Gli Stati Uniti stanno per aumentare la loro presenza nell’area indo-pacifica con la costruzione di una nuova base nel nord dell’Australia che servirà da appoggio al contingente dei Marines che regolarmente è di stanza in quel settore. La base Usa è quella Robertson di Darwin e proprio a circa 40 chilometri a nord della città australiana, a Glyde Point, sorgerà un nuovo porto in grado di accogliere le unità navali anfibie classe Wasp americane.

La notizia è trapelata per la prima volta lo scorso giugno, quando è stata riportata dal network australiano Abc News, ma solo ora se n’è avuta conferma grazie ad un provvedimento del Congresso Usa che stanzia 221,5 milioni di dollari (pari a 305,9 milioni di dollari australiani) per la costruzione della nuova infrastruttura.

La presenza Usa in Australia

Gli Stati Uniti su suolo australiano hanno a disposizione la stazione di comunicazioni della Marina e dell’intelligence di Pine Gap, non lontano da Alice Springs al centro del deserto nel Territorio del Nord, che è ad esclusivo utilizzo americano anche se formalmente viene garantito l’accesso ai militari australiani. Oltre a questa Washington dispone di due basi in compartecipazione con l’Australia: Kojarena, una stazione di comunicazione satellitare terrestre delle FFAA australiane, e appunto la base Robertson di Darwin. Esistono poi delle infrastrutture militari australiane che vengono messe a disposizione da Canberra: due basi aeree (a Tindal e Darwin), due basi navali (sempre a Darwin e nelle isole Cocos) ed un certo numero di siti di addestramento e poligoni sparsi sul territorio nazionale (Bradshaw Field, Delamere, Mount Bundey, Shoalwater Bay, Townsville Field, Cowley Beach).

In particolare la base Robertson è in grado di ospitare un contingente pienamente equipaggiato di 2500 Marines in base ad accordi presi col governo australiano ai tempi dell’amministrazione Bush. La base di Kojarena rientra invece in un accordo di implementazione delle infrastrutture di comunicazione satellitare ed è sede di una stazione Muos (Mobile User Objective System) e del sistema condiviso Wgs (Widebrand Global Satcom).

L’alleanza militare tra Australia e Stati Uniti risale al 1951 con la firma del trattato Anzus (che vede anche la presenza della Nuova Zelanda) in funzione antisovietica ma i legami non sono cessati col finire della Guerra Fredda sebbene tra alti e bassi: in occasione dell’intervento americano in Afghanistan, appoggiato militarmente da Canberra, ci sono state voci di dissenso che hanno portato a ridiscutere la cooperazione tra le due nazioni, sebbene l’Australia abbia sempre continuato a garantire il suo appoggio alle esercitazioni americane nell’area indo-pacifica.

Un nemico comune: la Cina

Le relazioni tra Washington e Canberra si sono rinsaldate negli ultimi anni grazie al sorgere della Cina come potenza regionale. L’Australia, che fino ad allora confidava nella distanza come fattore di sicurezza, ha cominciato a guardare con preoccupazione all’espansionismo cinese verso sud che si è palesato con la militarizzazione delle isole nel Mar Cinese Meridionale.

Questi arcipelaghi forniscono infatti un avamposto che mette in grado Pechino di espandere il suo raggio d’azione militare di migliaia di miglia arrivando a lambire il “continente” australiano.

Questo però non ha impedito a Canberra di affidare ad una società cinese, la Landbridge, la locazione per 99 anni delle infrastrutture portuali di Darwin con un contratto firmato nel 2015, generando più di un mal di testa in quel di Washington, essendo uno dei centri nevralgici per la navigazione dell’area del Pacifico Occidentale ed uno dei più importanti scali dell’Australia.

La decisione, presa dall’allora governo guidato dal Liberal Party, è stata considerata come scellerata dagli analisti australiani e americani. La cessione delle infrastrutture alla società cinese presieduta dal miliardario Ye Chen permetterà infatti a Pechino di avere un importante scalo per la Nuova Via della Seta (One Belt One Road), nonostante non sia stato firmato nessun tipo di accordo in tal senso tra i due Paesi, a differenza di quanto fatto in Italia.

La decisione di costruire una nuova base per i Marines americani non è ancora stata confermata da Canberra: il Ministero della Difesa australiano continua a negare che sia stato stipulato alcun tipo di accordo con Washington riferendo che “non esiste nessun piano per lo sviluppo di una nuova infrastrutture portuale nel Territorio del Nord”. Anche il governatore locale, Micheal Gunner, nega di essere a conoscenza di un tale sviluppo.

Questo atteggiamento però non stupisce: l’Australia ha storicamente sempre negato la presenza di basi Usa sul proprio territorio arrivando a sostenere che l’installazione di Pine Gap, ad esempio, fosse ad esclusivo utilizzo delle Forze Armate australiane. Il motivo è semplice: nonostante Canberra guardi con sospetto e apprensione alle mosse di Pechino, non intende allarmare quello che è uno dei suoi più grandi partner commerciali: un terzo del volume dell’export australiano, pari a 78,6 miliardi di dollari americani, è diretto verso la Cina.

L’attività militare cinese, però, viene comunque percepita come una minaccia ed infatti l’Australia non ha affatto allentato i suoi legami con gli Stati Uniti conducendo diverse esercitazioni militari congiunte (la “Talisman Sabre” sta avendo luogo proprio in questi giorni) per dimostrare alla Cina che non intende soprassedere davanti al suo riarmo e alla sua volontà di estendere il proprio dominio nell’area indo-pacifica.

Il primo ministro Malcolm Turnbull (Liberal Party) ha le idee chiare in merito. Ad aprile dell’anno scorso, durante una conferenza stampa in cui si è discusso del tentativo cinese di costruire una base navale a Vanuatu, ebbe a dire che “guardiamo con grande apprensione alla costruzione di qualsiasi base militare straniera in quelle isole del Pacifico ed in tutti i Paesi a noi vicini”. Il riferimento non è solo chiaramente al fatto in sé, ma a quanto sta avvenendo un po’ ovunque in Estremo Oriente dove la Cina sta apertamente costruendo infrastrutture “dual use”: un caso emblematico è quello della Cambogia dove la Cina ha intenzione di costruire nuove infrastrutture portuali commerciali e turistiche che però possono facilmente ospitare naviglio militare.

Sebbene il governo australiano stia cercando di barcamenarsi tra l’appoggio alla politica di contrasto alla Cina degli Stati Uniti e gli accordi commerciali con Pechino, la situazione in Estremo Oriente necessita che venga presa una decisione chiara proprio per la particolare natura del conflitto in atto tra le due potenze: uno scontro commerciale, economico e perfino militare – sebbene non guerreggiato – che sta delineando un fronte bollente che richiede una scelta in merito a quale parte stare.

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