Chi non ricorda il New York Times e il “caso Cotton”. Il 3 giugno, sulla prestigiosa pagina degli editoriali, fu pubblicato un articolo di Tom Cotton, senatore repubblicano dell’Arkansas, intitolato “Send in the troops” (Mandate l’esercito), dai toni decisamente bellicosi. In sostanza, il senatore riprendeva gli argomenti di Donald Trump contro le proteste, anche violente, scoppiate negli Usa dopo la morte di George Floyd, l’uomo di colore ucciso dai poliziotti a Minneapolis. E, soprattutto, appoggiava l’idea del Presidente di usare l’esercito per sedare le manifestazioni. La pubblicazione dell’articolo provocò, nel giornale, le proteste di moltissimi giornalisti e collaboratori, preoccupati per i diritti costituzionali degli americani, tanto da provocare un “mea culpa” della proprietà e le dimissioni di James Bennett, responsabile della sezione Opinioni del giornale.

Fin qui la cronaca. Poi, però, è arrivata una puntuta e stimolante provocazione di Hamid Dabashi, professore di Studi iraniani alla Columbia University di New York. Dabashi è iraniano ma si è formato nelle università americane, con master finale a Harvard. Ha pubblicato finora una ventina di libri, il più noto dei quali è una storia dell’Iran intitolata “Iran: a people interrupted”. È un intellettuale riconosciuto e perfettamente integrato nel mondo accademico americano, consulente di molti grandi film di Hollywood. Ma ha presentato il conto al New York Times, accusandolo di rappresentare in modo perfetto l’ipocrisia dei liberal a stelle e strisce.

Dabashi non condivide nulla dell’editoriale del senatore Cotton, definito “uno sfacciato incoraggiamento alla violenza e al militarismo”. Però si chiede: perché i giornalisti del New York Times e tutti coloro che hanno appoggiato la loro protesta rifiutano questi metodi quando devono essere applicati ai cittadini americani ma li ritengono normali, e anzi li appoggiano e li sollecitano, quando si tratta di applicarli ad altri popoli? Il professore cita alcuni editoriali comparsi (senza polemiche, senza alcuna rivolta dei giornalisti) sul New York Times. “Bomb North Korea before it’s too late” dello storico Jeremi Suri, docente all’Università di Austin (Texas). “To stop Iran’s bomb, bomb Iran” di John Bolton, tra il 2018 e il 2019 consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump. E “Contractors, not troops, will save Afghanistan” di Erik Prince, un ex ufficiale di marina diventato miliardario dopo aver fondato Blackwater, la società che ha ottenuto lucrosi contratti fornendo appunto contractors (c’è chi li chiama mercenari) al governo e ai servizi segreti americani. Quelli della Blackwater sono stati accusati dalla stampa, e non solo, anche di crimini di guerra. Come il massacro di Piazza Nisour a Baghdad, nel 2007, quando aprirono il fuoco in un’area affollata uccidendo 17 civili e ferendone altri 20.

Dabashi si chiede, in sostanza: perché vi scandalizzate tanto quando si tratta di usare l’esercito sui vostri concittadini (solo quelli, peraltro, che “violano la legge”, come scriveva Cotton nel suo peraltro rozzo e più che discutibile intervento) e non fate una piega, anzi appoggiate, l’idea di usarlo contro civili innocenti di altri Paesi? Che cosa sarebbe successo se le idee espresse negli editoriali sulla Corea del Nord o sull’Iran, pubblicati con il silenzio-assenso dell’intero corpo giornalistico del New York Times, fossero state applicate? Siete davvero convinti che mandare più contractor privati in Afghanistan, come scrive Prince che ha tutto l’interesse a che succeda, sia la soluzione per quella guerra durata vent’anni? E faccia il bene degli afghani?

Da lì ad accusare di ipocrisia, e anche di razzismo, il mondo liberal c’era un passo e Dibashi lo ha compiuto con un certo gusto. Anche perché gli esempi non mancano. Perché i giornalisti del New York Times non si sono sdegnati quando i cecchini di Israele hanno fatto strage di manifestanti palestinesi che, all’interno peraltro della Striscia di Gaza, “minacciavano” lo Stato ebraico con fionde e copertoni bruciati, nel 2018? E perché non scendono in sciopero pensando ai civili siriani che non possono curare se stessi o i parenti malati a causa dell’embargo decretato dagli Usa e dall’Unione europea? Sono forse tutti complici di Bashar al Assad, questi siriani?

Dibashi è abituato alle provocazioni politiche e intellettuali. Anche in altri casi ha attaccato il New York Times e in passato ha spesso polemizzato, a torto e a ragione, sia con i gruppi pro-Israele sia con la dirigenza della Columbia University. Adesso, però, ha gettato un sasso in uno stagno che ha realmente bisogno di qualche scossone.

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