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Droni abbattuti, petroliere colpite da misteriose esplosioni, la navi della Marina militare britannica e americana che solcano le acque del Golfo Persico, il sequestro di una petroliera a Gibilterra e di un’altra, da parte dei Pasdaran nelle acque antistanti l’Iran.

La crisi del Golfo Persico sembra destinata a non arrestarsi. E adesso per gli Stati Uniti diventa estremamente importante muoversi su diversi fronti per capire come arginare i piani di Teheran, che si sta mostrando molto abile nel giocare su diversi piani, riuscendo ad innalzare il livello dell’escalation subito prima dello strappo definitivo. Una strategia non priva di conseguenze. I Guardiani della Rivoluzione, con le loro tattiche nello specchio di mare assegnato, stanno mettendo a repentaglio uno dei principali choke point del petrolio mondiale, lo Stretto di Hormuz. E per gli Stai Uniti, che in realtà non hanno un interesse diretto in quella rotta petrolifera, è fondamentale rassicurare gli alleati e soprattutto mettere ancora più pressione sulla Repubblica islamica armando i partner regionali e coinvolgendo i diretti interessati a quelle rotte.

Proprio per questo motivo, il piano di Trump si gioca su tre fronti. Dal punto di vista diplomatico, la pressione sull’Iran non cessa di al pari della volontà della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato di trovare contatti con il governo persiano. Trump ha sempre ribadito di non avere interesse in una guerra. E nonostante i suoi feroci tweet nei confronti del governo iraniano, l’annuncio di aver bloccato il famoso attacco contro le basi ritenute responsabili dell’abbattimento del drone era un segnale chiarissimo: la Casa Bianca non vuole la guerra. E in questo senso, le dichiarazioni del presidente Usa ma anche di Mike Pompeo sono da leggere tra le righe. Vero che hanno sempre minacciato Teheran di ritorsioni. Ma è anche vero che nessuno ha mai detto di non volere più dialogare con la Repubblica islamica. Anzi: nonostante le minacce, il concetto di tornare sul tavolo delle trattative dopo la rottura del trattato sul programma nucleare è sempre stato chiarito da tutta l’amministrazione americana. Con tutte le perplessità sui metodi di Washington: questo è sicuro. E nel frattempo, non va sottovalutata la mossa di questi giorni di inserire il senatore Rand Paul come possibile emissario Usa per le trattative con l’Iran. Personaggio “scomodo” all’interno dell’amministrazione americana, Paul si è sempre dimostrato uno strenuo sostenitore del dialogo con quelli che la parte neocon definisce l’asse del male. E questa scelta di Trump sembra essere indirizzata proprio verso una distensione sotterranea dei rapporti con il governo di Teheran che si unisce alle telefonate del presidente Usa con i suoi partner: in primis il presidente francese Emmanuel Macron.

Se il fronte diplomatico è in fibrillazione, con l’Europa che cerca di promuovere la via del dialogo per salvare quello che rimane dell’accordo sul nucleare del 2015, dall’altro Trump ha messo vin atto la sua strategia di pressione militare. Da un lato, il governo Usa sta rafforzando la sua presenza militare nell’area del Golfo Persico. Di questi giorni la notizia dell’arrivo di 500 uomini delle truppe Usa in Arabia Saudita: erano 16 anni che i militari Usa non mettevano piede nel Regno dei Saud, dai tempi della guerra all’Iraq di Saddam Hussein. Notizie che si aggiungono all’arrivo delle navi americane delle scorse settimane insieme alla flotta aerea con i bombardieri strategici nella base di Al Udeid, in Qatar.

Ma per Trump e il Pentagono la questione non è solo presentarsi boots on the ground in Medio Oriente o aumentare il dispositivo aeronavale nel Golfo Persico. La questione è molto più ampia: controllare la rotta di Hormuz e farlo con il massimo coinvolgimento degli alleati. E così, mentre gli aerei di Centcom (il Comando centrale) sorvolano le acque del Golfo per controllare il traffico delle superpetroliere da e verso i giacimenti mediorientali, la coalizione navale inizia a prendere forma. In questi giorni, i militari Usa hanno annunciato l’avvio della Operation Sentinel, l’Operazione Sentinella. Come comunicato dal comando di Tampa, in Florida, si tratta di un’operazione che ha lo scopo di “aumentare la sorveglianza e la sicurezza nelle principali vie d’acqua del Medio Oriente per garantire la libertà di navigazione alla luce degli ultimi eventi nella regione del Golfo Persico. L’obiettivo dell’Operazione Sentinel è promuovere la stabilità marittima, assicurare un passaggio sicuro e alleviare le tensioni nelle acque internazionali in tutto il Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz, lo Stretto di Bab el-Mandeb (Bam) e il Golfo di Oman”. La coalizione pensata da Trump e dal Pentagono prende quindi forma: anche se poi bisognerà vedere chi e soprattutto in che modalità interverrà.

Sicuramente a rispondere presente è stato il Regno Unito, Paese direttamente coinvolto nella crisi delle petroliere forse anche più degli stesso Stati Uniti. Con il sequestro della petroliera a Gibilterra da parte dei Royal Marines e il successivo contro-sequestro operato dai Pasdaran nei confronti della Stena Impero, di fatto adesso Londra e Teheran si confrontano direttamente sul campo. E la marina inglese è già arrivata nelle acque del Golfo arrivando quasi allo scontro con le navi dei Guardi della Rivoluzione. Il piano di Trump prende forma: ma i rischi di un incidente che conduca allo scontro diventa ogni volta più reale.

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