Nel caos venezuelano, la coalizione di forze che si oppone al governo del Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) di Nicolas Maduro è fortemente eterogenea al suo interno: la Mesa de la Unidad Democratica (MUD), attorno a uno zoccolo duro di formazioni dichiaratamente socialdemocratiche e liberali, raccoglie al suo interno partiti di orientamento centrista, movimenti di ispirazione socialisteggiante e gruppi di interesse di varie correnti sindacali. La conformazione frastagliata della MUD, la complicata dialettica interna e la mancanza di un vero e proprio orientamento politico diverso dal comune denominatore dell’opposizione al governo chavista di Caracas ha fatto sì che, dalla travolgente vittoria alle elezioni legislative del dicembre 2015 ad oggi, le opposizioni anti-Maduro non siano state in grado di portare avanti concrete azioni in grado di garantire l’acquisizione di dividendi positivi dal loro successo e, anzi, hanno sposato una forma di contestazione radicale basata sulla dichiarata delegittimazione dell’esecutivo. Essendo note e ampiamente documentate le responsabilità di Maduro e del suo governo mai all’altezza degli eventi nell’evoluzione della crisi endemica del Venezuela, è tuttavia altrettanto importante sottolineare come al travaglio della Repubblica Bolivariana abbiano ampiamente contribuito, in misura ancora maggiore rispetto al governo, delle forze politiche che hanno sfruttato il comprensibile risentimento della popolazione in maniera strumentale, esacerbando le tensioni e mettendo in scena violente manifestazioni di protesta che hanno progressivamente destabilizzato il Paese, presentandosi al contempo a parole come difensori della democrazia.

Nulla contribuisce a spiegare il ruolo giocato da determinati settori oltranzisti delle opposizioni nello sdoganamento del caos in Venezuela più della descrizione delle parabole politiche e personali di due dei principali leader delle forze della MUD, presentati da numerosi media nostrani come veri e propri paladini della libertà oppressi da una dittatura implacabile ma in realtà personalità decisamente ambigue e tanto inadeguate alla leadership del Paese quanto lo stesso Maduro. Tali personaggi sono il fondatore di Primero Justicia e governatore di Miranda Henrique Caprilles e il leader di Voluntad Popular Leopoldo Lopez. Essi fanno riferimento a formazioni politiche che, seppur diverse tra loro, hanno concorso alla creazione di un insostenibile clima da guerra civile all’interno del mondo politico venezuelano e contribuito ad alimentare lo scontro con l’ala più radicale del governo chavista, non disdegnando nemmeno inqualificabili appelli all’imposizione di sanzioni internazionali contro il loro stesso popolo.

Governatore dello Stato di Miranda dal 2008, Henrique Capriles, dopo aver sconfitto l’alto esponente del PSUV Diosdado Cabello alle elezioni regionali, ha rimediato due sconfitte consecutive nel voto presidenziale del 2012 e del 2013, venendo sconfitto dapprima da Hugo Chavez e perdendo in seguito, dopo la morte dell’artefice della Rivoluzione Bolivariana, di stretta misura contro Nicolas Maduro. Accreditato a lungo come principale esponente dell’opposizione al chavismo, sulla sua figura pende un oscuro precedente: Capriles è infatti accusato di aver istigato, se non addirittura guidato materialmente, l’assalto all’ambasciata cubana in Venezuela, situata nella città di Baruta da lui amministrata all’epoca, in occasione del fallito colpo di Stato contro Chavez del 2002. Il golpe contro Chavez fu preceduto da una continua istigazione alla violenza armata da parte di numerosi settori dell’opposizione, supportati da una compiacente opinione mediatica in uno scenario che, sotto molti punti di vista, ricorda l’attuale contesto venezuelano, allora come oggi dominato dai tentativi di destabilizzazione della Repubblica Bolivariana. Capriles è attualmente bandito da qualsiasi candidatura politica: il 7 aprile scorso, infatti, un tribunale venezuelano lo ha condannato per l’accusa di sottrazione di fondi pubblici nell’ambito del filone locale dello scandalo Odebrecht, che come ricordato da Paolo Manzo su Gli Occhi della Guerra ha rappresentato il più grande caso di corruzione della storia latinoamericana.

 

Più recenti, concrete e pesanti sono le accuse pendenti sul capo di Leopoldo Lopez, il leader di Voluntad Popular che negli scorsi giorni ha subito la revoca degli arresti domiciliari concessigli per la sospensione della pena di 13 anni ricevuta per il suo coinvolgimento nelle durissime proteste di piazza del 2014, le cosiddette guarimbas nel corso delle quali bande armate paramilitari portarono avanti un vero e proprio tentativo eversivo che costò la vita ad almeno 43 persone nella sola città di Caracas. La partecipazione di Lopez al tentato golpe del 2002 è confermata e accertata: l’11 aprile 2002, infatti, nelle ore in cui il tentativo eversivo sembrava aver avuto successo prima di conoscere l’orgogliosa reazione di buona parte della popolazione e delle forze armate rimaste fedeli al Comandante, Lopez si trovava alla testa del corteo dell’opposizione diretto ad assediare il palazzo presidenziale di Miraflores, come riportato da L’Antidiplomatico. Risulta ipocrita e falsificatorio il tentativo dell’opposizione venezuelana di presentare Lopez come una vittima delle angherie di regime, avvallato da buona parte dei mass media e delle cancellerie occidentali principalmente grazie all’opera della moglie del fondatore di Voluntad Popular, Lilian Tintori, che è giunta addirittura a essere ricevuta da Donald Trump alla Casa Bianca

 

Il Venezuela si trova dunque schiacciato: da un lato, un governo allo sbando arroccato in un estremo tentativo di conservare il suo potere con mezzi, in molte occasioni, assolutamente discutibili; dall’altro, un’opposizione egemonizzata da forze politiche radicali che hanno impresso una svolta incontrollata a proteste inizialmente divampate per ragioni assolutamente comprensibili in una popolazione fiaccata dalla dura crisi economica e sociale. Ci eravamo, in passati, interrogati su quale potesse essere la via d’uscita per il Venezuela da una crisi che sembra oramai divenuta irrisolvibile: ora più che mai, a questa domanda sembra non esserci risposta. La Repubblica Bolivariana precipita verso l’abisso mentre governo e leader dell’opposizione sembrano essere in combutta per accelerare la velocità del suo tracollo.