Il New York Times pubblica un lungo pezzo sulla morte di Regeni, proprio in concomitanza con il ritorno al Cairo dell’Ambasciatore italiano. L’autore dell’articolo, Declan Walsh, riporta la testimonianza di alcuni ex funzionari di Obama che avrebbero fornito “prove inconfutabili sulla responsabilità ufficiale egiziana”.

Declan afferma anche che uno degli ex funzionari statunitensi sotto Obama gli ha riferito come credesse che qualcuno “di alto grado” del governo egiziano potesse aver ordinato l’uccisione di Regeni “per mandare un messaggio ad altri stranieri e governi, cioè di smettere di giocare con la sicurezza dell’Egitto”.

Non solo, ma il giornalista del New York Times si inoltra addirittura all’interno di questioni interne al Governo italiano tirando in ballo presunte collusioni tra Eni ed esecutivo a Roma e altrettante presunte mediazioni di “spie italiane” sull’intervista fatta ad al-Sisi, ma di tutto ciò si è già parlato qui.

Andiamoci piano però, perché la credibilità dell’amministrazione Obama per quanto riguarda l’Egitto è già da tempo messa in seria discussione visto che appoggiò fino alla fine il governo dei Fratelli Musulmani, andando contro la volontà del popolo egiziano, sceso nelle piazze per chiedere elezioni anticipate dopo un anno di “regime” islamista. Si arrivò al punto che l’ex ambasciatrice americana, Anne Patterson, fu pesantemente contestata dal popolo egiziano e costretta a lasciare in gran fretta il Cairo, per aver appoggiato fino all’ultimo Morsi. La Patterson veniva del resto immortalata a suo tempo assieme all’ex guida dei Fratelli Musulmani, Mohamed Badie e più avanti, durante un evento universitario negli Stati Uniti, mentre faceva il gesto delle quattro dita di Rabaa, simbolo della protesta pro-Morsi, assieme a una sostenitrice della Fratellanza. Un gesto che vale più di mille parole. Barack Obama e Hillary Clinton divennero bersaglio della folla inferocita e scesa in piazza per chiedere nuove elezioni.

Inoltre, come illustra la giornalista Germana Leoni von Dohnanyi: “La collusione fra lo Stato Profondo (Usa) e la Fratellanza Islamica non era un segreto per nessuno e andava ben oltre lo sdoganamento di Barack Obama all’Università di al-Azhar al Cairo. La Confraternita rischiava di piantare radici anche più profonde persino alla Casa Bianca”. Il riferimento è indirizzato a Huma Mahmood Abedin, americana di origini pakistane cresciuta in Arabia Saudita, braccio destro di Hillary Clinton (era stata addirittura nominata deputy chief of staff per la Clinton presso il Dipartimento di Stato), dipendente della Clinton Foundation ma anche vice-presidente della campagna elettorale di Hillary Clinton nel 2016.

La Leoni von Dohnanyi aggiunge inoltre che la Abedin era una confidente della Clinton con tanto di accesso al suo account privato, mentre la madre, la pakistana Saleha Mahmood Abedin, era membro di spicco della sezione femminile della Fratellanza oltre che nel consiglio della International Council for Dawa and Relief.

Cos’altro si potrebbe aggiungere? Magari che nel gennaio 2015 il Dipartimento di Stato americano ospitava una delegazione di leader legati ai Fratelli Musulmani. Un membro di tale delegazione nonché membro dell’Egyptian Revolutionary Council, Walid al-Sharaby, veniva immortalato mentre faceva il segno delle quattro dita di Rabaa davanti alla bandiera statunitense e al logo del Dipartimento di Stato.

Oltre ad al-Sharaby erano presenti anche Gamal Heshmat, Abdel Mawgoud al-Dardery (due alti membri della Fratellanza) e Maha Azzam, presidente dell’Egyptian Council for Revolution (ECR), nato a Istanbul nel 2014 con l’obiettivo di contrastare il neo-presidente egiziano Abdelfattah al-Sisi.

Vi è poi il caso di Mohamed Elbiary, ex funzionario dello United States Homeland Security Department, poi costretto alle dimissioni in seguito ad alcuni suoi tweet in favore del Califfato, dei Fratelli Musulmani e contro i copti egiziani. Sotto l’Amministrazione Obama, Elibiary aveva anche fatto parte del DHS Countering Violent Extremism Working Group e del DHS Faith-Based Security and Communications Advisory Committee.

Passiamo ora all’autore del pezzo del New York Times, Daclan Walsh, corrispondente dal Cairo per il quotidiano che lo scorso 20 febbraio usciva con un articolo proprio a favore dei Fratelli Musulmani, criticando la loro messa al bando da parte di Trump; il titolo è più che eloquente: “La richiesta di messa al bando della Fratellanza da parte di Trump mette in allarme alcuni alleati arabi”. Curioso il riferimento alla Giordania dove, tale provvedimento metterebbe a repentaglio rapporti tra ufficiali americani e l’opposizione (legata alla Fratellanza). Guarda caso proprio in questi giorni si sta votando in Giordania e i Fratelli Musulmani sono una delle forze in gioco.

Poco più avanti nel pezzo Walsh tira in ballo rapporti tra Trump e al-Sisi citando il presidente egiziano in relazione a violazioni dei diritti umani. Chissà se Walsh denuncerebbe allo stesso modo le violazioni commesse dall’esecutivo di Mohamed Morsi in appena un anno di governo?

Declan Walsh è piuttosto noto anche in Pakistan dove dal gennaio 2012 diventava corrispondete del New York Times prima di venire espulso nel maggio 2013, accusato dal Ministero degli Interni di Islamabad di condurre “attività indesiderate”. Walsh veniva arrestato ed accompagnato all’aeroporto l’11 maggio 2013 ed inserito in una lista nera del governo in quanto “persona non grata”.

Il 3 luglio 2013 il quotidiano pakistano “The Tribune” rendeva noto che secondo fonti dell’intelligence pakistana Walsh era stato espulso per “falso giornalismo contro il Pakistan”, per “produzione di materiale giornalistico non accurato e per pezzi diffamatori”, oltre che per violazione sul regolamento (aveva visitato zone off-limit senza la necessaria certificazione (NOC).