L’esplosione della pandemia di Covid19 ha messo in allerta la Russia per via della presenza capillare di bio-laboratori statunitensi nello spazio post-sovietico; questa è la ragione per cui si è deciso di appoggiare la guerra della narrativa cinese sul virus, con annessa la richiesta di trasparenza su tali centri di ricerca. Il Cremlino vorrebbe sapere quali attività vengano condotte all’interno di queste strutture, perché eventuali incidenti, come la fuga di virus, rappresenterebbero un grave rischio sanitario ai confini della federazione russa.

Il caso della Georgia

La sera del 28 maggio, il governo georgiano ha acconsentito ufficialmente a dare seguito alla richiesta del Cremlino di aprire le porte del Centro di Ricerca per la Salute Pubblica Richard Lugar, un laboratorio aperto con capitali statunitensi e sulle cui attività i russi stanno indagando da diverso tempo. I russi avranno accesso ad ogni angolo della struttura, ed anche all’intera documentazione, ma ad una sola condizione: dovranno essere parte di una più ampia delegazione multinazionale, agente nel quadro e nella giurisdizione della Convenzione sulle Armi Biologiche delle Nazioni Unite, perché a nessuna missione composta esclusivamente da personale russo verrà garantita l’entrata.

La condizione imposta da Tbilisi non è particolarmente rigida e neanche limitante ed il via libera avviene a pochi giorni di distanza dall’inoltro della richiesta presentato dal ministero degli esteri russo, perciò si tratta di un importante successo diplomatico per il Cremlino che, negli anni passati, aveva già avanzato la stessa domanda ma invano. La visita potrebbe materializzarsi a breve, ossia entro luglio od agosto; l’unica cosa di cui ha bisogno Mosca è il supporto di altri paesi ed il clima internazionale creato dal Covid-19 potrebbe giocare a suo favore.

La celerità con cui il Cremlino vorrebbe visitare il centro e le diverse domande avanzate negli anni recenti sono la manifestazione del grande interesse verso questo laboratorio, visto dai russi con perplessità sin dalla sua costruzione nel 2011. Il centro Richard Lugar si trova nei pressi dell’aeroporto internazionale di Tbilisi ed è stato aperto come parte di un programma federale statunitense sullo studio delle minacce biologiche. Il Cremlino ha iniziato a inoltrare richieste esplicite di chiarimenti e, possibilmente, visite dirette, a partire dal 2018, anno in cui Igor Giorgadze, ex ministro della sicurezza, ha dichiarato di avere prove sul fatto che si stessero conducendo “esperimenti pericolosi” effettuati su cavie umane.

Tbilisi ha sempre respinto le accuse di Giorgadze, ritenendole prive di fondamento, e afferma periodicamente che il laboratorio è una proprietà esclusiva georgiana, all’interno della quale il personale statunitense “non può condurre indipendentemente nessuna ricerca”.

In Russia, comunque, continua a prevalere l’ipotesi di complotto che, ad aprile, è stata rilanciata da Maria Zakharova, la portavoce della diplomazia del Cremlino: “Non possiamo escludere che gli americani usino questi laboratori in paesi terzi per sviluppare e modificare vari agenti patogeni, magari per scopi militari […] Inoltre, secondo dei rapporti recenti, ufficiali di alto livello del Pentagono lo hanno visitato [il Richard Lugar] per offrire alle autorità georgiane di espandere il raggio della ricerca. Naturalmente, non possiamo ignorare il fatto che gli americani stanno sviluppando un’infrastruttura dal pericoloso potenziale biologico in prossimità dei confini russi”.

La situazione nello spazio post-sovietico

All’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno iniziato a costruire decine di laboratori per la ricerca sulle bio-armi nel Caucaso meridionale e in Asia centrale come parte del programma Nunn-Lugar sulla riduzione della minaccia biologica. Lo scopo ufficiale di questo programma, che prende il nome dai senatori Samuel Nunn Jr e Richard Lugar, era l’invio di personale esperto sul campo per scoprire a quali armi biologiche avessero lavorato i sovietici nel corso della guerra fredda, raccogliendo materiale, tecnologia, campioni e, possibilmente, evitare la proliferazione di bio-armi in una regione tanto instabile e casa di potenti organizzazioni terroristiche legate all’internazionale jihadista.

La Russia, una volta superata la difficile transizione post-sovietica degli anni ’90, ha iniziato a denunciare il programma Nunn-Lugar, ritenendo una minaccia esistenziale la presenza di un numero non quantificabile di bio-laboratori lungo i propri confini, più precisamente in Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakistan, Ucraina ed Uzbekistan.

Le denunce di Giorgadze hanno dato impulso alla formulazione di un’agenda sui cosiddetti “laboratori Lugar”. Nel giugno 2018, Mosca ha sollevato la questione ad un incontro fra i ministri degli esteri dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva. Nell’aprile dell’anno seguente, invece, il ministro della difesa russo, Sergei Shoigu, ha portato l’argomento al tavolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

L’Armenia è stata, finora, il primo ed unico paese dello spazio post-sovietico a fornire rassicurazioni allo storico alleato. Una squadra di specialisti russi ha visitato uno dei laboratori Lugar presenti nel paese nel 2018, e trattative sono in corso per ampliare la collaborazione bilaterale nei campi della prevenzione e della sicurezza biologica e chimica.

Il Kazakistan ha aperto le porte di un laboratorio ad una missione russa nell’estate 2018 ma si è trattato di una visita guidata. La Russia, invece, vorrebbe avere l’accesso completo alle strutture, oltre alla possibilità di studiare la documentazione in maniera indipendente, perciò nel corso della pandemia di Covid19 sono riniziate le pressioni sul gigante centro-asiatico, dal cui prezioso supporto dipende il successo di un effetto a catena negli altri -stan.

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