Il Mozambico è uno dei Paesi più poveri dell’Africa meridionale e del mondo intero, ma al tempo stesso è anche uno dei più ricchi in termini di dotazione di risorse naturali e metalli preziosi. Ed è precisamente per quest’ultimo motivo che le principali potenze mondiali stanno concentrando una parte rilevante delle loro agende estere nel continente nero proprio in questo Paese: chiunque riuscisse ad ottenere un posto al sole a Maputo eserciterebbe il controllo su quantità enormi di beni strategici.

L’egemonia cinese

La Cina è penetrata silenziosamente nel Paese, all’inizio degli anni 2000, attraverso una saggia e lungimirante diplomazia del corteggiamento basata su prestiti, investimenti e doni, ampiamente collaudata con successo nel resto del continente. Nel 2006, quando gli occhi dell’Occidente erano ancora saldamente fissi sulla guerra al terrorismo, Pechino annunciava l’intenzione di costruire un maxi-stadio da calcio da 70 milioni di dollari a Maputo, la capitale, proseguendo verso la lenta conquista del Paese – iniziata nel 1999 con la donazione di un nuovo palazzo per il parlamento. Il 2011, l’anno di fine lavori, ha segnato l’inizio di una stagione di cooperazione bilaterale sempre più intensa ed estesa ad ogni settore di rilevanza nazionale: energia, agricoltura, infrastrutture, cultura ed istruzione, trasporti, industria.

Nei rapporti con il Mozambico, la Cina ha tradizionalmente enfatizzato la provenienza da un passato di sottomissione al colonialismo e l’avere un’agenda politica guidata da ideali comuni, come l’anti-imperialismo, la ricerca di giustizia sociale e di indipendenza, facendo in modo di sviluppare simultaneamente i rapporti economici e di scambio culturale, seguendo un modello sostanzialmente ricalcante quello sovietico. In questo contesto si inquadrano il supporto diplomatico reciproco sui principali dossier regionali e internazionali ed anche i numerosi e regolari doni di Pechino a Maputo, come flotte di autobus moderni, tonnellate di cibo, il nuovo palazzo del parlamento, e centinaia di milioni di dollari a fondo perduto.

La Cina è riuscita ad accreditarsi come una potenza liberatrice interessata allo sviluppo di un partenariato incardinato sul mutuo rispetto e sulla pariteticità, trasformandosi nel primo investitore straniero nel Paese e aggiudicandosi gli appalti per i progetti più ambiziosi e importanti degli ultimi anni: il nuovo palazzo del parlamento, il ponte sospeso di Maputo (il più lungo dell’Africa) e la costruzione di interi quartieri in tutto il paese per risolvere l’emergenza abitativa.

Dalle infrastrutture alle risorse naturali il passo è stato relativamente breve: oggi Pechino è la vera protagonista dello sfruttamento delle principali ricchezze del paese, come il carbone, il granito, il legname, il gas, la sabbia. A proposito del legname, come già sta accadendo in Siberia, la Cina è stata accusata dall’Agenzia di Investigazione Ambientale (Eia) di alimentare la stragrande maggioranza dei disboscamenti illegali, che dal 2000 ad oggi hanno privato il paese di circa il 10% di tutte le sue foreste.

L’arrivo russo

La nuova Guerra fredda con l’Occidente ha spinto il Cremlino a orientare nuovamente le priorità strategiche dell’agenda estera, focalizzando l’attenzione sullo sviluppo di un partenariato multidimensionale e proficuo con le principali potenze emergenti eurasiatiche, ossia Cina e India, e preparando il terreno per un ritorno in grande stile in Africa.

Il continente, da cui Mosca si era ritirata all’indomani della fine della guerra fredda, è tornato nuovamente a rappresentare un luogo di interesse nazionale, come palesato dall’attivismo di Vladimir Putin nella crisi libica, dagli accordi energetici e di armi siglati con diversi paesi, e dalla prima edizione del Russia-Africa Summit, che si terrà a Sochi a fine ottobre.

Nel 2015 nella provincia di Cabo Delgado, nel nord-est del paese, è esplosa un’insorgenza islamista guidata dallo Stato Islamico e da Ansar al-Sunna, che ha colto impreparate le forze di sicurezza e si è gradualmente estesa, ponendo gravi rischi per la sicurezza nazionale. La Russia ha fatto la sua entrata a Maputo proprio nell’ambito di questo conflitto, stipulando un accordo bilaterale nel gennaio 2017, di durata quinquennale, riguardante supporto nella lotta al terrorismo attraverso spedizioni di armi ed equipaggiamento militare.

Ad agosto di quest’anno è stata diffusa la notizia secondo cui nel paese sarebbero presenti almeno 160 militari russi, che aiuterebbero le autorità locali a neutralizzare gli attacchi nella provincia, ma sia Russia che Mozambico ne hanno negato la veridicità. Il mese seguente, comunque, un elicottero Mi-17 è stato consegnato alle forze di sicurezza di Maputo, sullo sfondo dei rapporti del noto think tank “Fondazione Jamestown” circa la crescente presenza militare russa nei porti del Paese.

La Russia ha saputo sfruttare la finestra aperta dalla minaccia terroristica per tentare un riavvicinamento con il paese, con il quale i rapporti erano stati stabiliti durante la decolonizzazione, siglando accordi di collaborazione economica, educativa ed energetica. L’ultimo campo è il più significativo: in agosto Mosca ha annunciato la cancellazione del 95% del debito che il Mozambico aveva nei suoi confronti e piani di investimento per un miglioramento dell’economia attraverso lo sviluppo del settore energetico.

La Rosneft, che è già titolare di blocchi per l’esplorazione e l’estrazione petrolifera nei delta dell’Angoche e dello Zambesi, ha siglato un accordo di cooperazione con l’Istituto Nazionale del Petrolio e un memorandum con la Compagnia Nazionale degli Idrocarburi, ottenendo dei mandati esplorativi speciali per la scoperta di nuovi giacimenti con la possibilità annessa di partecipare al loro sfruttamento.

Le contromosse degli Stati Uniti

L’attenzione degli Stati Uniti e del blocco occidentale verso il paese è relativamente recente, ma l’insieme e l’intensità degli sforzi potrebbero dar luogo a scenari inaspettati già nel prossimo futuro. L’Eni e la statunitense Anadarko hanno scoperto un immenso giacimento di gas naturale nelle profondità del bacino di Rovuma, ottenendo i permessi per l’estrazione e lo sfruttamento nella cosiddetta area 4 del vasto sito. Nel bacino sarebbero contenuti circa 125 triliardi di piedi cubi di gas e le più grandi firme del settore, come ExxonMobil, insieme ad un consorzio a guida giapponese, sono già intervenute per limitare il raggio d’azione della China National Offshore Oil Corporation.

La costruzione dell’impianto dovrebbe essere ultimata entro la prima parte degli anni 2020, consentendo al Mozambico di entrare nella classifica dei primi dieci esportatori mondiali di gas liquefatto, con ricadute potenzialmente rivoluzionarie sulla sua economia sottosviluppata. Gli Stati Uniti sono decisi a svolgere un ruolo-guida in questo processo e hanno aumentato sensibilmente le pressioni sul governo di Maputo, conseguendo i primi, importanti risultati.

A inizio mese la Us Export and Import Bank ha annunciato l’accensione di un prestito da cinque miliardi di dollari per la realizzazione dell’impianto per il gas liquefatto nel bacino di Rovuma. Secondo Kimberly Reed, il presidente dell’ente, anche Cina e Russia avrebbero avanzato delle offerte di prestito al governo, perché intenzionate ad entrare nel progetto, ma senza successo.

Gli Stati Uniti hanno sferrato un attacco frontale all’egemonia cinese nel paese, e il soccorso in aiuto di altri attori occidentali potrà rivelarsi fondamentale anche in altri settori, ma per decostruire un ordine di durata ormai ventennale e ampiamente ramificato sarà necessario allargare il focus d’azione dal gas ad ogni altra dimensione toccata dal capitale cinese.