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Potenza geopolitica sempre più assertiva e protagonista delle nuove dinamiche internazionali, la Repubblica popolare cinese ha tutt’ora un grande limite che le impedisce di dedicare ogni suo sforzo alla proiezione globale incentrata sulla Nuova Via della Seta: l’incompletezza territoriale. Alle spinte centrifughe delle grandi regioni periferiche che contribuiscono a fare della Cina un impero, ovvero lo Xinjiang abitato dagli uiguri e il Tibet, si aggiunge l’oramai annosa questione di Taiwan, “provincia ribelle” con cui Pechino intrattiene floride relazioni economiche senza, in ogni caso, aver mai receduto dalla completa negazione di qualsivoglia legittimità politica.

Il presidente Xi Jinping, nel congresso dello scorso ottobre che lo ha incoronato leader indiscusso del Partito comunista cinese, ha fissato nella metà del secolo l’orizzonte temporale entro cui prevede il completamento della riunificazione con Taiwan. 

Xi Jinping, come riportato da Arthur Ding su Limes, ritiene la riunificazione di Taiwan con la madrepatria presupposto del “ringiovanimento della nazione e del sogno cinese di prosperità e armonia”, ed è “ben cosciente che le circostanze favoriscono enormemente la sua postura su Taiwan”. In ogni caso, la Cina intende portare avanti una commistione tra soft power hard power al fine di attrarre Taiwan nella sua orbita: se la situazione dovesse diventare incandescente, trasformando Taiwan nell’epicentro delle tensioni di un Mar Cinese Meridionale già scosso dalla rivalità sino-statunitense, per Pechino si aprirebbe la strada di un intervento militare che, nonostante gli squilibrati rapporti di forza sulla carta, avrebbe esiti a dir poco incerti.

Gli scenari per una guerra tra Cina e Taiwan

Michael Beckley, professore alla Tufts University, e Ian Easton, fellow al Project 2049 Institute, hanno pubblicato due studi basati su report dell’Esercito di liberazione popolare (Elp), su documenti del Ministero della Difesa taiwanese e su analisi del Pentagono per ricostruire i possibili scenari di un’invasione cinese di Taiwan.

Foreign Policy ha analizzato entrambe le pubblicazioni, isolando i più probabili tra gli scenari descritti. Ogni simulazione concorda nel ritenere che un attacco cinese partirebbe con una serie di attacchi missilistici volti a distruggere le difese aeree e balistiche di Taiwan. Dopo questo partirebbe, come scritto da Tanner Greer, “la più grande operazione anfibia della storia umana”, con decine di migliaia di vascelli che porterebbero “un milione di truppe cinesi a Taiwan in due ondate”. 

Qui, per l’Elp, comincerebbero i problemi. La conformazione costiera di Taiwan rende accessibili solo 13 spiagge in tutto il versante occidentale dell’isola per una possibile invasione dal mare, e ciascuna di esse è già munita adeguatamente con dispositivi militari di prima qualità. Inoltre, secondo Easton, le intelligence di Stati Uniti e Giappone riuscirebbero a individuare i preparativi cinesi per l’invasione con un margine di circa 60 giorni, e in ogni caso l’assembramento di mezzi navali per traghettare le truppe non potrebbe iniziare a compattarsi oltre il trentesimo giorno precedente il D-Day.

La sfida aeronavale, poi, è apertissima: Taiwan ha destinato tutto il suo dispositivo strategico al potenziale contenimento di un’invasione proveniente dal continente, e ha messo in linea unità di cacciabombardieri (in prevalenza F-16) e una flotta costiera che darebbe filo da torcere alla marina di Pechino. Senza contare, chiaramente, le prospettive di allargamento del conflitto.

Invadere Taiwan vuol dire far guerra agli Stati Uniti

Washington, infatti, non potrebbe non supportare Taiwan nella sua difesa: in primo luogo, come riporta Sicurezza Internazionale“Washington non ha relazioni formali con Taiwan, ma è obbligata per legge ad aiutarla a difendersi, oltre a essere il maggior esportatore di armi per l’isola”. In secondo luogo, Taiwan è la miglior pedina d’interposizione, per gli Stati Uniti, contro l’ambizione cinese di ampliare il suo controllo sulle acque limitrofe e ambire all’egemonia nello scacchiere dell’Asia Orientale.

Attaccando Taiwan la Cina fornirebbe il pretesto ottimale agli Stati Uniti per trasformare una rivalità strategica conclamata in conflitto aperto, e si troverebbe sicuramente costretta a fronteggiare anche la discesa in campo del Giappone, seconda tra le grandi potenze regionali ad essere minacciata da una sua azione. Far scattare la “trappola di Tucidide” e avviare la guerra con gli Stati Uniti nel punto di massima tensione avrebbe la conseguenza di trasformare il primario obiettivo della riunificazione in una sfida contingente, nel contesto di un duello che vedrebbe la Cina accerchiata e costretta a una battaglia per la sua stessa sopravvivenza geopolitica.

Non si tratta, sicuramente, di una prospettiva felice per la Cina che, secondo gli analisti citati da Foreign Policy, dovrebbe completare l’occupazione di Taiwan in due settimane dopo aver celato ogni preparativo per premunirsi dalla reazione nippo-americana. Il ponderato disegno strategico cinese e il bilanciamento di influenza economica e pressione politica esercitato su Taiwan rende in ogni caso questo scenario bellico, allo stato attuale delle cose, remoto: tuttavia, è bene ricordare che le acque tra Cina e Taiwan sono tra le più calde del pianeta. E che il fatto stesso che si discuta sull’eventualità di una guerra da qui alla metà del secolo dovrebbe mettere in allarme i decisori strategici dei Paesi coinvolti.

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