L’uccisione per mano statunitense del generale Qasem Soleimani ha messo in allerta tutto il Medio Oriente, mentre gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza nell’area in attesa della risposta iraniana. Ma volgendo gli occhi al Paese che è diventato teatro di questo nuovo scontro per procura tra Teheran e Washington c’è un fattore che non deve essere trascurato: le proteste che da mesi infiammano le principali piazza dell’Iraq e che rischiano di essere dimenticate, oltre che represse con la forza.

Le manifestazioni

Dal primo ottobre 2019 la popolazione irachena è scesa in strada per chiedere maggiori diritti e la fine del sistema politico settario che caratterizza il Paese fin dal 2003 e che ha contribuito non solo a indebolire politicamente l’Iraq, ma anche a perpetuare la divisione lungo linee confessionali dei suoi cittadini. Il movimento di protesta si è infatti caratterizzato per l’assenza di rivendicazioni identitarie particolaristiche, promuovendo invece l’unità del popolo iracheno e la liberazione del Paese dalle influenze straniere, tanto iraniane quanto americane. Il primo successo delle proteste è arrivato con le dimissioni del premier Abdul Mahdi, uomo considerato vicino a Teheran e alla cui nomina si era giunti solo a seguito di un accordo tra due fazioni sciite più importanti, il partito Fatah e quello guidato da Moqtada al Sadr. Il vuoto di potere lasciato da Mahdi poteva essere l’occasione per affidare la carica di premier a una figura estranea ai giochi di potere che fino ad oggi hanno deciso le sorti del Paese, allontanando così l’Iraq dalla sfera di influenza iraniana e andando incontro alle richieste delle piazze. L’occasione però è andata ancora una volta perduta: i principali partiti sciiti hanno infatti propostoAsaad al-Aidani, governatore della regione di Bassora, come successore di Mahdi. Considerato uomo eccessivamente vicino all’Iran, la sua nomina ha portato il presidente Saleh a presentare le sue dimissioni e ha scatenato nuove proteste tra la popolazione, che continua a sentirsi inascoltata dai suoi rappresentanti politici.

L’attacco Usa e i suoi effetti sulle proteste

Nonostante il crescere del numero dei morti, i cittadini iracheni non hanno lasciato quelle piazze che continuano ad occupare incessantemente da ottobre, ma adesso la situazione rischia di peggiorare. L’uccisione del generale Soleimani può infatti rivelarsi fatale per le proteste, che rischiano di subire una dura repressione da parte del Governo con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale in un momento particolarmente critico. Il nuovo scontro tra Usa e Iran sembra destinato a giocarsi proprio in Iraq, tanto che il Parlamento si riunirà nelle prossime ore per decidere che posizione adottare nei confronti degli Stati Uniti e se consentire o meno alle truppe americane di restare in territorio iracheno. L’azione intrapresa da Washington rischia quindi di avvicinare ulteriormente l’Iraq all’Iran, minando tra l’altro il potenziale delle proteste e condannando a morte chi da mesi manifesta per un Paese migliore. Il rischio tra l’altro è che dalla narrazione mediatica del Pese mediorientale sparisca ogni riferimento ai movimenti che stanno cercando pacificamente di cambiare l’agenda politica dell’Iraq. Il vero pericolo per la popolazione scesa in piazza però è un altro: la repressione. Con l’acuirsi della tensione e lo spettro di un conflitto armato, chi comanda potrebbe facilmente utilizzare la minaccia esterna e il bisogno di unità per mettere a tacere ogni forma di dissenso interno. E di tutto ciò potremmo anche non sapere nulla.

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