Da alcune settimane sono in aumento le indiscrezioni secondo cui le diplomazie del Vaticano e della Repubblica Popolare Cinese sarebbero al lavoro per il rinnovo dell’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi siglato il 22 settembre 2018. I negoziati avrebbero ricevuto un impulso dall’imprevisto scoppio della pandemia, la quale si è rivelata un’occasione per testare le potenzialità di un eventuale sodalizio e ha dimostrato che la chiesa cattolica e l’impero celeste possono collaborare efficacemente ed aiutarsi in maniera concreta e reciproca.

Nonostante l’accordo sui vescovi, e il miglioramento dei rapporti bilaterali occorso durante la pandemia, le prospettive di successo dell’agenda cinese di Papa Francesco sono rimaste basse poiché è la diffidenza, e non la fiducia, che ha continuato, e continua, a caratterizzare la complicata relazione sino-cattolica. Ad alimentare ed incrementare i dubbi sulla riuscita del piano del pontefice giunge la pubblicazione di un documento di Recorded Future, un’agenzia per la sicurezza cibernetica che monitora il web, denunciante una serie di hackeraggi a scopo spionistico presumibilmente condotti da Pechino contro i computer vaticani negli ultimi tre mesi.

Le accuse

Il rapporto è stato pubblicato il 28 luglio e, in breve, afferma che gli analisti della compagnia hanno scoperto una serie di hackeraggi, e tentati hackeraggi, compiuti dai soldati cibernetici di Pechino ai danni dei server vaticani con l’intento di rubare informazioni sensibili utili per capire che clima si respira nelle stanze dei bottoni della Santa Sede e quali progetti ha il pontefice per Taiwan e Hong Kong.

Gli attacchi sarebbero cominciati a inizio maggio e avrebbero colpito le banche dati e i server del Vaticano, della diocesi di Hong Kong, del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), della Missione di Studio su Hong Kong (MSHK) e di altre organizzazioni legate alla chiesa cattolica. A compiere gli hackeraggi sarebbe stato un gruppo specializzato nella guerra informatica legato al Partito Comunista Cinese (PCC) e noto come RedDelta.

I metodi impiegati da RedDelta sarebbero stati i più comuni, e per questo anche i più sottovalutati, come l’invio di email fasulle associate alla Segreteria di Stato e l’uso di malware accuratamente nascosti per entrare negli archivi di arcivescovi ed enti. In un’occasione, gli hacker cinesi avrebbero falsificato, oppure trafugato, una lettera firmata da Pietro Parolin, il numero due del Vaticano, poi infettata con un malware ed inoltrata alla Mshk. La strategia avrebbe permesso agli agenti di Pechino di accedere alla posta della diocesi di Hong Kong, della Mshk e persino della Santa Sede; le infiltrazioni nel Pime sarebbero state tali da causare malfunzionamenti nell’utilizzo della posta per diverse settimane.

La compagnia avrebbe anche fatto luce sui malfunzionamenti e i tentativi di hackeraggio denunciati nei mesi scorsi dal sito web AsiaNews, un portale mediatico vicino al Vaticano: sarebbero stati commessi dagli agenti di RedDelta.

La conclusione del rapporto di Recorded Future è univoca: gli hacker avrebbero conseguito l’obiettivo stabilito dal Pcc, riuscendo ad accedere alla documentazione sensibile sui rapporti fra il trono petrino e i cattolici cinesi e hongkongesi e a leggere le lettere private dei principali diplomatici aventi come contenuto il rinnovo dell’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi. Per questi motivi, in sede negoziale, i portavoce di Xi potrebbero godere di una posizione di vantaggio rispetto agli omologhi vaticani.

Recorded Future: chi sono?

La Recorded Future è una compagnia privata con sede in Massachusetts che opera nei campi della sicurezza informatica e del monitoraggio del web. Ufficialmente non ha legami con il governo degli Stati Uniti, ma la tempistica con cui è stato pubblicato il rapporto, che avviene all’apice delle tensioni fra la Casa Bianca e Pechino, alimenta legittimamente i dubbi sulla sua genuinità. Questo, comunque, non significa che una campagna di attacchi non sia avvenuta, anche perché la compagnia ha presentato le prove per ogni accusa avanzata nei confronti del RedDelta.

La Santa Sede ha preferito mantenere un profilo molto basso sulla questione. Un diplomatico vaticano, parlando ai microfoni di AsiaNews sotto anonimato, si è limitato a dichiarare: “Dire che la Cina spia il Vaticano è come scoprire l’acqua calda: ormai lo spionaggio e gli hacker sono divenuti un problema internazionale con cui convivere”.

Molto più dura è stata invece la presa di posizione di Pechino. Wang Wenbin, il portavoce del ministero degli esteri, ha dichiarato che si tratta di congetture e che “dovrebbero essere presentate prove sufficienti” prima di avanzare accuse gravi quali quelle di un hackeraggio ai danni della chiesa cattolica.

Le ragioni di Pechino

Secondo Recorded Future, gli hacker cinesi non sarebbero stati mossi soltanto dal desiderio di entrare nella mente del rivale ma anche da quello di scoprire i suoi segreti, ovvero capire quale ruolo la Santa Sede ha giocato e sta giocando all’interno delle proteste di Hong Kong e quale all’interno delle chiese sotterranee. L’attenzione dedicata dagli hacker cinesi su queste ultime sarebbe “indicativa degli obiettivi del Pcc di consolidare il controllo sulla chiesa cattolica sotterranea […] e diminuire l’influenza percepita del Vaticano all’interno della comunità cattolica della Cina”.

Con il termine “chiesa sotterranea” ci si riferisce a tutte quelle comunità di cattolici che agiscono nella clandestinità per evitare la persecuzione religiosa e che vengono considerate una minaccia per la sicurezza nazionale da Pechino in quanto non censite e operanti al di fuori dei controlli orwelliani delle autorità. I numeri, del resto, parlano chiaro. Sebbene l’Associazione dei Cattolici Patriottici Cinesi (ACPC) e il Movimento delle Tre Autonomie (il principale organo di rappresentanza dei protestanti) abbiano rispettivamente 6 milioni e 500mila membri e 20 milioni di iscritti, i cattolici sarebbero verosimilmente più di 12 milioni e i protestanti sarebbero oltre quota 60 milioni.

Altre proiezioni, provenienti da centri di ricerca ed università della Cina continentale, stimano invece la comunità cristiana come compresa fra i 50 e i 130 milioni e, pur divergendo sulle sue dimensioni attuali, concordano su una previsione: entro il 2040 più di un terzo della popolazione totale potrebbe indossare una croce, ossia circa 579 milioni su 1 miliardo e 421 milioni di abitanti.

Nel Pcc vige la consapevolezza che il messaggio cristiano è portatore di un messaggio rivoluzionario che nei secoli ha rovesciato governi e riscritto l’identità di interi imperi, contribuendo in ultima istanza al crollo del blocco sovietico nell’Est Europa, e il timore che l’assenza di controllo sopra di esso possa determinare la fine dell’esperienza comunista in Cina è tale da aver convinto gli strateghi al servizio di Xi Jinping che l’unico modo per evitare un simile scenario sia la costruzione di un “cristianesimo dalle caratteristiche cinesi“, ovvero deprivato di tutti quegli elementi che lo rendono pericoloso.

Nel caso del cattolicesimo, la sinizzazione implica la riscrittura delle sacre scritture in chiave materialistica, la de-divinizzazione di Gesù e della Madonna e il rifiuto del primato petrino. Quest’ultimo è il motivo per cui il pontificato ha lottato per il raggiungimento dell’accordo del settembre 2018, che per la prima volta dal 1951 (l’anno del congelamento dei rapporti bilaterali) ha garantito al vescovo di Roma il diritto alla nomina dei vescovi, come accade nella maggior parte del mondo, e sta lavorando affinché venga rinnovato e funga da testa di ponte per la conclusione di ulteriori trattati funzionali alla fine della persecuzione anticristiana.

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