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La Corea del Nord non è isolata, come molti credono. E non c’è solo la Cina dietro la sua economia. Un Paese non può sopravvivere senza legami con l’esterno, specialmente al giorno d’oggi, e non può sopravvivere se i lacci internazionali che legano la sua economia e che controllano il suo sistema produttivo stringono la sua possibilità di manovra. Per questo motivo, il regime di Pyongyang ha da tempo avviato una sua peculiare e interessante politica estera, soprattutto negli investimenti in Paesi terzi, che mostra un’ineffabile capacità del governo nordcoreano di inserirsi in territorio quasi impensabili rispetto alla posizione geografica e politica del regime. Legami non tutti leciti, va detto, dal momento che l’economia sommersa è l’unica che può permettere al governo nordcoreano di portare nelle casse dello Stato quei miliardi di dollari che permettono al sistema di supportare la sopravvivenza del Paese. Del resto, impossibilitati a investire e commerciare, e sottoposti a embargo commerciale, le alternative legali per il sistema industriale nordcoreano si riducono in maniera drastica. O il regime si rivoluziona, abbandonando le proprie attività ritenute illegittime dalla comunità internazionale, o l’embargo continua. Se l’embargo continua, tuttavia, l’unica via per sopravvivere è diventare un Paese che vive in un limbo composto da attività produttive e attività criminali. Un circolo vizioso che sembra non doversi interrompere.

In questo sistema di attività internazionali, la Corea del Nord ha trovato un suo territorio di “caccia” in Africa. Sono almeno 13 gli Stati africani che continuano ad avere rapporti con la Corea del Nord attraverso la Mansudae Overseas Project Group, una sorta di società-schermo per far affluire denaro in Corea del Nord attraverso progetti industriali ed edilizi nel continente africano. Stando a quanto confermato da un’inchiesta della Cnn, gli Stati in questione sono, in ordine alfabetico: Angola, Benin, Botswana, Congo, Repubblica Democratica del Congo, Guinea equatoriale, Etiopia, Madagascar, Mali, Mozambico, Namibia, Senegal e Zimbabwe. Un tempo, anche l’Egitto faceva parte di questa rete d’interessi nordcoreana in Africa, soprattutto grazie all’export di armi, ma il governo Al Sisi ha bloccato i rapporti a seguito delle pressioni internazionali.

Fra gli Stati africani che continuano ad avere rapporti economici con il governo di Pyongyang, spicca sicuramente la Namibia, che ha assunto da ani il ruolo di Paese centrale negli investimenti nordcoreani in Africa. La Mansudae Oversaes Project Group, stando alla ricerca di Global Initiative, ha ricevuto contratti da parte del governo della Namibia per la costruzione di edifici ministeriali, caserme, fabbriche di munizioni e per monumenti che riproducono il perfetto stile del socialismo nordcoreano. Secondo dati Onu, nel Paese sarebbero stati coinvolti anche lavoratori nordcoreani, che avrebbero contribuito alla costruzioni di basi militari e fabbriche di armi nel Paese nonostante l’embargo internazionale vieti tali attività produttive. Anche Etiopia, Tanzania, Repubblica democratica del Congo e Uganda hanno avuto negli anni (e alcuni continuano ad avere) rapporti di collaborazione militare con Pyongyang, soprattutto per la produzione, la vendita e l’assistenza tecnica. Il governo ugandese ha confermato che fino a settembre c’erano addestratori nordcoreani per la polizia nazionale. Mentre in Mozambico, come ricorda l’Economist in un articolo dello scorso settembre, l’arresto di due funzionari nordcoreani a Maputo sorpresi a contrabbandare corna di rinoceronte, dimostrerebbe che vi sono legami con la criminalità organizzata legata al settore del bracconaggio.

Il motivo per cui la Corea del Nord ha allacciato legami con questi Stati africani, è sicuramente da ricercare nel passato, ovvero al periodo in cui ancora governava Kim Il-sung. A quei tempi, la decolonizzazione favorì l’immagine della Corea del Nord come un modello di indipendenza rispetto alle gradi potenze economiche. A questo rapporto di “stima”, si è andato costruendo parallelamente un rapporto anche di investimento da parte di Pyongyang, soprattutto attraverso la costruzione di centrali elettriche e di fabbriche, seppur poche, che comunque hanno mostrato agli Stati africani di potersi fidare della Corea del Nord ma soprattutto di aver trovato un alleato pronto anche a immettere risorse in quei Paesi, il più delle volte poverissimi. Allo stesso tempo, la Corea del Nord, che iniziava a subire l’embargo sempre più stringente da parte del mondo occidentale, ha trovato in questi Paesi e nei loro governi un modo per raccogliere valuta straniera: attività che è divenuta vitale tanto da avere due uffici, i cosiddetti Bureau 38 e Bureau 39 creati appositamente per questo.

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