Gli effetti dell’uccisione di Soleimani sulle elezioni israeliane

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L’uccisione di Soleimani per mano degli Stati Uniti in Iraq ha reso ancora più instabile il Medio Oriente e messo ancora di più a repentaglio la già debole sicurezza nell’area. Ma gli effetti dell’azione statunitense variano a seconda del Paese considerato e in alcuni casi possono anche avere risvolti positivi, come nel caso di Israele.

Usa e Israele

Il 3 gennaio il presidente Usa Donald Trump ha ordinato un attacco contro il generale Qassem Soleimani, una delle figure più importanti dell’Iran, dopo l’attacco da parte di milizie filo-iraniane contro l’ambasciata americana a Baghdad. Una mossa che non può non far pensare alla crisi del 1979, quando gli studenti iraniani presero in ostaggio 52 membri dell’ambasciata Usa rilasciandoli solo nel 1981. Un evento che lo stesso presidente Trump ha richiamato alla memoria poche ore dopo l’attacco contro Soleimani, avvertendo che in caso di una controffensiva iraniana le forze americane sono pronte a colpire proprio 52 siti in Iran.

Presentata all’opinione pubblica mondiale come un’azione difensiva volta a proteggere la vita degli americani e i suoi alleati medio orientali, l’uccisione di Soleimani non ha tuttavia avuto il largo sostegno che gli Stati Uniti speravano a livello internazionale. Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha infatti sottolineato come gli Stati Uniti si aspettassero di più dai loro alleati europei dato che – a suo dire – le azioni americane avevano salvato anche la vita dei cittadini dell’Ue. Altri Stati hanno invece plaudito alla dimostrazione di forza statunitense: il primo a schierarsi con Washington è stato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’unico a quanto pare ad essere stato avvisato per tempo dagli Usa del loro piano.

Gli effetti sulle elezioni israeliane

L’uccisione del generale iraniano è per certi versi un bene per lo Stato ebraico, che ha visto scomparire uno dei suoi più grandi nemici di sempre, ma l’azione americana avrà degli importanti effetti anche sulle elezioni israeliane. Il 2 marzo i cittadini di Israele torneranno alle urne per la terza volta in un anno e Netanyahu sta cercando in tutti i modi di conservare il proprio potere e di tornare a ricoprire la carica di premier nel prossimo futuro. Un obiettivo non facile da raggiungere, soprattutto a causa dei suoi problemi giudiziari da tempo al centro del dibattito politico e che hanno messo a repentaglio anche il suo ruolo di leader del Likud. La morte di Soleimani cambia però le carte in tavola. Adesso il tema principale dell’agenda israeliana è tornato ad essere quello della sicurezza, dato che uno degli obiettivi della vendetta iraniana potrebbe essere proprio Israele. Netanyahu tra l’altro è sempre stato uno dei maggiori accusatori dell’Iran, avendo più volte messo in guardia gli altri Stati circa la pericolosità di Teheran in generale e del suo progetto nucleare in particolare. Adesso, con l’uccisione di Soleimani e le conseguenti minacce iraniane, il leader del Likud spera di avere un ritorno politico dalla sua posizione anti-Iran e dalla sua amicizia con il presidente Trump. Secondo i columnist dei maggiori giornali israeliani, la morte del capo dei Quds ha inoltre avuto degli effetti negativi sul partito Blu&Bianco. Anche Benny Gantz si è dovuto congratulare con gli Usa per l’azione compiuta, anche se con toni meno entusiastici rispetto a quelli di Netanyahu. Così facendo però si è alienato i rappresentati della Lista Araba Unita, possibili alleati nelle prossime elezioni e contrariati dall’azione americana in territorio iracheno. È anche vero però che mancano ancora tre mesi al voto e fino a quel momento la situazione per Netanyahu potrebbe essere nuovamente critica, con gli elettori che avranno ormai dimenticato l’uccisione di Soleimani. Tutto dipenderà dalla capacità dell’attuale premier di continuare a insistere sul tema della sicurezza e da quelle che saranno effettivamente le prossime mosse dell’Iran nella regione.