La geopolitica della corsa allo spazio
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In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa russa Sputnik il portavoce dei ribelli yemeniti Huthi, Husein Azi, ha confermato che il suo schieramentoè “pronto per una pace onorevole, che rispetti l’orgoglio del popolo yemenita e che possa mettere fine alle interferenze straniere negli affari yemeniti.” Le dichiarazioni del portavoce dei ribelli Huthi sembrano più una resa disperata nella speranza che si possa raggiungere un accordo così da limitare danni e perdite in un momento in cui l’Arabia Saudita sta consolidando la sua posizione a livello internazionale stringendo legami con le maggiori potenze mondiali. Situazione che gioca a sfavore dei ribelli sciiti Huthi, supportati da un Iran sempre più demonizzato dalla comunità internazionale, soprattutto per volontà della Casa Bianca più che di Bruxelles. 

In particolare Mohammed bin Salman dopo essere stato in visita negli Stati Uniti è arrivato ieri a Parigi – dove resterà fino al 10 aprile – per incontrare Macron; presidente francese che ha annunciato la volontà di lanciare un “nuovo partenariato strategico franco-saudita”.  Parole che per alcuni significano nuovi investimenti con gli enormi fondi dei sauditi, ma che probabilmente in Yemen sono state accolte con preoccupazione dai ribelli che vedono la loro causa scivolare inesorabilmente nell’ombra dei grandi flussi di denaro. L’erede al trono è stato accòlto con il picchetto d’onore dal ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, con cui ha discusso degli ultimi sviluppi in Siria e in Yemen, anche se non sembra che a Parigi facciano particolari pressioni su Riad per far fronte alla crisi umanitaria yemenita.

Da quando è cominciato il conflitto contro i sauditi nel 2015 sono morte 6.800 persone, 22 milioni non hanno possibilità di nutrirsi sufficientemente e 2,8 milioni di cittadini sono stati costretti ad abbandonare le loro case. Nel 2015 solo scuole e ospedali hanno subito 101 attacchi e dopo il bombardamento di due infrastrutture di Medici Senza Frontiere – il primo avvenuto il 2 dicembre 2015, il secondo il 15 agosto 2016 – l’associazione umanitaria è stata costretta ad abbandonare sei ospedali nel nord dello Yemen perché troppo a rischio. A completare un quadro di disperazione come questo, si aggiunge l’epidemia di colera che sta colpendo il Paese. 

Il già debole impegno della comunità internazionale per scongiurare la crisi umanitaria che sta colpendo lo Yemen rischia di dissolversi definitivamente mano mano che bin Salman consoliderà i rapporti tra Riad e i maggiori attori internazionali impegnati in Medio Oriente, per questo la dichiarazione di Husein Azi sembra più un grido d’aiuto disperato piuttosto che una proposta concreta di risoluzione del conflitto. Secondo il segretario alla Difesa degli Stati Uniti James Mattis  “solo lavorando con l’Arabia Saudita si può pensare di risolvere la crisi in Yemen”. Per gli Huthi però la prima condizione per pensare di accettare di scendere a patti con i sauditi è che il presidente yemenita Mansur Hadi venga deposto, mentre a Washington non hanno alcuna intenzione di defenestrare un uomo che risponde al comando dei sauditi in chiave anti-iraniana

 

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