A pochi giorni di distanza dalla conclusione dello storico accordo di pace fra Emirati Arabi Uniti e Israele emerge una notizia al tempo stesso inattesa e prevedibile: da più di un anno il Mossad avrebbe smesso di considerare l’Iran quale principale minaccia alla sicurezza nazionale del Paese, in parte perché in costante declino dopo anni di pressioni e guerre per procura e in parte perché surclassato dall’ascesa di una potenza ritenuta molto più pericolosa in quanto  ramificata internazionalmente, tendente al muscolarismo e vicina geograficamente, la Turchia.

Il parere del direttore del Mossad

Yossi Cohen è un nome che potrebbe suonare poco conosciuto e, in effetti, non gode della popolarità che meriterebbe, trattandosi di un personaggio che agisce nel dietro le quinte del palcoscenico mondiale e che non è abituato a comparse pubbliche e a rilasciare interviste. Ciononostante, Cohen è uno degli uomini più potenti del Medio Oriente: dal 2016 è il direttore del Mossad, il servizio segreto estero di Israele, ed è colui che ha reso possibile ogni successo ottenuto in campo internazionale da Benjamin Netanyahu, dall’apertura di un fronte diplomatico contro Hezbollah in America Latina e nell’Unione Europea al compattamento definitivo di un fronte filo-israeliano nel mondo arabo, culminato nei recenti accordi di pace con il governo di Abu Dhabi.

Per via delle sue capacità e del rispetto di cui gode, in patria e all’estero, Cohen viene ritenuto uno dei candidati più papabili e idonei al ruolo di primo ministro nel dopo-Netanyahu, e nel 2019 è stato eletto “l’ebreo più influente dell’anno” dal The Jerusalem Post per via degli storici traguardi che Tel Aviv ha ottenuto da quando ha assunto la guida del Mossad.

Per via del ruolo ricoperto, che esige accortezza e riservatezza, Cohen non è solito parlare con la stampa o con il pubblico di ciò che sta facendo il Mossad o di quelle che sono le sue opinioni in politica estera ma, nei giorni successivi all’accordo con Abu Dhabi e alla scoperta che Ankara starebbe concedendo la cittadinanza a degli esponenti di Hamas, hanno iniziato a circolare alcune sue dichiarazioni molto significative – e, conoscendo il funzionamento dei servizi segreti, tale diffusione di informazioni potrebbe non essere avvenuta per caso.

Secondo quanto riportato dal The Times, durante una quadrilaterale con i vertici dei servizi segreti egiziani, emiratini e sauditi, avvenuta a Riad nel dicembre 2018 e a lungo rumoreggiata, ma la cui ufficialità è stata confermata soltanto ora, Cohen avrebbe illustrato la possibile evoluzione delle dinamiche mediorientali, rigettando lo scenario secondo cui l’Iran continuerà a rappresentare una minaccia per il blocco arabo-israeliano nel lungo termine.

Secondo Cohen, “il potere iraniano è fragile […] la vera minaccia, adesso, proviene dalla Turchia”. Il direttore del Mossad, una volta ottenuto il riscontro positivo da parte degli interlocutori, avrebbe quindi esposto un piano in quattro punti funzionale allo spostamento del focus dell’azione da Teheran ad Ankara.

Contrariamente all’Iran, che “può essere contenuto militarmente”, la “Turchia ha delle capacità di gran lunga superiori”, perciò la vittoria nello scontro egemonico in divenire potrà essere ottenuta soltanto giocando di anticipo e agendo in maniera coordinata.

Il primo punto consisterebbe nell’aiutare l’amministrazione Trump ad avviare definitivamente la ritirata strategica dall’Afganistan, utile ad un riposizionamento di truppe in teatri indicati dall’asse arabo-israeliano.

Il secondo punto riguarderebbe l’Iraq, un teatro esposto in maniera eguale e simultanea tanto all’influenza turca che a quella iraniana. Mentre la seconda è concentrata sulla comunità sciita, la prima sta venendo esercitata sui sunniti, in particolare sui partiti politici che li rappresentano; Israele e petromonarchie dovrebbero quindi “controllare la carta sunnita” e toglierla dalle mani di Ankara. L’aumento dell’esposizione saudita nel Paese, fino ad oggi letta in chiave anti-iraniana, andrebbe quindi rivista e inserita in questo più ampio contesto di ripensamento strategico fino ad oggi ignorato.

Il terzo punto sarebbe ancora più ambizioso: sfruttare l’astro di Riad sulla Lega Araba per ristabilire piene relazioni diplomatiche con la Siria di Bashar al-Assad, disorientando il presidente affinché “usi gli iraniani [ndr. contro i turchi] in luogo di essere usato da loro”. In pratica, il piano di Cohen consisterebbe nel mettere turchi e iraniani gli uni contro gli altri, sfruttando le divergenze esistenti e indebolendo il protettorato informale che Ankara ha costruito sulla parte settentrionale del Paese con la scusante della minaccia curda.

L’ultimo punto prevederebbe la riesumazione di un’arma classica: i curdi. Contrariamente al passato, in cui il movimento curdo ha condotto operazioni terroristiche all’interno della Turchia, l’idea sarebbe quella di utilizzare le cellule e i battaglioni stanziati fra Iraq e Siria per obbligare Recep Tayyip Erdogan ad una guerra di logoramento su terreni stranieri, contro un nemico, i curdi, certamente conosciuto, ma forte dell’appoggio del blocco arabo-israeliano.

La corsa della Turchia per l’egemonia regionale

Il piano che avrebbe presentato Cohen, l’uomo più potente di Israele, è indubbiamente importante ed è la prova che in Medio Oriente sta per nascere un nuovo scontro, potenzialmente più destabilizzante della guerra fredda combattuta dal 1979 ad oggi fra l’asse Iran-Hezbollah e la triade Stati Uniti-Israele-Arabia Saudita. L’accordo con gli Emirati Arabi Uniti, riflesso di una rivoluzione diplomatica che si appresta a travolgere l’intero mondo arabo, non è stato formulato soltanto in funzione anti-iraniana ma anche, e soprattutto, in chiave antiturca.

Infatti, l’Iran rappresenta ormai una potenza in declino, una minaccia sicuramente reale ma molto più limitata che in passato, poiché è stato impossibilitato alla conduzione di azioni realmente pericolose per la sicurezza nazionale di Tel Aviv dall’eliminazione del generale Qasem Soleimani e di altri uomini-chiave, dalla continua e fitta campagna di azioni chirurgiche contro i propri arsenali e centri operativi tra Siria e Iraq, e dal recente sciame di attacchi cibernetici e sabotaggi che sta privando il Paese di preziose infrastrutture strategiche.

La Turchia, invece, è una grande potenza in divenire che, nell’ultimo decennio, ha costruito una rete di potere e influenza estesa sull’intera Eurafrasia, dai Balcani alle Filippine, passando per l’Asia centrale e per una parte significativa dell’Africa ex coloniale francese e italiana. Mentre le direttrici panturche e turaniche hanno condotto Ankara ad infiltrare il mondo russo in frantumi, neo-ottomanesimo e nazionalismo islamico hanno avuto come primaria conseguenza la trasformazione di Erdogan nel condottiero della umma, la comunità musulmana mondiale, un’immagine consolidata da anni di meticolosa diplomazia umanitaria, costruzione di moschee in tutto il mondo e implementazione di politiche e iniziative filo-islamiche, ultima in ordine di tempo il ritorno di Santa Sofia ad essere Ayasofya.

Il motivo per cui Israele e Turchia, nello stato attuale delle cose, non possono coesistere è molto semplice: le ideologie politiche che guidano l’agenda interna ed esterna dei due Paesi sono inconciliabili, frutto di inevitabili contraddizioni e incomprensioni che sul piano politico assumono la forma di veri e propri conflitti. Erdogan è l’espressione di uno stato profondo inestricabilmente legato ad una certa visione dell’islam e del ruolo di Ankara nel mondo che neanche decenni di kemalismo e occidentalizzazione coercitiva hanno potuto annichilire, e ha iniziato a svelare la vera natura del proprio progetto di rinascita neo-imperiale soltanto negli anni recenti – non per incoerenza, o trasformismo, ma per lungimiranza.

Infatti, l’agenda domestica ed estera di Erdogan è stata rivelata al pubblico di pari passo con l’indebolimento del potere kemalista all’interno delle strutture-chiave del Paese, in primis le forze armate, nella consapevolezza che azioni azzardate avrebbero potuto determinare un intervento da parte dei custodi della rivoluzione laica, costringendolo a uscire di scena, proprio come accaduto al suo mentore, Necmettin Erbakan.

Il futuro del Medio Oriente non si deciderà quindi a Teheran, ma ad Ankara. I presupposti per la conversione della Sublime Porta nel nemico numero uno di Israele, con conseguente nascita di uno scontro egemonico su larga scala, vi sono tutti: l’inconciliabilità delle loro ideologie politiche, la formazione di una divisione bipolare nel mondo musulmano, con un blocco asiatico a guida turca ed uno arabo a guida petromonarchica, la crescita dei dissapori tra i rispettivi servizi segreti, le ambizioni nucleari di Erdogan, l’entrata della Fratellanza Musulmana, di Hamas e delle organizzazioni palestinesi sotto l’ombrello protettivo turco e, ultimo ma non meno importante, l’anelo di “liberare Gerusalemme” espresso in occasione della cerimonia inaugurale di Ayasofya, un vero e proprio avvertimento lanciato all’indirizzo di Tel Aviv.

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