Secondo gli analisti del Pentagono, la Russia avrebbe messo in atto una strategia, attraverso finanziamenti e campagne online, per condizionare a proprio vantaggio il voto alle prossime elezioni europee il prossimo maggio, creando spazi all’interno dell’arena politica italiana.
Da Washington affermano che “la Russia non deve approfittarsi del processo democratico italiano” e lanciano un monito: “Gli italiani sono liberi di esprimere il proprio voto anche se messi al corrente di questo rischio”.
Una delle principali preoccupazioni degli Stati Uniti è che alcuni partiti legati alla cosiddetta “area sovranista” e accusati di essere vicini a Mosca possano insediarsi a Bruxelles, mettendo così a rischio gli interessi dell’Alleanza atlantica oltre a promuovere la fine delle sanzioni economiche contro Mosca.
Le accuse levate da Washington nei confronti di Mosca non possono non destare perplessità, specialmente dopo il recente esito del Russiagate che ha stabilito come non vi sia stata alcuna collusione tra Donald Trump e la Russia nelle elezioni presidenziali del 2016. Insomma, visti i precedenti – e in assenza di prove – le accuse di Washington restano teoriche.
Le preoccupazioni di Washington
Il fatto che Washington sia preoccupata per l’esito elettorale di maggio è più che comprensibile. Del resto, il ruolo degli Stati Uniti sul piano internazionale è stato notevolmente ridimensionato rispetto all’”epoca d’oro” del crollo del blocco sovietico, quando gli Usa erano unica super potenza a livello globale.
La disfatta delle forze anti Assad in Siria, la crescente influenza russa in Medio Oriente, il fiasco delle cosiddette “Primavere Arabe” appoggiate da Washington e la crisi venezuelana che sta prendendo una piega non favorevole agli Stati Uniti sono tutti elementi che preoccupano. In tutto ciò va ad aggiungersi l’accordo tra Italia e Cina per la “Nuova via della Seta“, mal digerito da Washington.
C’è poi tutta la questione legata alla Nato su cui è utile ponderare: l’Alleanza atlantica ha oggi la stessa utilità dell’epoca dei “due blocchi”? Esiste veramente un nemico ad est? O forse le dinamiche sono cambiate e la contrapposizione tra Ovest ed Est è oramai obsoleta? Non sarebbe forse più utile riorganizzare i ruoli della Nato alle nuove minacce globali quali l’estremismo islamista, il jihadismo e la criminalità organizzata transnazionale che opera fianco a fianco col terrorismo, come ad esempio i trafficanti di esseri umani?
C’è poi l’incognita turca, con Ankara che, pur essendo membro della Nato, dopo il fallito colpo di Stato del 2016, si è spostata nell’orbita di Mosca, mantenendo ancora oggi una posizione quantomeno ambigua. In aggiunta, la Turchia – pur facente parte della Coalizione anti Isis – è stata più volte presa in castagna mentre manteneva rapporti di vario tipo con i jihadisti: dalla fornitura di armi alla cura di jihadisti in territorio turco.
Interferenze e interessi: come tutto è relativo
Il fatto che tutte le potenze internazionali operino per influenzare l’arena politica e quella economica di altri Paesi a proprio vantaggio non è certo un segreto.
Il supporto statunitense agli ucraini in chiave anti russa aveva anche l’obiettivo di espandere ulteriormente la Nato verso est, mentre dal canto suo Mosca non poteva certo permettersi di perdere un territorio di tale importanza strategica ed economica.
L’intervento russo in Siria aveva l’obiettivo di salvaguardare un alleato essenziale sullo scacchiere mediorientale nonché l’unico sbocco portuale russo nel Mediterraneo, mentre gli Stati Uniti ed Israele così come turchi, sauditi e qatarioti avevano tutto l’interesse a spodestare Assad e a spezzare l’asse sciita che da Teheran arriva fino a Beirut. C’è poi tutto il dibattito relativo ai cosiddetti “ribelli moderati” che possono essere ritenuti tali in base ad esigenze politiche, ma se si va ad analizzare la componente ideologica e quella operativa, allora forse di moderato vi rimane ben poco. Alcuni diranno che Assad tortura gli oppositori, ma le malefatte dei vari jihadisti e “ribelli moderati” sono ampiamente documentate. “Buoni e cattivi” vengono spesso declinati in base ad esigenze politico-strategiche.
Le Primavere arabe sono un altro classico esempio, con l’ex amministrazione Obama che ha sostenuto da subito i Fratelli musulmani in Egitto (cosa percepibile già dal famoso discorso al Cairo di Obama nel 2009) così come negli altri Paesi colpiti dalla “rivoluzione”. Washington all’epoca arrivò al punto di continuare con il sostegno allo spodestato governo islamista di Mohamed Morsi, nonostante la mastodontica rivolta popolare che aveva portato milioni di persone in strada a chiedere la fine del governo-regime e nuove elezioni. Si arrivò al punto che l’ex ambasciatrice statunitense, Anne Patterson, fu costretta a lasciare il Cairo mentre gli egiziani nelle piazze gridavano slogan contro Washington.
Un altro scenario di riferimento è quello venezuelano: da una parte c’è Washington che ha messo in atto una campagna politica e mediatica a favore del leader dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidò; dall’altra c’è Mosca che ha tutto l’interesse a tutelare la propria presenza nel Paese e a salvaguardare il proprio alleato, al punto da inviare personale militare. Ciò, nonostante le drammatica situazione del popolo venezuelano e un leader, Nicolas Maduro, oramai quanto meno impresentabile.
C’è poi la questione libica, con Francia, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati che sostengono Haftar e la cui recente offensiva contro Al Serraj ha messo a serio rischio gli interessi italiani in Tripolitania. Se da una parte vi è dunque l’interesse a promuovere Haftar come uomo forte impegnato in chiave anti jihadista, dall’altra c’è chi preferisce mantenere buone relazioni con Tripoli per tutelare i propri interessi economici.
Il contesto europeo, specialmente in vista delle prossime elezioni di maggio, non fa eccezione e ogni attore cerca di promuovere e tutelare i propri interessi con qualsiasi mezzo: economico, politico, diplomatico e mediatico. Le accuse mosse da Washington contro Mosca e il plausibile interesse di quest’ultima alla vittoria di certe aree politiche fanno parte di quel meccanismo. Poi chiaramente è fondamentale fornire prove che sostengano le accuse, altrimenti si rischia un altro fiasco in stile Russiagate. Del resto, accusare d’interferenza un Paese terzo alle elezioni europee può anche essere a sua volta considerato un’ulteriore interferenza in un “gioco” dove nessuno degli attori coinvolti, direttamente o indirettamente, vuole uscire sconfitto.