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Mentre il piccolo José si arrampica veloce sulla montagna di Potosí intorno solo freddo e vento. Siamo a oltre 4000 metri di altitudine in quella città che in epoca coloniale era considerata la cassaforte d’Europa. È dalle miniere di Potosí tra i luoghi più antichi della Bolivia infatti che venivano estratti in quantitivi eccezionali quell’oro e argento necessari per battere moneta nell’Impero spagnolo.

Ma se le colonie europee hanno lasciato con i secoli spazio alle democrazie di oggi, a Potosí poco è cambiato. Lo sfruttamento nelle miniere rimane, infatti, identico a quello di trecento-quattrocento anni fa. Con la differenza che oggi tra i minatori costretti a lavorare a ritmi disumani, con turni di 12 ore sottoterra, ci sono anche centinaia di bambini, gli schiavi del futuro come li chiamano in America Latina. Molti di loro hanno lasciato la scuola per garantire alle proprie famiglie d’origine, poverissime, due braccia ed un misero salario in più per sfamare tutti.José Mamani, 10 anni, lavora in miniera da due. Ormai non si lamenta più. Gli basta, ogni volta che si cala nelle viscere della terra toccare la statuetta che raffigura il diavolo, il protettore dei minatori per sentirsi sicuro. E poi a dargli una mano c’è il sindacato dei bambini, il Corenats, con sedi tutto il Sud America per non sentirsi solo. Creato da ex bambini lavoratori che non si sono dimenticati del loro passato, c’è solo il Corenats a dare speranza a questi minori dal volto di adulti. Tutti insieme lottano per avere diritto alla stessa paga dei grandi, a parità di ore lavorate, ad un’assicurazione medica degna di questo nome, a turni più umani.Secondo i dati riferiti dall’Unicef di bambini lavoratori come José in America Latina ve ne sono ben cinque milioni e 700mila, di cui 550mila ridotti in condizioni di schiavitù. Ma non ci sono solo i bambini minatori della Bolivia, ci sono anche quelli scaricatori dei mercati del Venezuela, i becchini dell’Ecuador, i ragazzini che raccolgono i rifiuti in Brasile. Tutti senza diritti, fantasmi con due mani in grado però con il loro lavoro di sostenere intere economie. Ma soprattutto non ci sono solo i bambini ad essere vittime del lavoro schiavo in Sudamerica.In totale sono circa un milione e duecentomila le persone ridotte in schiavitù in tutto il continente latinoamericano. In testa, oltre al Messico ed il Venezuela c’è il Brasile, che delle Americhe fu l’ultimo paese ad abolire la schiavitù, nel 1888. E che oggi in fondo la ripropone in forma nuova. Già perché il continente verde-oro, grande tre volte l’Europa e tra i paesi più ricchi al mondo in risorse naturali è anche tra i primi nella lista nera del lavoro schiavo. Basti pensare che – per la prima volta nella storia – è dovuta intervenire persino la Corte Interamericana dei diritti umani che, alla fine di un processo durato tre anni, nel dicembre 2016, ha condannato lo Stato brasiliano per non avere impedito il lavoro schiavo sul suo territorio. E lo obbliga adesso a rimborsare ciascuno dei 128 lavoratori scoperti e liberati mentre vivevano in condizioni di schiavitù a più riprese, nel 1997 e nel 2000, in una fazenda del sud del Pará, la Fazenda Brasil Verde. Ma non è solo nei campi che in America Latina si trasformano i lavoratori in schiavi. Certo, le piantagioni di canna da zucchero sono tra i luoghi del crimine più sotto accusa ma anche il settore edilizio e quello tessile non sono da meno.In Brasile persino le Olimpiadi sono finite sotto il mirino dei magistrati e un’inchiesta è stata aperta sulle condizioni ai limiti dell’umano di molti lavoratori delle grandi opere costruite in occasione dei giochi. Per non parlare del tessile. Dal Paraguay all’Uruguay passando per il paese del samba è tutto un pullulare di laboratori clandestini dove migliaia di boliviani lavorano anche 12 ore ininterrottamente per confezionare abiti rivenduti poi a caro prezzo da grandi marche come la spagnola Zara.Cosa fare dunque perché le cose possano cambiare? Fino al 2014 il Brasile era solito rendere pubblica una volta l’anno la lista dei datori di lavoro multati per sfruttamento e riduzione in schiavitù. Uno strumento utile per tenere aggiornata la mappa del lavoro schiavo e utile anche come deterrente. Ma dal 2014 il governo verde-oro si è tirato indietro, nel silenzio quasi totale della società civile. Non resta dunque che ai consumatori comprare in modo responsabile e etico. Un primo passo per garantire un futuro più dignitoso a questo esercito invisibile.

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