Boris Johnson vince a valanga, i conservatori britannici ottengono il miglior risultato dai tempi di Margaret Thatcher nel 1983 alle elezioni politiche e asfaltano i laburisti di Jeremy Corbyn. La notizia più significativa del voto britannico del 12 dicembre non è tanto il risultato, quanto l’ampiezza del divario inflitto alla sinistra, che non crollava tanto in basso dal 1935, e le modalità con cui si è prodotta.

I Conservatori, infatti, sfondano imuro rosso del Labour Party nelle antiche roccaforti operaie e industriali, riuscendo a cavalcare l’accoppiata tra affidabilità sul completamento della Brexit e superamento della tradizionale ostilità degli abitanti della regione contro i Tory. Laddove Margaret Thatcher negli Anni Ottanta licenziava i minatori a forza, contribuendo a gettare le basi per le problematiche di disuguaglianza interna e povertà endemica del Regno Unito attuale, oggi vince BoJo, che dopo la Brexit ha promesso fondi di coesione interni, investimenti in infrastrutture, rafforzamento della sanità.

L’etoniano e oxfordiano Johnson ha sottratto al socialista Jeremy Corbyn lo scettro della working class impoverita che nel 2016 ha funto da spina dorsale per il consenso alla Brexit e ora la considera acquisita e ne chiede il perfezionamento. Il Regno Unito vuole guardare oltre. E nelle urne lo dimostra punendo severamente i Liberaldemocratici, fautori dell’annullamento immediato della Brexit, e bocciando anche Corbyn e i laburisti, tutt’altro che ambigui nella loro rottura con l’era Blair sul programma ma incapaci di capire la natura referendaria del voto.

Dalle aree del Northumberland alle Midlands e allo Yorkshire sono gli abitanti della Gran Bretagna profonda a spingere i Tory verso la maggioranza assoluta. A risultare decisiva la popolazione dimenticata, lontana dalla scintillante City di Londra, narrata nel momento della sua crisi più nera dal genio artistico del regista di sinistra Ken Loach, che in film come Piovono pietre ha descritto con crudo realismo gli effetti della disoccupazione, della povertà e dello spaesamento dei più sfortunati sudditi di Sua Maestà. Gli eroi di Ken Loach, che ha recentemente diffidato Johnson dal vedere i suoi prossimi film, scelgono il Primo ministro. Ed è un esito ancora più clamoroso del successo di Donald Trump nella Rust Belt cantata da Bruce Springsteen.

Del resto Boris Johnson è conscio di questa dinamica: nel tweet di celebrazione della vittoria appare in calce una foto che lo raffigura attorniato da operai in tuta e caschetto esibenti un cartello con la scritta “We love Boris!”.

Si crea un controsenso apparente: Corbyn e i laburisti, presentatisi con un’agenda di sinistra radicale e con un ambizioso piano di nazionalizzazioni, vincono nella Londra aspirante città-Stato e capitale globale del neoliberismo finanziario; i Conservatori, che dovevano far dimenticare l’austerità targata Cameron e May che Johnson mira a terminare, sfondano laddove il “libretto rosso” del segretario laburista avrebbe dovuto attecchire di più. Letto in chiave di approccio alla Brexit, però, lo scenario assume maggiore chiarezza. I laburisti pagano duramente l’incapacità di assumere una linea chiara e capire che Brexit significava Brexit. La working class è ostinata e non demorde: lo hanno capito, negli Anni Ottanta, i conservatori e lo capiscono ora, con durezza ancora maggiore, i laburisti.

Senza aver compreso questo dato di fatto, il Labour Party che aveva fatto della sua radicale discontinuità con la socialdemocrazia europea contemporanea la sua fiaccola è stato ridotto a una condotta elettorale non dissimile da essa. Sui laburisti convergono i consensi delle classi ad alto e medio reddito urbane, fatto estremamente palese nella capitale, mentre i pochi distretti operai a tenere con i numeri di un tempo sono quelli dove Corbyn è riuscito a liberarsi completamente della zavorra blairiana. Sunderland e Newcastle, ultima ridotta “rossa” nel Nord-Est, sono in tal senso esempi significativi. Nel Regno Unito la faglia centro-periferia si amplia, a favore però di una forza al potere da un decennio e capace di mutare fisionomia. Il 12 dicembre 2019, giorno in cui Boris Johnson si scoprì nuovo punto di riferimento della working class, sarà ricordato a lungo nella storia britannica.

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