietica a regolare i destini del globo.

Questo impero talassocratico si è sempre mosso per cercare di evitare che una potenza continentale potesse diventare egemone in un’area specifica, ed in quest’ottica le due guerre mondiali sono risultate inevitabili, e ancora oggi la strategia statunitense risponde a questa necessità. Per quanto riguarda il petrolio Washington ha cercato, dove è riuscita, di controllarne la produzione attraverso le sue compagnie petrolifere piuttosto che ricorrendo allo strumento bellico vero e proprio, e questo è tanto più evidente in anni recenti per via di una politica energetica che ha permesso agli Stati Uniti di mutare radicalmente la propria postura sul mercato internazionale dell’oro nero.

Settembre del 2019, infatti, ha fatto segnare un evento storico per gli Stati Uniti: in quel mese per la prima volta le esportazioni di petrolio hanno superato le importazioni facendo registrare una differenza di +89mila barili al giorno segnando così un record che non capitava dal 1973, anno in cui si inizia a misurare i dati su base mensile.

Se andiamo a guardare al bilancio dell’intero 2019, l’import netto, ovvero il differenziale tra import ed export, si attesta su una media di 530mila barili al giorno, pari al 2,7% del consumo medio di petrolio giornaliero negli Stati Uniti. Questo valore rappresenta il dato più basso dal 1949, anno in cui si comincia ad avere la registrazione dei dati da parte del U.S. Energy Infrmation Administration. Per quanto riguarda il gas naturale gli Usa ne sono diventati un esportatore nel 2017 per la prima volta in 60 anni, grazie alla rivoluzione dello sfruttamento di una risorsa non convenzionale come il gas di scisto, meglio noto col suo termine inglese gas shales.

Le esportazioni di petrolio dagli Stati Uniti sono state quasi sempre nell’ordine di un centinaio di migliaia di barili al giorno, salvo una parentesi tra il 2001 ed il gennaio 2014 in cui si è arrivati anche ad un decimo di questo valore, ma successivamente ha cominciato a crescere a maggio del 2014 per poi arrivare molto rapidamente (partendo dal 2016) ai valori attuali che si aggirano intorno a una media di 3 milioni 400mila barili con i picchi proprio tra settembre 2019 e aprile 2020 anche grazie ad un altra risorsa non convenzionale: gli oil shales.

Questa tendenza crescente è andata di pari passo con una crescita della produzione energetica nazionale, aumentata del 64% nel solo triennio 2015 – 2018 riducendone l’importazione netta al 4% dei consumi nazionali complessivi: la chiave del “miracolo” trumpiano di rilancio della produzione industriale interna che ha permesso di ridurre la disoccupazione ai minimi storici, uno sforzo ora totalmente vanificato dalla pandemia attualmente in corso.

Le previsioni pre-pandemia per quanto riguarda il bilancio energetico calcolavano l’inversione di tendenza proprio nel 2020: questo sarebbe stato l’anno in cui gli Stati Uniti avrebbero esportato più energia di quanta ne importano, una situazione che non si era più sperimentata sin dal 1953, ma con i consumi interni molto più alti rispetto a quell’epoca e anche rispetto a solo un decennio fa. Il crollo della domanda globale avuto in questi mesi per via della pandemia potrebbe avere cambiato questa tendenza, ma trattandosi di una causa contingente e non strutturale è plausibile ritenere che sia solo stata posticipata, sebbene le stime potranno essere fatte solo in fase di totale riapertura delle attività economiche.

Per tornare al petrolio, ma sarebbe meglio parlare di idrocarburi, è interessante ai fini della nostra trattazione vedere dove finisce quello americano ma soprattutto da dove arriva quello che viene importato negli Usa. La maggior parte del greggio prodotto dagli Stati Uniti – dati del 2018 – prende la via dell’Asia (750mila barili/die) con la Cina ad assorbirne la quota maggiore (376mila barili/die), a seguire l’Europa (550 barili/die) con l’Italia al primo posto tra gli importatori (165mila barili/die), a seguire il Canada (334mila barili/die) e infine America Centrale e Meridionale, Medio Oriente ed Africa. Per quanto riguarda le importazioni i primi cinque Paesi che esportano petrolio verso gli Stati Uniti sono il Canada (49%), il Messico (7%), l’Arabia Saudita (6%), la Russia (6%) e la Colombia (4%). Andando a guardare ai Paesi del Golfo nella loro interezza rappresentano l’11% del petrolio importato dagli Usa, mentre coi Paesi dell’Opec si sale al 18%.

In base a questi dati risulta evidente che gli Stati Uniti non sono diventati un Paese esportatore di petrolio e idrocarburi in senso stretto, ma che dipendono ancora dalle importazioni sebbene la maggior parte di esse derivi da Paesi che non sono in aree di crisi dove vi è una presenza militare Usa, pertanto l’equazione che vuole le guerre americane guidate dalla ricerca del controllo dei giacimenti petroliferi perde di senso, sebbene le compagnie petrolifere americane abbiano comunque giovato dagli esiti di alcuni conflitti, se pur non così tanto come si potrebbe pensare (basti pensare all’Iraq). Viene però anche smentita la narrazione trumpiana che vuole gli Stati Uniti indipendenti e non più legati al petrolio del Medio Oriente, anche se abbiamo visto che ormai tale dipendenza si sia ridotta ad una piccola parte del totale.

Avendo ora il quadro generale delle esportazioni ed importazioni Usa di petrolio ed idrocarburi si può stabilire che l’interesse strategico di Washington risieda nel controllo delle vie commerciali su cui viaggiano, ovvero delle rotte marittime. Gli Stati Uniti, essendo una talassocrazia, sono da sempre impegnati, grazie alla loro potente Marina Militare, a farsi garanti della libertà di navigazione proprio per mantenere aperte le vie di comunicazione marittima. L’attuale scontro con la Cina per il Mar Cinese Meridionale si risolve anche, ma non solo, in quest’ottica, e se andiamo a guardare ad altri settori di crisi attuali o del recente passato si può notare come il controllo degli stretti marittimi principali, i cosiddetti choke points, sia il fulcro della strategia navale americana: attraverso di essi viaggiano ancora le petroliere e le navi gasiere che collegano gli Usa al resto del mondo.

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