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Politica

Gli spari sulla barca a Cuba preludio del regime change?

“La dittatura di #Cuba ha appena attaccato una barca proveniente dalla Florida e ucciso le persone a bordo. Questo regime deve essere relegato nel dimenticatoio della storia!”. Così ha scritto su X Carlos Gimenez, membro della Camera della Florida, riferendosi...
Dopo il Venezuela, Cuba: l'Impero colpisce ancora

“La dittatura di #Cuba ha appena attaccato una barca proveniente dalla Florida e ucciso le persone a bordo. Questo regime deve essere relegato nel dimenticatoio della storia!”. Così ha scritto su X Carlos Gimenez, membro della Camera della Florida, riferendosi a quanto accaduto a largo delle coste di Cuba il 25 febbraio. Un motoscafo proveniente dalla Florida con a bordo dieci persone armate è stato approcciato, a un miglio nautico a nord-est dal canale El Pino, dalla guardia costiera cubana. Alla richiesta di identificarsi, gli americani avrebbero aperto il fuoco sul personale cubano, che ha risposto. L’esito dello scontro ha visto il ferimento del comandante della guardia costiera e la morte di quattro americani, mentre gli altri sono stati arrestati.

Stando alla versione ufficiale del governo di Miguel Díaz-Canel, gli americani avevano intenzione infiltrarsi nel paese «per scopi terroristici».

Dalla ricostruzione del governo cubano (l’unica disponibile) emergono degli elementi abbastanza peculiari. Le accuse dei cubani sono state, sin da subito, messe in dubbio dalla stampa americana: per la facilità con cui i “terroristi” sarebbero stati messi fuori gioco e per la falsa dichiarazione sull’arresto di Roberto Azcorra Consuegra, noto attivista anti-cubano, mentre si trovava nella sua abitazione di Miami, errore riconosciuto da L’Avana, che ha, però, ribadito la sua versione.

Nel comunicare quanto avvenuto, il governo di Cuba ha sottolineato che “i feriti sono stati evacuati e sottoposti a cure”, come annota The Intercept che aggiunge come, al contrario, la Marina americana abbia “ucciso i sopravvissuti aggrappati ai relitti o ha lasciato annegare” gli stessi, nelle sue operazioni nei Caraibi contro le barche sospettate di essere affiliate al traffico di droga,

Al di là della querelle, resta la gravità dell’incidente, sottolineata dal vicepresidente J. D. Vance: “Non conosciamo molti dettagli, certamente è una situazione che stiamo monitorando, speriamo non sia così grave come temiamo”. A Vance ha fatto eco il segretario di Stato, Marco Rubio, di origini cubane: “Washington reagirà di conseguenza una volta accertati i fatti”.

A fronte dalla dichiarazione di domenica scorsa del falco neoconLindsey Graham,  il quale ha affermato in un’intervista che, dopo l’attacco all’Iran, il prossimo obiettivo è “Cuba”, aggiungendo che il governo castrista “ha i giorni contati”, l’ipotesi che l’incidente venga strumentalizzato come pretesto per unescalation militare degli USA, non è cosi remota. Il pattern dello scontro a fuoco del 12 febbraio richiama, infatti, precedenti storici documentati, in cui: “l’esercito statunitense ha elaborato piani segreti per un attacco sotto falsa bandiera in acque cubane per giustificare un intervento militare statunitense”. In questo scenario, il profilo degli uomini coinvolti (molti dei quali attivisti antigovernativi legati alla galassia dell’esilio cubano negli USA, accesi anti-castristi) richiama una dinamica operativa già riscontrata in simili operazioni statunitensi a Cuba.

Una spiegazione similare la fornisce, su Responsible Statecraft, Alan McPherson, professore alla Temple University specializzato nella storia delle relazioni tra Stati Uniti e America Latina: “Data la forte tensione tra l’amministrazione Trump e Cuba, si spera che i presunti aggressori non stessero cercando di sollecitare un’azione militare da parte del governo statunitense o, peggio, che agissero come suoi agenti. È quasi certo che siano stati almeno ispirati dalle recenti mosse dell’amministrazione per accelerare la fine del regime cubano”.

Questo evento si inserisce, peraltro, nel solco della violenta campagna di pressione dell’amministrazione Trump, le cui ripercussioni stanno mettendo a dura prova il popolo cubano; situazione aggravatasi dopo la rimozione di Nicolás Maduro: con il Venezuela oggi guidato da un governo di fatto allineato a Washington, l’isola ha perso il suo principale partner energetico. L’interruzione delle forniture petrolifere è il tassello di una strategia volta a indurre il collasso del sistema cubano. Una morsa che si è stretta ulteriormente con il passo indietro del Messico, anch’esso indotto dagli Stati Uniti a sospendere le transazioni. Il risultato è una catastrofe umanitaria senza precedenti, segnata dalla cronica mancanza di cibo, farmaci e risorse vitali che stanno facendo collassare la già fragile economia dell’Avana, provata da decenni di embargo.

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