Gli Emirati Arabi Uniti hanno formulato e implementato una delle campagne vaccinali più all’avanguardia ed efficaci del pianeta. Dati alla mano, invero, la piccola petromonarchia è oramai prossima al taglio del fatidico traguardo dell’immunità di gregge.

Il modello emiratino

EAU è l’acronimo con cui è universalmente conosciuta la petromonarchia ed è anche la sigla che ha connotato e contraddistinto il modello vaccinale emiratino sin dai primordi: E di efficienza, A di alacrità e U di unione.

L’efficienza si è espressa nella traslazione della strategia su calendario; calendario che è stato rispettato e seguito alla lettera grazie alla combinazione di pronto decisionismo e coesione sociale. Il governo, ad esempio, aveva comunicato a metà gennaio di avere come meta l’immunizzazione di un abitante su due entro fine marzo e ha conseguito lo scopo con due settimane di anticipo, ovverosia il 16.

L’alacrità è stata emblematizzata dalla sveltezza con cui le autorità regolatrici hanno approvato quattro vaccini per l’utilizzo (Sputnik V, AstraZeneca, Sinopharm e Pfizer) e con la quale il governo ha iniziato la campagna di immunizzazione (il 12 dicembre) e riconvertito in tempi record l’intero sistema ospedaliero nazionale, adibendo 205 strutture – sia pubbliche sia private – alla somministrazione delle dosi.

L’unità, cioè la risposta positiva della società alla campagna, ha complementato il quadro e svolto un ruolo determinante nel raggiungimento degli obiettivi prefissati. La scelta di Abu Dhabi di appaltarsi ad una molteplicità di fornitori si è rivelata fondamentale a quest’ultimo proposito, perché, oltre ad aver garantito l’accumulazione di un numero congruo di dosaggi, ha nutrito la costruzione di fiducia e consenso tra la popolazione, la quale ha potuto scegliere se vaccinarsi e, soprattutto, con cosa. Un modello, quello della diversificazione, che è stato collaudato con successo anche altrove, ad esempio in Serbia.

I numeri

Il successo effettivo e incontestabile della strategia emiratina può essere compreso pienamente dando uno sguardo ai numeri:

  • Più di un milione e 800mila persone vaccinate con Sinopharm nel primo mese di campagna;
  • Immunizzazione del 52,46% della popolazione totale entro il 16 marzo;
  • Accelerazione del ritmo delle inoculazioni una volta superata la soglia del vaccino iniettato ad un abitante su due, con 143.680 dosi somministrate nelle ventiquattro ore precedenti a venerdì 19 ed oltre sette milioni di immunizzati su un totale di quasi dieci milioni di abitanti;
  • Secondo Paese al mondo per numero di vaccinati pro capite (72 ogni 100), superato soltanto da Israele;

Arriva la “terza dose”

Il 16 marzo è avvenuto il taglio del traguardo più importante, cioè l’avvenuta vaccinazione di un abitante su due, perciò il governo, consapevole che le basi per l’immunità di gregge in tempi brevi sono state gettate ufficialmente, ha iniziato a rivolgersi a tutti quegli abitanti che, pur avendo ricevuto la doppia dose, continuano a manifestare dubbi sulla propria protezione dal Covid19. Questi, alla luce dell’elevato numero di dosi disponibili e del progresso della campagna vaccinale, potranno avere il diritto ad una terza dose.

La domanda sorge spontaneamente: il modello emiratino, non troppo dissimile da quelli israeliano e serbo, può essere esportato, replicato e/o riadattato in contesti statuali popolosi? La risposta è positiva. Perché le dimensioni demografiche contano, questo è fuori discussione, ma altrettanto importanti sono  l’orientamento alla meta, la tempestività dell’agire, l’efficienza e la lungimiranza.

La lungimiranza, da Abu Dhabi a Belgrado, ha avuto un significato preciso: diversificazione dei fornitori. Questa, infatti, oltre ad aver reso possibile l’accumulo di scorte extra, sembra aver incoraggiato le società a supportare attivamente le campagne vaccinali. In sintesi, laddove v’è libertà di scelta, nonché pluralità, si registrano e riscontrano elevati tassi di partecipazione volontaria; l’Unione Europea prenda appunti.

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