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La stagione delle guerre per il dominio sull’Artico è appena iniziata, e mentre Russia e Cina stanno lavorando congiuntamente allo sviluppo infrastrutturale ed economico della gigantesca regione, ricca di risorse naturali e beni strategici, con l’obiettivo recondito di realizzare la rotta del mare del Nord, gli Stati Uniti entrano in partita in ritardo e con l’ambizione di sfidare la legittimità delle rivendicazioni di sovranità russe sulla tratta commerciale in divenire.

La rotta della discordia

Fino ad oggi impraticabile a causa della presenza dei cosiddetti ghiacci perenni, la rotta del mare del Nord potrebbe diventare realtà nei prossimi anni per via degli sconvolgimenti ambientali causati dal surriscaldamento climatico globale, aprendo alla definitiva realizzazione del passaggio a nord-est. Quest’ultimo è un sogno che affonda le origini in epoca pre-zarista, fu originariamente proposto dal pensatore e diplomatico russo Dmitriy Gerasimov nel 1525 per trasformare la Terza Roma nel punto di connessione fra l’Atlantico ed il Pacifico.

Lo stesso padre della Russia contemporanea, lo zar Pietro il grande, era ossessionato dall’idea di sviluppare la rotta e fra il 1725 ed il 1730 organizzò una serie di spedizioni tese a mappare il polo nord e scoprire eventuali punti scoperti dai ghiacci, sfruttabili per consentire il transito di navi commerciali.

Puri e semplici sogni, almeno fino a quando il cambiamento climatico non ha reso possibile un evento straordinario, soltanto due anni fa’: l’attraversamento della rotta marittima del Nord da parte di una metaniera russa, la Christophe de Margerie, senza l’ausilio di mezzi rompighiaccio. La nave, che trasportava gas naturale liquefatto, ha completato la tratta Norvegia-Corea del Sud in soli 19 giorni, ossia impiegando il 30% in meno rispetto alle tempistiche obbligate della circumnavigazione dell’Asia meridionale.

Il piano di Washington

Ciò che Russia e Cina vedono, giustamente, come un’opportunità unica, carica di ripercussioni epiche, poiché destinata a scardinare l’attuale assetto delle rotte commerciali internazionali in favore di un nuovo ordine russo-centrico, per gli Stati Uniti è una minaccia alla sicurezza nazionale multidimensionale.

Infatti, la Russia sta già beneficiando dei cambiamenti in corso fra i ghiacci, sfruttando intensivamente le risorse ivi contenute, con l’obiettivo di inondare i mercati emergenti asiatici di tonnellate di gas naturale liquefatto a prezzi politici e re-investire i proventi nella modernizzazione e nella diversificazione dell’economia e nel potenziamento dell’apparato difensivo, e costruendo avamposti militari in punti sempre più inoltrati, quindi elevando la minaccia bellica nella regione.

La strategia di Mosca è chiara: appaltare a Pechino una parte della costruzione della rotta commerciale, ottenendo in cambio miliardi di rubli in profitti per via della rendita di posizione. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto dei mari, infatti, la Russia gode di diritti esclusivi per quanto riguarda la rotta marittima del nord poiché giacente nelle sue acque territoriali. Il paese avrebbe, inoltre, dei giustificati motivi per aumentare la propria presenza militare lungo l’intera area della tratta al fine di tutelare la sicurezza delle navi in transito.

Ed è proprio su questo punto che gli Stati Uniti vogliono intervenire. L’amministrazione Trump ha ripreso in mano il fascicolo artico, come palesato dall’interesse per la Groenlandia e dalle recenti mosse in chiave anticinese nella quasi dimenticata Alaska, e il segretario di Stato Mike Pompeo sta dedicando molte energie alla questione.

Pompeo ha dichiarato che il protagonismo russo-cinese nella regione potrebbe condurre ad uno scenario conflittuale stile mar cinese meridionale, facendo esplicito riferimento alla rotta marittima del nord nel corso di una sessione del Consiglio Artico lo scorso maggio. Secondo il segretario di Stato “Mosca esige dalle altre nazioni che richiedano un permesso per passare, richiede personale marittimo russo a bordo di navi straniere, e minaccia di usare la forza militare per affondare chiunque non rispetti ciò”.

Nella stessa occasione, Pompeo ha anche riesumato la controversia con il Canada inerente la sovranità sul passaggio a nord-ovest, suscitando le proteste delle controparti di Ottawa. Gli Stati Uniti, infatti, considerano tale passaggio come acque internazionali, e non canadesi, e starebbero aspirando ad aprire la stessa disputa territoriale anche con la Russia, in sede internazionale, per contestarne le rivendicazioni sulla rotta e minarne i progetti egemonici posti in essere con la Cina.

Una rotta marittima del nord considerata come area internazionale consentirebbe agli Stati Uniti margini di manovra altrimenti impossibili, giustificando anche la presenza di navi militari battenti bandiera nazionale per scopi di ordine e controllo sul traffico marittimo. Paradossalmente, è proprio in un simile scenario che aumenterebbero la probabilità di innescare conflitti e aumentare rivalità nella regione, alla luce dell’estrema importanza da essa rivestita nella dottrina di sicurezza nazionale russa.

La più recente strategia per l’Artico elaborata dal dipartimento della difesa, pubblicata nel giugno di quest’anno, proclama quali interessi nazionali garantire “libertà di navigazione e dell’aria” nell’intera regione e sottolinea la minaccia rappresentata dalla Russia in tal senso. L’attuale segretario alla Marina, Richard V. Spencer, intervenendo sull’argomento, ha spiegato che sostiene l’idea di inviare “alcune navi” ad attraversare la rotta nell’ambito di un’operazione per la libertà di navigazione. Della stessa di opinione di Spencer è anche l’ex comandante supremo della Nato in Europa, il generale Curtis Scaparrotti, secondo il quale si dovrebbe tentare un’operazione per testare la reazione della Russia.

Lo sviluppo della rotta marittima del Nord è soltanto in fase embrionale, ma gli Stati Uniti si stanno già adoperando affinché il sogno di lunga data russo naufraghi prima di realizzarsi. Mettere alla prova la Russia nelle sue stesse acque nazionali significherebbe elevare lo scontro nell’Artico a livelli mai raggiunti fino ad oggi, perché causerebbe l’entrata in gioco del fattore militare, con conseguenze difficilmente prevedibili.