Tra i tanti, numerosi, infiniti dossier presenti nei famigerati Epstein Files ce n’è uno particolarmente corposo che riguarda la Cina. Pochi ne hanno parlato visto che il piatto forte dell’intera vicenda contiene altri temi, da Donald Trump alla Russia di Vladimir Putin, per non parlare degli spesso torbidi rapporti esistenti tra Jeffrey Epstein e alcuni potenti della Terra.
Che cosa c’entra Pechino in tutta questa storia? La trama principale può essere sintetizzata più o meno così: il finanziere, accusato di crimini sessuali e morto in carcere per un apparente suicidio a New York nel 2019, voleva concludere affari in Cina, e per riuscirci intratteneva relazioni con Peter Mandelson e David Stern, rispettivamente un politico britannico di spicco, membro del Partito Laburista del Regno Unito, e un uomo d’affari tedesco vicino ad Andrew Mountbatten-Windsor, niente meno che l’ex Principe Andrea.
Le email presenti nei documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti mostrano e dimostrano i molteplici tentativi effettuati da Epstein per coinvolgere questi due contatti in fantomatici affari cinesi.
Stern, in quel periodo un collaboratore dell’allora Principe Andrea, consigliò al finanziare di nascondere illegalmente la sua condanna per abusi sessuali su minori per ottenere un visto per la Cina. Sarebbe stato lo stesso Epstein a rivolgersi a lui dopo che l’iniziale richiesta per ottenere un visto gli era stata respinta.
Affari in Cina
La richiesta di Epstein? Come fare ad andare in Cina. Stern ha consigliato all’assistente del finanziere di presentare la domanda direttamente all’ambasciata cinese a Parigi aggiungendo un particolare rilevante: “Sarà meglio non spuntare le caselle relative a precedenti dinieghi o accuse penali. Se farlo o meno dovrebbe essere ovviamente una decisione di J. e non mia”.
Non vi è alcuna conferma in merito al fatto che Mountbatten-Windsor fosse a conoscenza del consiglio di Stern, e non sembra che Epstein abbia effettuato la visita programmata a Pechino.
Non è però finita qui, perché Stern propose a Epstein di istituire un ufficio di investimento a Pechino per “individui ad alto reddito” e “di coinvolgere PA (abbreviazione usata dai due nella loro corrispondenza, forse riferita al Principe Andrea ndr) in modo molto discreto e di utilizzare la sua aura e il suo accesso”.
Impossibile sapere se questa idea sia stata in qualche modo sviluppata. In una email risalente al giugno 2012 si legge comunque che i due avrebbero cospirato ulteriormente per collaborare in Asia.
A caccia di investimenti in Cina
Stern scrisse a Epstein che c’erano due opzioni a disposizione. La prima: lanciare una società chiamata Serpentine Group, che sarebbe stata una “nuova società esclusivamente per questo scopo”. La seconda: utilizzare la società di Stern, Asia Gateway, che “ha una storia, una contabilità e una comprovata esperienza di clienti passati e può essere utilizzata”.
La scelta di Epstein ricadde sulla seconda ipotesi. In una lettera inviata Mountbatten-Windsor, di cui la famiglia reale era apparentemente già a conoscenza, Stern descrisse Asia Gateway come una società di consulenza con sede a South Kensington, specializzata nello “sviluppo, strutturazione e investimento in un’ampia gamma di progetti, specificamente collegati al Regno Unito”.
E Mandelson? Dopo aver lasciato il governo, il politico britannico cercò clienti cinesi per la sua società di lobbying, Global Counsel, e chiese consiglio a Epstein su come ottenere come cliente la China International Capital Corp, una delle principali banche d’investimento d’oltre Muraglia.
Quando era ministro, Mandelson presentò Epstein a Desmond Shum, uomo d’affari e sviluppatore immobiliare di Pechino che, secondo un’inchiesta del New York Times, avrebbe aiutato la famiglia dell’allora premier Wen Jiabao a occultare partecipazioni per miliardi di dollari in Ping An Insurance, uno dei maggiori gruppi finanziari cinesi.
Shum ed Epstein rimasero in contatto per anni: il primo propose al finanziere di investire in diversi progetti, tra cui un’attività bancaria offshore e piani per sviluppare hub logistici attorno agli aeroporti cinesi.
Shum sostiene che Epstein non abbia mai investito in Cina. Non sono fin qui emerse nemmeno prove che Epstein sia riuscito a concludere accordi con le élite politiche cinesi. I documenti mostrano però con chiarezza come l’ascesa del mercato cinese abbia continuato ad attrarre il finanziare fino al suo arresto, nel 2019.