L’applicazione della geofilosofia alla lettura degli affari geopolitici e delle relazioni internazionali insegna che, molto raramente, nel corso della storia, dei rivali di lunga data sono riusciti nell’impresa di cessare le eterne rivalità per trasformarsi in alleati. Soltanto in un contesto, molto specifico e costruito artificialmente – ossia per forze maggiori alla volontà degli attori coinvolti, è stato possibile indurre un cambiamento profondo: quello della Nato.

Per gli Stati Uniti era di primaria e fondamentale importanza che l’Europa occidentale fosse protetta dalla minaccia dell’espansionismo sovietico attraverso una comunità ideologicamente coesa, elemento essenziale per l’unità politica ed economica (e quindi militare), e perciò furono obbligate Francia e Germania a formare un asse garante di stabilità, ancora oggi perdurante, per perseguire questo fine. Ma l’Occidente non avrebbe potuto vincere la battaglia geopolitica del secolo – la guerra fredda, senza il prezioso supporto della Turchia, il principale rivale dell’ordine europeo nei secoli, alla luce della posizione geostrategica rivestita.

La Turchia è, infatti, il punto di collegamento tra il Vecchio continente e il Medio oriente, un ostacolo permanente alle velleità egemoniche russe sul Mediterraneo, è una fonte di calore che, se adeguatamente gestita, è garante di equilibrio nella polveriera balcanica, nel Caucaso e nel Vicino oriente e che, viceversa, è in grado di incendiare le suscritte.

L’integrazione della Turchia nella Nato non è quindi avvenuta per via della reale appartenenza a quel sistema di valori che accomunerebbe Stati Uniti e paesi europei, ma semplicemente per esigenze strategiche che, lungi dal venire meno con la fine della guerra fredda, sono di natura permanente.

Il disegno neo-ottomano e gli screzi con l’Occidente

Mentre l’Unione europea è scossa dalla cosiddetta rivoluzione populista, che sta alimentando antiche rivalità e creandone di nuove, e la stessa nuova dirigenza statunitense sembra intenzionata ad indebolire quell’asse francotedesco creato all’indomani della seconda guerra mondiale, l’avvento dell’epoca erdoganiana in Turchia ha segnato uno spartiacque nella storia dei rapporti di Ankara con il blocco euroamericano.

Il carismatico presidente Recep Tayyip Erdoğan ha interrotto il percorso di occidentalizzazione iniziato quasi un secolo fa’ con l’ascesa di Mustafa Kemal, il padre fondatore della repubblica laica turca, preferendo riorientare l’agenda interna ed estera verso un ritorno al passato, che è stato ribattezzato neo-ottomanesimo.

Non si può comprendere realmente la nuova rotta strategica turca ignorando il contesto in cui è sorta. Ogni singolo evento, anche se apparentemente sconnesso, muove verso una sola direzione: l’emancipazione dall’influenza occidentale, la cui percezione di negatività è aumentata esponenzialmente a partire dal tentativo di golpe del luglio 2016.

Erdogan ha compreso che la Nato, ossia Stati Uniti ed Ue, ha bisogno della Turchia ma che viceversa vale il contrario. Venute meno le minacce dell’indipendentismo curdo e dello spettro sovietico, la sicurezza nazionale del paese non è più a rischio e l’Alleanza atlantica ha quindi esaurito il suo ruolo. Ma restare nella Nato comporta dei vantaggi, ossia l’appartenenza al blocco geopolitico ancora egemonico negli affari internazionali, ai quali Erdogan non è intenzionato a rinunciare ma per i quali, al tempo stesso, non sacrificherà le proprie ambizioni di grandezza.

La strategia della massima pressione

La spavalderia dimostrata negli anni recenti da Erdogan aveva un preciso scopo: testare la fattibilità di una strategia basata sulla massima pressione. La debolezza dell’Ue durante la crisi migratoria è stata quindi sfruttata per ottenere sei miliardi di euro per chiudere l’accesso alla cosiddetta rotta balcanica, e l’assenza di solidarismo nella Nato è stata provata dalle non-reazioni seguite alla miriade di provocazioni militari contro la Grecia nell’Egeo – che l’anno scorso hanno coinvolto direttamente anche l’Italia, nell'”incidente” della nave-piattaforma Saipem 12000 dell’Eni al largo delle acque cipriote.

L’acquisto del sistema d’arma antiaereo russo S-400 si inquadra in questo contesto di massima pressione esercitata dalla Turchia su un partner tanto forte quanto intrinsecamente debole quanto la Nato: forte a livello di potenza, debole a livello di potere negoziale. La Turchia rappresenta il secondo esercito dell’Alleanza atlantica e, di nuovo, alla luce della sua posizione geostrategica consente di custodire e difendere interessi vitali per l’Occidente quali la protezione del Mediterraneo orientale e la proiezione di influenza sul Vicino e Medio oriente.
Eppure, la Turchia sta gradualmente cessando di svolgere anche questo ruolo: in Siria ha infine optato per l’appoggio di Bashar al Assad, è sempre più allineata agli interessi russo-iraniani nella regione, nei Balcani alimenta il risorgere di sentimenti panislamici, e sull’Egeo e sul Mediterraneo orientale ha manifestato l’intenzione di voler esercitare un’influenza esclusiva – per questioni di approvvigionamento energetico, anche a costo di entrare in conflitto con le principali potenze dell’area e con i propri, teorici, alleati.

La reazione statunitense all’acquisto del sistema S-400, ossia l’esclusione dal programma F-35, e quella europea, ossia il silenzio, sono ulteriori prove di conferma che la strategia di massima pressione di Erdogan funziona: qualsiasi sia la mossa turca, la contromossa atlantica non potrà che essere timida, per semplici ragioni di pragmatismo. Inoltre, il presidente turco sta dimostrandosi uno degli statisti più lucidi e lungimiranti in circolazione: non solo è riuscito ad emancipare il paese dall’orbita occidentale, a costi irrisori a fronte di rischi altissimi (il tentativo di golpe è la prova di ciò), e a ricostruire una certa influenza in tutte le aree che furono sotto dominio ottomano, ma sta anche confermandosi come un’abile giocatore di scacchi, anticipando e prevedendo le mosse di partner e rivali.

Infatti, nella consapevolezza che dotarsi del sistema S-400 avrebbe automaticamente comportato l’espulsione dal programma F-35, la Turchia nei mesi scorsi aveva comunicato di aver posto lo sguardo su valide opzioni alternative, come i FC-31 cinesi e i Su-57 russi. La debole reazione di Washington ha, inoltre, convinto Erdogan a fare un’altra mossa: proporre alla Russia di produrre insieme il sistema S-500. Se la minaccia è di tagliare alla Turchia l’accesso alla tecnologia militare occidentale, la Turchia risponde ricorrendo alla diversificazione, cercando nuove fonti di approvvigionamento.

La tensione all’interno della Nato non potrà che aumentare nei prossimi anni, soprattutto per il controllo delle risorse contenute nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale, ma è al tempo stesso illogico aspettarsi una frattura totale e definitiva tra l’asse euroamericano e la Turchia, perché entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro, anche se in maniera diversa. Ankara continuerà a far parte dell’Alleanza atlantica – sulla quale non cesserà la strategia della massima pressione, ma al tempo stesso seguirà una politica estera e di potenza meno filo-occidentale, più autonoma, probabilmente filorussa – fino a quando i paesi avranno interessi condivisi, ma con lo sguardo rivolto in direzione del multipolarismo.