La campagna per il referendum è stata caratterizzata da toni accesi. Accesissimi, anzi. I giornali (e le banche) si sono premurati di fare propaganda per il sì, paventando scenari apocalittici in caso di vittoria del No. Il Financial Times ha scritto che se dovesse vincere il No, ben otto banche rischiano il fallimento. “Minacce” simili erano state fatte anche per il Brexit e per il voto americano. Sondaggi e proiezioni indicavano come favoriti il “Remain” in Gran Bretagna e Hillary Clinton negli Stati Uniti. I risultati li conosciamo bene: hanno vinto il “Leave” e Donald Trump.Ma negli ultimi undici anni sono stati ben cinque i referendum che hanno messo in discussione l’Unione europea. Dalla Francia all’Olanda, passando per Italia, Grecia e Gran Bretagna.La consultazione in Italia è rilevante per l’Europa anche se il voto riguarda una questione nazionale come la riforma della Costituzione e non la carta europea bocciata da francesi e olandesi nel 2005 o l’austerity respinta dai greci l’anno scorso o, ancora, il divorzio dall’Ue sancito dai britannici agli inizi di questa estate.Il primo pesante colpo all’Europa è stato inferto dai francesi con la bocciatura della Carta comune nel referendum del 29 maggio del 2005 con il 54,87% dei “no” e il 45,13% dei “sì”. Lo schiaffo al testo a colpi di slogan contro “l’idraulico polacco” o la direttiva Bolkestein sui servizi sono state le prime avvisaglie della disaffezione che oggi cavalcano i movimenti euroscettici e i populisti.A ruota, dopo il “no” francese, è giunto quello olandese, il primo giugno 2005 con il 61,6% dei “no” alla costituzione europea contro il 38,4% dei “sì”. A dominare la campagna referendaria per il “no” c’era già il leader di destra Geert Wilders, ancora oggi capofila dei movimenti anti-Ue.Con il dossier ellenico è stata per la prima volta messa in discussione l’irreversibilità dell’Unione, linguisticamente resa con il neologismo Grexit, una crasi tra Grecia e Exit. Apice della mancanza di fiducia e disaffezione all’austerity è stato il referendum del 5 luglio 2015 nel quale i greci con il 61,31% dei voti hanno bocciato la ricetta di risanamento imposta dalla troika per concedere un nuovo piano di salvataggio ad Atene.Ma è senza dubbio la vittoria del Brexit al referendum del 23 giugno la più grave ferita inferta all’Europa, quando con il 51,9% dei voti favorevoli e il 48,1% dei contrari i britannici hanno sancito l’uscita del Regno Unito dall’Ue. Primo nel suo genere, il referendum sull’adesione rischia di rappresentare un precedente per il futuro dell’Unione.

Nel campo comunista di Goli Otok
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