In questi giorni i primi componenti dei sistemi missilistici da difesa aerea S-400 di fabbricazione russa sono stati consegnati alla Turchia. Dopo una trattativa durata mesi, più volte osteggiata da Washington che ha reiteratamente paventato l’esclusione di Ankara dal programma F-35 – poi de facto avvenuta in forma di sospensione – e parallelamente offerto i propri sistemi Patriot Pac-3 in sostituzione, abbiamo assistito alla fine di un balletto diplomatico che ha evidenziato le ambiguità non solo della Turchia, ma anche degli Stati Uniti.

Se da un lato Washington ha alzato la voce col suo alleato Nato perché l’acquisizione degli S-400 avrebbe messo in pericolo la sicurezza dl programma F-35 – timore più che lecito – essendo la Turchia inserita nella rete dell’Alleanza Atlantica, dall’altro ha cercato, con un gioco di real politik davvero esemplare, di salvare il salvabile per non spingere Ankara ancora di più nell’orbita di Mosca, se pur con un comportamento molto diverso da quanto avvenuto con altri alleati come l’India o l’Arabia Saudita, che hanno dimostrato interesse per il sistema russo.

Una partita a scacchi globale

Cerchiamo di capire perché la questione turca è solo una casella della scacchiera su cui si sta giocando una partita globale che mette in gioco non solo le alleanze e gli equilibri militari, ma anche la stessa credibilità di Washington in ambito internazionale.

Nell’ottica di contenimento dell’espansione dell’influenza russa, gli Stati Uniti hanno promulgato il Caatsa (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act) che impone sanzioni a chiunque sia in affari con la Russia (ma anche con Iran e Corea del Nord) con particolare attenzione alla vendita di armi di ogni tipo.

La messa in atto delle sanzioni da parte di Washington, però, non è così scontata come si potrebbe pensare. Due casi sono emblematici a questo proposito: l’India e l’Arabia Saudita, già citate in precedenza, sembrano voler essere escluse da qualsiasi provvedimento sanzionatorio americano.

In occasione della volontà dell’India di acquistare gli S-400, ora definitivamente abbandonata da parte di Nuova Delhi, si era perfino mosso l’esecutivo per cercare di aggirare il provvedimento ed esonerare un alleato prezioso come quello indiano dall’essere colpito dalle sanzioni americane. Sarebbe stato troppo rischioso a livello politico rischiare di perdere l’appoggio dell’India in un’area così strategicamente importante come quella dell’Oceano Indiano in chiave anticinese. Per gli stessi calcoli, ma effettuati in uno scacchiere diverso, nemmeno l’Arabia Saudita ha mai seriamente corso il rischio di rientrare nel libro nero delle sanzioni Usa per aver espresso la volontà di acquistare gli stessi S-400 dalla Russia.

Anche l’Iraq, che ha dimostrato interesse verso i missili russi, non sembra essere stato messo nella “lista nera” del Dipartimento di Stato, almeno per il momento.

La Turchia, invece, sembra aver subito un trattamento più duro rispetto agli altri due alleati degli Stati Uniti che si spiega con la sua presenza nella Nato e col fatto che, pur con tutti i limiti del caso dati dalla massiccia presenza Usa in Medio Oriente, rappresenta comunque un avamposto nell’area grazie alle sue basi Usa e Nato come quella di Incirlik, sebbene, viste gli ultimi sviluppi, Washington stia pensando di ritirare parte del suo arsenale dalla base sita vicino alla cittadina di Adana, nel sud est della Turchia.

Sanzioni sì o sanzioni no?

A quanto pare la Casa Bianca sembra essersi recentemente decisa per elevare sanzioni alla Turchia. Nella giornata di domenica 14 luglio, l’amministrazione Usa avrebbe deciso di elevare il primo di tre livelli sanzionatori verso la Turchia come da decreto Caatsa. Tali sanzioni però, non sono ancora state ratificate dal presidente Trump, che, come riporta Bloomberg, dovrebbe decidere entro la fine di questa settimana. Il piano sanzionatorio è stato infatti discusso, come da prassi, solo da ufficiali del Dipartimento di Stato e della Difesa e dal Consiglio di Sicurezza nazionale.

Washington è infatti con le spalle al muro: la decisione di Ankara di proseguire nell’acquisto, divenuto esecutivo, degli S-400 ha messo sotto scacco l’amministrazione americana che, arrivata a questo punto, non può esimersi dall’elevare sanzioni internazionali verso un suo alleato della Nato, facendone un caso senza precedenti nella storia 70ennale dell’Alleanza Atlantica.

In gioco non c’è solo la sicurezza dei sistemi dell’Alleanza messi in pericolo dall’integrazione degli S-400 – e dal personale russo che per mesi affiancherà quello turco – ma la stessa credibilità degli Stati Uniti, che, qualora decidessero di non proseguire con i procedimenti sanzionatori, rischierebbero di vedersi messi all’angolo dai quei Paesi europei che sono titubanti nel risottoporre l’Iran al regime della sanzioni terminato con la firma del Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano, fortemente voluto da Washington.

India, Arabia Saudita e lo stesso Iraq rappresentano dei casi a sé stanti, perfino lontani, come abbiamo avuto modo di dire, ma la Turchia è vicina ed essendo strettamente legata all’Europa viene vista come cartina tornasole della politica americana da parte degli Alleati europei: per quale motivo, infatti, l’Ue dovrebbero accodarsi alla decisione di Washington di isolare l’Iran – con notevoli ripercussioni economiche – qualora la Casa Bianca dovesse decidere di non perseguire la Turchia per proprio interesse strategico?