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Lontana dalle cronache internazionali di fine 2017, messa un po’ in ombra dalla situazione nordcoreana e da quanto sta accadendo in queste ore in Iran, la Libia rappresenta comunque un fronte caldo dove si sta giocando una partita fondamentale per la definizione degli equilibri strategici in Africa del Nord ed in Medio Oriente, ovverosia in quella parte di “Mediterraneo allargato” sul cui controllo sta puntando – finalmente – anche il nostro Paese. Lo sa la Francia, la nazione che fondamentalmente ha causato la destabilizzazione di Tripoli insieme agli Stati Uniti, lo sa l’Inghilterra le cui forze speciali sono quasi da subito entrate in scena in quel conflitto operando dal territorio egiziano – e questo dovrebbe porre alcune domande sul caso Regeni – lo sa anche la Russia che ha reso palese il suo supporto al Generale Haftar e si propone come nuovo attore nella regione alla ricerca di una base di appoggio in un teatro – il Mediterraneo – tornato ad essere al centro della politica internazionale delle potenze globali e regionali. 

Oltre a questi attori protagonisti, però, ci sono anche altri piccoli ruoli “di contorno” affidati a terze parti che stanno lentamente avendo sempre più peso nella questione libica. E’ il caso degli Emirati Arabi Uniti che sono stati tra i principali sostenitori militari di Haftar sin dal maggio del 2014 con l’operazione “Dignità” che ha visto anche il coinvolgimento dell’Egitto e della Giordania. Il supporto al governo di Tobruk da parte degli EAU non si è limitato al campo militare, ma da subito ha assunto il carattere multidimensionale fornendo intelligence, propaganda mediatica e soprattutto aiuti finanziari: decine di milioni di Dirham sono stati spesi da Abu Dhabi per sostenere i media schierati con Haftar che trasmettono dalla Giordania e dall’Egitto. L’impegno militare degli Emirati è andato progressivamente crescendo negli ultimi mesi, tanto da essere oggetto di osservazione da parte dell’Onu che accusa Abu Dhabi di aver ignorato e violato l’embargo sugli armamenti a cui è sottoposta la Libia: l’UNSC riporta che le forze di Haftar hanno ricevuto aviogetti, veicoli militari e sottolineano come la presenza militare degli EAU si stia radicando sul territorio con la trasformazione della base aerea di al-Khadim da mera “pista nel deserto” a una struttura che è qualcosa di più di una semplice “Forward Operating Base”.

Dal luglio del 2014 sino ad oggi, con una accelerazione a settembre del 2017, c’è stato un progressivo miglioramento ed ampliamento delle strutture della base che ora, come si evince dalle foto satellitari, costituisce un avamposto di tutto rispetto: dotata di una pista di 3600 metri di lunghezza, di un’ampia area di parcheggio anch’essa totalmente pavimentata e con 10 shelter di varie dimensioni in grado di ospitare il personale, offre anche 4 hangar medio-grandi (più due attualmente in costruzione) in grado di ospitare varie tipologie di velivoli, tra cui gli aerei da trasporto Ilyushin Il-76D. 

I lavori risultano tanto più evidenti se si confrontano con le immagini del 2016, quando la base era poco più di una pista nel deserto a 70 km a sud di Marj e da cui operavano i turboelica AT-802 ed i droni di fabbricazione cinese “Wing Long” degli EAU. Ora invece, grazie alle nuove modifiche, da al-Khadim saranno in grado di operare gli F-16, Mirage 2000 ed i Rafale di Abu Dhabi, spesso e volentieri pilotati da piloti “contractors” della ben nota società Academi, già al centro di una nostra inchiesta sulle “forze aeree mercenarie” insieme alla società canadese Discovery Air Defence.

Tali aviogetti risultano però non in grado di operare sui fronti caldi della guerra libica (Misurata, Sirte, il Fezzan), essendo questi ultimi molto lontani dalla base di al-Khadim, pertanto la base assume un carattere di “occupazione” nel quadro del mantenimento della propria influenza in un’area molto importante del mondo. Influenza che al momento risulta essere gradita anche all’Egitto in chiave di contrasto alla Fratellanza Musulmana, sostenuta invece dal Qatar recentemente al centro di una nuova crisi nell’area del Golfo.