La sinistra del partito democratico Usa, gli arabi americani e in generale gli americani di fede musulmana non condividono la politica estera dell’amministrazione Biden nei confronti del conflitto a Gaza. Nè convincono tantomeno le – tardive – prese di posizione o i “rimproveri” senza conseguenze del presidente Joe Biden e del Segretario di Stato Usa Antony Blinken – anche in sede Onu – contro il governo di Benjamin Netanyahu dopo che l’Operazione “Swords of Iron” ha superato le 30 mila vittime tra i palestinesi. All’inizio di marzo, infatti, Joe Biden aveva dichiarato che un attacco israeliano a Rafah avrebbe rappresentato una “linea rossa” invalicabile: ora, come riportato dal Wall Street Journal, gli Stati Uniti stanno cercando di dare forma all’operazione israeliana a Rafah, ma non certo di fermarla.
Secondo il quotidiano, infatti, il ministro della Difesa israeliano ha incontrato alti funzionari statunitensi a Washington dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annullato le visite dei suoi assistenti. “Il Pentagono di Biden sta aiutando Israele a pianificare un assalto a Rafah. La sua linea rossa è una luce verde” nota infatti il giornalista investigativo Aaron Maté.
Il sondaggio che stronca Biden sul Medio Oriente e Gaza
A questo punto, l’elettorato non sembra più credere alle parole del presidente Biden e dei membri della sua amministrazione. Secondo un recente sondaggio Gallup, il 55% degli americani disapprova le azioni di Israele, contro il 36% di chi invece approva l’operato di Tel Aviv; tra i democratici, ben il 75% degli intervistati disapprova l’operazione militare di Israele, contro solamente il 18% di chi invece è favorevole. Ma anche tra gli indipendenti, l’operato del governo Netanyahu è decisamente impopolare, con il 60% degli intervistati che afferma di disapprovare l’operazione militare israeliana a Gaza.
Anche se in calo, la maggioranza dei repubblicani – 64% – si dice invece favorevole alla guerra di Tel Aviv contro Hamas. Come nota Gallup, la “diffusa opposizione dei democratici alle azioni di Israele” sottolinea come la questione rappresenti un tema critico per l’amministrazione Biden. Secondo una fetta di elettori dem, infatti, l’inquilino della Casa Bianca si è dimostrato troppo allineato con la politica israeliana, “non intraprendendo azioni più incisive per promuovere un cessate il fuoco e assistere i civili palestinesi coinvolti nella zona di guerra”. In generale, i sondaggi sono pessimi per Biden: l’indice di gradimento per la sua gestione della situazione in Medio Oriente è pari infatti al 27%, secondo Gallup, non propriamente un risultato lusinghiero per un veterano della politica estera di Washington che avrebbe dovuto rimettere le cose in ordine dopo il “caos” provocato dall’ex presidente Trump.
Gli arabi americani e i musulmani mollano il presidente dem
Nel 2020, gli arabi americani hanno sostenuto in massa Joe Biden contro Donald Trump. A novembre, molto probabilmente molti di loro si asterranno dal voto. Secondo l’Arab American Institute, gli arabi americani sono circa 3,5 milioni e rappresentano circa l’1% della popolazione statunitense. Il 65% circa è cristiano, mentre il 30% circa è musulmano. Come nota Al Jazeera, Dearborn, nel Michigan, ospita la più grande comunità arabo-americana degli Stati Uniti – oltre il 40% della popolazione della città.
Anche la Georgia, la Pennsylvania, la Florida e la Virginia ospitano grandi comunità arabe. Secondo l’emittente, almeno tre di questi Stati – Georgia, Michigan e Pennsylvania – saranno fondamentali per eleggere il prossimo presidente Usa: qui il margine di consensi tra democratici e repubblicani è risicato e per Biden la mancanza di questa comunità che nel 2020 lo aveva supportato potrebbe rivelarsi se non decisiva, quantomeno estremamente problematica. Lo scorso gennaio, riporta il Guardian, l’Arab American Institute ha rilevato che solo il 17% degli arabi americani ha dichiarato che voterà per Biden a novembre, rispetto al 59% del 2020. I musulmani americani hanno avviato, nelle scorse settimane, una campagna #AbandonBiden, rivolta alle già menzionate com unità musulmane americane in Stati in bilico come Michigan, Arizona e Georgia. Non un dato confortante in vista delle elezioni presidenziali per lo staff del presidente Usa.
Le ambiguità di Trump
Durante la sua amministrazione, Donald Trump ha promosso una politica marcatamente filo-israeliana, dando il via libera, nel 2017, al trasloco dell’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme e promuovendo gli Accordi di Abramo, che hanno sancito, nel 2020, l’accordo di normalizzazione Israele-Emirati Arabi Uniti e l’accordo di normalizzazione Bahrein-Israele. Ora il tycoon ha espresso pubblicamente alcune critiche verso la politica israeliana a Gaza: il candidato repubblicano ha infatti dichiarato, nei giorni scorsi, che avrebbe reagito come Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, ma che Tel Aviv sta perdendo il sostegno internazionale e dovrebbe concludere la sua guerra contro il gruppo islamista a Gaza. A Fox News Trump ha ribadito che “bisogna finirla e farlo velocemente e tornare a un mondo di pace. Abbiamo bisogno di pace nel mondo, abbiamo bisogno di pace in Medio Oriente” non risparmiando parole dure nei confronti di Benjamin Netanyahu, peraltro non nuove all’indirizzo del premier israeliano.
I rapporti tra il magnate repubblicano e Bibi non sono buoni da tempo. All’indomani della sua sconfitta contro Joe Biden nel 2020, Trump ha infatti raccontato della telefonata di congratulazioni di Netanyahu a Biden, lamentandosi del fatto che “non aveva parlato” con il primo ministro israeliano da quando aveva lasciato il suo incarico e che poteva quindi andarsene a quel Paese, per usare un termine un’espressione politicamente corretta. Ma la posizione di Donald Trump è ricca di punti interrogativi per ciò che concerne Gaza e Israele. Il tycoon ha definito i democratici progressisti che chiedono un cessate il fuoco “pazzi” che “odiano Israele” e recentemente ha affermato che gli ebrei che votano democratici “odiano Israele” e “odiano la loro religione”. Come ricorda Responsible Statecraft, suo genero, Jared Kushner, ex consigliere di politica estera, ha lunghi legami personali con la famiglia Netanyahu. Proprio di recente ha rilasciato un’intervista all’Università di Harvard in cui ha suggerito che i rifugiati palestinesi potrebbero essere dislocati nel deserto israeliano fuori Gaza e potrebbero non tornare mai più, affermando che i palestinesi non dovrebbero avere un proprio stato.
Da un lato, dunque, Trump non vuole perdere il sostegno della maggioranza degli elettori repubblicani e di larga parte dell’establishment conservatore che sostiene da sempre Israele e l’operazione militare di Tel Aviv nella Striscia di Gaza; dall’altra, tuttavia, vuole presentarsi agli elettori come un “presidente di pace” in netta contrapposizione al suo avversario, Joe Biden. Difficile credere, tuttavia, che rispetto a quest’ultimo vi sarebbero sostanziali differenze per ciò che concerne la politica statunitense a Gaza. Il resto, come spesso accade, è propaganda.