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Spesso, in Asia, ciò che di noi vogliamo mostrare agli altri non rappresenta necessariamente quello che realmente siamo. Questo concetto vale per i comuni cittadini ma anche per le più grandi personalità che ricoprono ruoli istituzionali chiave, come i politici, manager e funzionari vari. Ogni persona costruisce un involucro che separa l’immagine artificiale da offrire al pubblico dalla parte più intima che resta ben nascosta nei meandri dell’individuo. Il Presidente della Cina, Xi Jinping, non è da meno: agli occhi della folla il leader cinese ha quasi un’aura divina, è risoluto, sa come comportarsi e raggiunge sempre i suoi obiettivi, sia in politica estera che in politica interna. Nelle ultime settimane c’è stato però un fatto che ha danneggiato, non si sa ancora quanto irrimediabilmente, la sua immagine: le proteste di Hong Kong.

Gli effetti delle proteste di Hong Kong

Nell’ex colonia britannica il governo locale doveva discutere la legge sull’estradizione forzata in Cina, un provvedimento che nelle intenzioni di Pechino avrebbe dovuto colmare un vuoto normativo, ma che per gli hongkonghesi significava invece una pericolosa intrusione del Dragone nella legislazione di Hong Kong. Se la legge fosse stata approvata, i criminali fermati nel vecchio possedimento inglese sarebbero stati estradati nella Cina continentale, per essere giudicati e sanzionati in loco; per questo motivo centinaia di migliaia di cittadini hanno invaso Hong Kong per protestare contro una legge considerata liberticida. Non sono mancati scontri tra manifestanti e forze dell’ordine che, dopo giorni di tensioni, hanno spinto la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, a congelare la discussione e scusarsi con la folla. Ma il vaso di Pandora era già stato aperto e il mea culpa di Lam non è bastato a raffreddare gli animi. Hong Kong, adesso che ha “vinto”, ne approfitta per chiedere più libertà e indipendenza da Pechino.

L’immagine di Xi Jinping

Mentre Xi Jinping si trovava in Asia Centrale per impegni istituzionali, una città fondamentale per la futura Cina riunificata come Hong Kong osava ribellarsi al diktat di Pechino. Ma cosa c’entra Xi con quanto accaduto? Il Presidente, massimo rappresentante della Cina continentale, spingeva per l’approvazione della legge sull’estradizione, così come Carrie Lam. L’improvviso stop della discussione, per il potere cinese, ha lo stesso effetto di un pugno in pieno volto perché danneggia sia l’immagine di un Paese, la Cina, pacificato e unito dietro la guida di Xi Jinping, sia la stessa immagine di Xi, che per la prima volta non è riuscito (per il momento) a ottenere quello che voleva.

Taiwan ha aperto gli occhi

C’è poi un ulteriore guaio che tormenterà Xi Jinping per un po’ di tempo: gli effetti che la protesta di Hong Kong avrà su Taiwan, altro nervo scoperto della Cina. La provincia ribelle, come viene chiamata da Pechino, è ancora più facinorosa (eufemismo) e desiderosa di smarcarsi una volta per tutte dallo Stato cinese. Pechino non è dello stesso avviso e considera l’isola un suo possedimento; mettiamoci in mezzo gli Stati Uniti, pronti a sostenere la causa indipendentista di Taipei, e il mix esplosivo è fatto. Xi Jinping aveva, e presumibilmente ha tutt’ora, un piano per riprendersi Taiwan entro il 2030: il Presidente aspira alla completa riunificazione del Paese e i messaggi che fin qui ha lanciato sono chiarissimi. Se Hong Kong e Macao, pensava Xi, sono ormai tornati nell’alveo cinese, lo stesso destino toccherà presto anche a Taiwan, con le buone o con le cattive.

Un piano da rifare

Tuttavia Xi Jinping deve rivedere la strategia, visto che Hong Kong si è dimostrato più insolente del previsto. Il piano della Cina per riannettere Taiwan era convincere l’isola con il classico soft power: venite da noi perché solo noi possiamo garantirvi benessere e crescita economica continua. L’esempio a sostegno di tale tesi doveva essere proprio la ricchissima Hong Kong, una città tornata sotto il controllo cinese, pur con il suo status speciale, vetrina per quello che sarebbe dovuta diventare anche Taipei. Le proteste degli hongonghesi hanno però fatto aprire gli occhi ai taiwanesi, che se prima erano sospettosi dell’influenza cinese adesso non intendono più avere niente a che fare con Pechino. Un brutto colpo all’immagine dell’infallibile leader Xi Jinping.

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