La notte tra il 23 e il 24 giugno ha portato con sé l’annuncio da parte del presidente Usa Donald Trump del cessate il fuoco tra Israele e Iran. Quali scenari apre questo annuncio che chiude un conflitto ritenuto da molti osservatori pericoloso? Parlando con InsideOver l’ambasciatore Marco Carnelos, attento studioso della geopolitica regionale e già titolare della legazione di Baghdad, descrive la situazione creatasi nel contesto mediorientale dopo la guerra dei “dodici giorni”, come l’ha definita Trump. E analizza gli impatti di una crisi che ha avuto impatti non solo regionali ma anche globali.
Ambasciatore, in che scenario giunge un cessate il fuoco arrivato dopo quasi due settimane di guerra in Medio Oriente tra Israele e Iran e dopo l’intervento Usa?
Uno scenario di grandissima incertezza a dir poco. Abbiamo la superpotenza statunitense ed il suo leader Donal Trump che hanno un comportamento a dir poco erratico, e che è stato anche spiegato con la Mad Man Theory che negli anni 70’ del secolo scorso venne affibbiata al Presidente Richard Nixon. Non è ancora chiaro se Trump stia adottando questo comportamento deliberatamente per disorientare gli avversari (anche se spesso ha lo stesso effetto con i suoi più o meno disperati alleati) o sia un retaggio dei negoziati immobiliari newyorchesi che hanno plasmato (nel bene e nel male) il suo approccio ai negoziati, e dal quale – sembra – non riesca ad affrancarsi. Dovrebbe tuttavia tenere bene a mente che disorientare gli avversari può essere utile ma può anche ingenerare grossolani errori di calcolo che sovente scatenano escalations incontrollabili, senza considerare che il Presidente USA ha voltato le spalle a coloro che lo hanno portato alla Casa Bianca e ai quali aveva promesso No More Endless Wars, America First e soprattutto MAGA mentre ora, invece, si limita a MIGA. Questa espressione sta per Make Iran Great Again, ma parliamo di un acronimo che ovviamente vale anche per Israele. L’altra grande incertezza è la reazione iraniana da ieri sera ha incluso anche un simbolico attacco a obiettivi militari USA nel Golfo Persico, fatto seguito dall’annuncio di un cessate il fuoco fatto da Donald Trump nel corso della notte. Ora resta da veder se l’accordo regge, non sarebbe la prima volta che un annuncio di Trump si rivela infondato o non conseguenziale.
A che obiettivi di fondo mirava, a suo avviso, l’offensiva israeliana e come si inserisce nel progetto di ridefinizione del Medio Oriente plasmato dopo il 7 ottobre 2023?
L’attuale governo israeliano (o meglio il suo leader Bibi Netanyahu) sembra determinato a modificare una volta per tutte gli equilibri strategici del Medio Oriente a proprio favore con l’ovvio sostegno degli Stati Uniti. Ritiene di essere dinanzi ad un’occasione unica nei quasi 70 anni di storia del Paese che probabilmente non si ripresenterà mai più. Ha un’Amministrazione USA totalmente schierata a proprio favore, i paesi europei mansueti, intimiditi e sovente ipocritamente complici come non lo sono mai stati, la Russia distratta dal dossier ucraina e la Cina che ancora non ha ancora deciso se giocare il ruolo che le spetterebbe in Medio Oriente. La distruzione di Hamas e la pulizia etnica a Gaza, ovvero due facce della stessa medaglia (non puoi ottenere la prima senza metter in pratica la seconda) e la quasi completa decapitazione della leadership politica e militare di Hezbollah in Libano e il forte degrado delle capacità militari del movimento raggiunto lo scorso inverno fanno parte dello stesso disegno, che è stato ulteriormente facilitato dalla fine del regime di Assad in Siria.
Restava solo l’Iran, insomma…
Si, quindi Israele ha ora deciso di colpire la “centrale” del problema di sicurezza che – dal suo punto di vista – si trova a dover affrontare. Con due obiettivi: Il primo chiaro scopo è quello di negare, una volta per tutte, all’Iran la capacità di sviluppare un ordigno nucleare e gli strumenti da usare contro lo Stato ebraico. Non è ancora chiaro se il combinato disposto dei raids israeliani e americani abbiano raggiunto lo scopo. Siamo nel pieno di una campagna propagandistica e di spinning mediatico. Il secondo, prevedibile e più ampio, scopo è quello di creare una crisi di legittimità all’interno dell’Iran per fomentare un dissenso interno che, si spera, dovrebbe portare al crollo della Repubblica Islamica, senza tuttavia curarsi in apparenza del dopo, o precipitarla con un intervento militare USA stile Iraq 2003.
Come il cessate il fuoco impatterebbe su questi obiettivi?
Al momento se il cessate il fuoco regge, Netanyahu potrebbe non aver ottenuto nessuno dei tre obiettivi che perseguiva: non ha eliminato definitivamente il programma nucleare iraniano (gli stessi militari USA sono cauti – contrariamente al loro Presidente – sul l’efficacia del blitz di domenica), non ha trascinato gli USA in una guerra prolungata con l’Iran e di conseguenza potrebbe veder tramontare il sogno accarezzato da decenni di un cambio di regime a Teheran. Se poi verrà fuori un accordo stile JCPOA 2.0 ma con un altro nome, Trump si presenterà vittorioso come l’uomo di pace e ambirà al Nobel per la Pace superando il suo complesso nei confronti di Barack Obama, Bibi Netanyahu potrebbe risultare come il vero perdente ma nella realtà vera – e non in quella meramente rappresentata e distorta dalla narrativa mediatica – il vero vincitore potrebbe rivelarsi quella vecchia volpe della Guida Suprema iraniana, Ayatollah Ali Khamenei.
Come arrivava alla guerra l’Iran e in che misura sta reagendo rispetto alle sue possibilità?
L’Iran è giunto al conflitto, prima con Israele ed ora con gli Stati Uniti, offrendo negli ultimi mesi una percezione di grande debolezza, almeno secondo le analisi delle Cancellerie occidentali. I durissimi colpi inflitti ai suoi proxy come Hamas ed Hezbollah dopo il 7 ottobre 2023, il crollo della retrovia logistica siriana, nel loro combinato disposto ravevano ritratto – sulla carta – un Iran alle corde. Solo gli Houthi nello Yemen hanno mantenuto una significativa capacità deterrente ma è una base troppo debole per ricostruire quello che era l’Asse del Resistenza. Tuttavia, la reazione militare iraniana – con grande sorpresa – è andata ben oltre le aspettative propiziando probabilmente l’annunciato cessate il fuoco di questa notte. È interessante rilevare che sin da lunedì mattina Israele aveva fatto filtrare tramite il suo principale organo di stampa, Yedioth Ahronot, la disponibilità alla de-escalation
Quale futuro per la diplomazia dopo il cessate il fuoco?
I canali di dialogo sono rimasti aperti nonostante tutto. Si tratta ora di vedere se dal cessate il fuoco si passerà ad un dialogo serio sul nucleare con un’avvertenza: meglio se gli Europei ne restano fuori. Ultimamente hanno solo creato confusione e false aspettative, oltre a mosse maldestre in seno al Board dell’AIEA che hanno quasi completamente bruciato la residua fiducia iraniana nell’Agenzia. Si dedicassero alle cose che sanno fare bene nell’ambito dei negoziati: ospitalità alberghiera e catering.
Siamo tornati, con le azioni Usa, a un nuovo tipo di unilateralismo?
L’unilateralismo è complesso, per portarlo avanti occorrono le risorse e la credibilità, la sola forza bruta sovente non basta; e gli Stati Uniti ormai scarseggiano di entrambe per non parlare del mostruoso baratro del debito che gli si paventa davanti e che questo conflitto – se procede verso l’escalation – potrebbe aggravare fino alla vera bomba atomica, il default finanziario USA. In questi giorni qualcuno dovrebbe risfogliare – a quasi 40 anni dalla sua pubblicazione – la grande opera di Paul Kennedy “Ascesa e Declino delle Grandi Potenze”, a Trump, ovviamente andrebbe somministrata in forma di Bignami.
Come è vista, a suo avviso, questa guerra da Russia e Cina mentre evolvono strategie per sviluppare un ordine globale autonomo dalla leadership Usa?
Questa è la partita più interessante. Il vero Grande Gioco. Resto convinto che qualcuno a Washington (non Trump, si tratta di un disegno troppo sofisticato per lui) stia portando avanti una strategia – potenzialmente destabilizzante – per far abortire l’embrionale ordine globale autonomo dalla leadership USA degli ultimi 80 anni. Si badi bene ordine globale autonomo ma non necessariamente contrapposto o alternativo a quello statunitense. Il riordino degli assetti mediorientali, se compiuto secondo il disegno israelo-americano, e soprattutto con un eventuale (al momento più remota) riuscita “normalizzazione” dell’Iran, andrebbe ad incidere fortemente sul ventre molle meridionale e islamico della Russia, e sul grande disegno di integrazione euroasiatica promosso congiuntamente da Pechino e Mosca nei vari ambiti a geometria variabile dei BRICS plus, della Eurasian Economic Union, della Shangai Cooperation Organization, della Belt and Road Initiative per finire con l’Asian Infrastracture and Investment Bank. L’Iran per risorse e posizione strategica potrebbe essere l’innesco che farebbe saltare tutto, per non parlare del leverage energetico che gli USA assumerebbero nei confronti di Pechino qualora riuscissero veramente a reimporre la piena Pax Americana in Medio Oriente e nel Golfo. Ho la sensazione che negli ultimi mesi sia Mosca che Pechino siano in preda ad un certo insolito torpore.
Che ripercussioni avrà, infine, questa guerra sul resto delle crisi mediorientali?
Le altre crisi mediorientali sono al momento spente per debellatio temporaneo di alcuni attori cruciali: Hamas, Hezbollah, Palestinesi nella West Bank, Siria nella morsa islamista che non interessa più nessuna, e problema curdo temporaneamente anestetizzato, e, quindi, gli effetti collaterali sembrerebbero assai più gestibili. Resta solo da chiedersi per quanto.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

