Nonostante la Corea del Nord sia un regime dittatoriale e autocratico e rappresenti un mondo “ermeticamente chiuso” a causa del suo essere un Paese che si ritiene in “guerra perpetua” dal termine del conflitto che insanguinò la penisola coreana tra il 1950 ed il 1953, Pyongyang ha intessuto rapporti più o meno fruttuosi con quasi tutte le cancellerie soprattutto a partire dagli anni Settanta del secolo scorso proprio con l’avvento, alla Casa Bianca, del presidente Richard Nixon. Se prima la Corea del Nord di fatto era riconosciuta esclusivamente dai Paesi del blocco comunista, a seguito dell’apertura di Nixon alla Cina, il regime di Pyongyang cominciò, anche per non essere “tagliato fuori” dagli eventi, a intessere le prime timide relazioni diplomatiche con altre nazioni che non gravitavano nell’orbita di Mosca e del suo socialismo reale.

Come sempre accade nella diplomazia internazionale tali rapporti non sono rimasti costanti nel tempo, nemmeno con quei Paesi considerati acerrimi nemici, come la Corea del Sud, o, al contrario, alleati di riferimento come la Cina o l’Unione sovietica/Russia.

Cerchiamo quindi di ripercorrere questa fitta trama di relazioni che spesso hanno avuto risvolti sorprendenti per via di particolari congiunture storiche o prettamente economiche.

Nord vs Sud

Risulta particolarmente interessante cominciare dai rapporti tra Seul e Pyongyang, perché ci offrono la cartina tornasole di come l’incedere della storia abbia modificato, con più o meno successo, le relazioni tra due Paesi che sono ancora, di fatto, in guerra dal 1953.

Come già accennato, la vera svolta è rappresentata dalla normalizzazione diplomatica tra Stati Uniti e Cina che portò direttamente alla storica firma di un primo accordo tra Nord e Sud dove si delinearono le prime linee guida per una futura riunificazione: era il 4 luglio del 1972. Prima di quella data, tra le due Coree vigeva il rifiuto netto di di riconoscersi a vicenda che portava con sé la decisione di non intrattenere relazioni con qualsiasi altra nazione che aveva riconosciuto l’esistenza dell’una o dell’altra parte a livelli diplomatico: una prassi già vista in Europa per le due Germanie.

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Infografica di Alberto Bellotto

Il secondo punto di svolta è rappresentato dalla fine della Guerra fredda: il collasso del sistema sovietico provocò un profondo choc nella Corea del Nord che vedeva svanire improvvisamente tutti i suoi alleati strategici e commerciali, e per la prima volta il regime vide la propria stessa esistenza messa a repentaglio dalle congiunture internazionali. Allora tra Nord e Sud venne siglato un accordo di riconciliazione, non aggressione e disarmo nucleare che lasciava ben sperare per una normalizzazione dei rapporti, ma quella che possiamo chiamare prima crisi nucleare, nel 1994, riportò la penisola sull’orlo di una guerra.

Nonostante la fine del socialismo in Europa avesse fatto sparire i partner commerciali di Pyongyang spingendola verso Seul, i rapporti restarono pressoché congelati per anni, anni che furono segnati da una profonda carestia a nord del 38esimo parallelo. Nel 1998 però Seul cerca di riavvicinarsi al suo vicino di casa e con quella che si chiama “Sunshine Policy” fu levato il blocco degli investimenti nel Nord: in questi brevi anni la Corea del Sud diventa il principale partner economico di Pyongyang dopo la Cina.

Tra il 1998 ed il 2002, anno in cui la Corea del Nord entra a far parte di quello che Washington ha definito “asse del male” insieme a Iran e Iraq, le relazioni col Sud non vengono sospese: qui si apre la prima piccola frattura tra la linea politica statunitense e quella di Seul, che considera il Nord comunque fondamentale per la propria economia in quanto, geograficamente parlando, le linee commerciali terrestri verso l’Asia, obbligatoriamente passanti per Pyongyang, diventano sempre più importanti. Dal 2002 si inaugura quello che viene chiamato “Six Party Process” sulla questione nucleare, che comincia a essere sempre più centrale a livello della diplomazia internazionale, e se da un lato Seul cerchi in qualche modo di mediare tra Stati Uniti e il Nord, dall’altro condanna fermamente il programma atomico.

Sono anni in cui i rapporti oscillano tra chiusure e successive riaperture: il polo industriale condiviso di Kaesong, inaugurato nel 2003, venne chiuso e riaperto a seconda degli eventi. Anni di tensioni acuite e stemperate anche con conflitti a fuoco, ma che non hanno mai del tutto cancellato i canali diplomatici tra Nord e Sud, continuati segretamente.

Gli anni di Kim Jong-un vedono una corsa agli armamenti missilistici, e vari test nucleari, che comunque non bloccano le relazioni tra i due Paesi, sino ad arrivare al 2018: l’anno in cui avviene lo storico incontro al vertice tra i leader presso il villaggio di Panmunjeon. La chiave di lettura, quindi, è quella della ricerca di una normalizzazione tra Nord e Sud, voluta da entrambi, ma soprattutto da Seul che vorrebbe aprire la sua frontiera settentrionale, l’unica che le permette di collegarsi con il resto dell’Asia per via terrestre. Volontà che spesso, soprattutto nel recente passato, è andata in contrasto con la linea politica di Washington.

L’alleato scomodo

È difficile definire il rapporto tra Cina e Corea del Nord con un’unica parola: i due Paesi sono stati strettamente legati dalla visione ideologica e per ragioni geopolitiche sin dai tempi del conflitto coreano, ma successivamente, e soprattutto a partire dagli anni ’70, la comunione di intenti è andata via via stemperandosi su posizioni anche contrastanti, pur sempre però nel contesto strategico generale asiatico. Si potrebbe dire che la Corea del Nord rappresenti per la Cina un “alleato scomodo” o un turbolento vicino di casa che però si difende da ingerenze esterne.

Del resto Pechino, più per ragioni geopolitiche che ideologiche, è intervenuta nel conflitto del 1950 nel momento in cui gli Alleati stavano per “concludere la partita”, determinando così, di fatto, lo stallo che caratterizza ancora oggi la Penisola. La Cina, molto più dell’Unione Sovietica, ha contribuito anche alla stabilità della Corea del Nord dal punto di vista economico, almeno sino agli anni ’70, quando avvenne un sorta di “frattura ideologica” a causa dell’avvicinamento agli Stati Uniti.

Pyongyang però vede in Pechino il suo garante “esistenziale”, l’unico cioè capace di avere un peso politico effettivo nelle relazioni internazionali con gli Stati Uniti, da sempre acerrimo nemico della Corea del Nord, anche al netto degli imbarazzi creati al dragone dal programma nucleare nordcoreano, che, lo ricordiamo, è cominciato sin quasi da subito grazie all’aiuto sovietico ma ha avuto il suo primo impulso negli anni ’80, portando alla già citata “prima crisi” del 1994.

La Cina di Xi Jinping, proprio in merito a questa tematica, è arrivata anche a partecipare alle sanzioni contro il suo alleato sin dal 2013, ma per mero calcolo geopolitico, non avendo infatti mai aderito acriticamente alle posizioni statunitensi sul nucleare coreano ed arrivando anche a minacciare il diretto intervento militare qualora Washington avesse deciso unilateralmente per un attacco preventivo nei confronti di Pyongyang al culmine della recente crisi internazionale.

L’interesse della Cina è infatti rivolto alla stabilizzazione della regione, anche a discapito del nucleare di Kim, perché vorrebbe dire poter avere la possibilità di denunciare la massiccia presenza militare statunitense e sventare il rischio di trovarsi con missili e radar avversari a pochi chilometri dai propri confini.

Tokyo e Pyongyang: l’albero della diffidenza ha radici profonde

Giappone e Corea del Nord, ma potremmo dire Giappone e Corea, sono caratterizzati da un rapporto conflittuale e di reciproca diffidenza da quando Tokyo ha invaso la penisola nel 1910. La nipponificazione della Corea, anche effettuata con la violenza, ha profondamente segnato il Paese e la popolazione che ancora oggi, anche nel Sud, ricorda l’occupazione come il secondo periodo più buio dopo il confitto del 1950.

Nonostante questo tra Giappone e Corea del Nord ci sono e ci sono stati rapporti anche commerciali, proprio a causa dell’eredità coloniale di Tokyo: i nordcoreani rimasti in Giappone dopo il Secondo Conflitto Mondiale hanno infatti dato vita a una società, chiamata Chongryun, che ha rappresentato per decenni l’unico legame tra i due Paesi. Sostanzialmente all’infuori di questa società, non sono mai esistiti rapporti che si possano definire tali sino al termine della Guerra Fredda quando si giunse alla Three-Party Joint Declaration (anche con Seul) in cui il Giappone si impegnava a scusarsi ufficialmente per l’occupazione coloniale della Penisola, a fornire una compensazione economica per quel periodo e fissava le direttive per le future relazioni diplomatiche di normalizzazione tra i due Paesi.

La prima crisi nucleare e la questione dei rapimenti perpetrati dalla Corea del Nord a danno di giapponesi usati per scopi di spionaggio (i rachijiken) non hanno fatto altro che deteriorare i rapporti sebbene il Giappone sia poi entrato nel Six Party Process, sostanzialmente abbandonato, da parte di Tokyo, proprio per l’intransigenza sui rapimenti. Gli anni più recenti sono anni sostanzialmente di “non rapporti” tra i due Paesi che si guardano reciprocamente con diffidenza: va comunque segnalata, anche in questo clima teso, la volontà di mantenere aperti dei canali diplomatici che potremmo definire “di riserva”.

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Infografica di Alberto Bellotto

Russia e Corea del Nord amici per convenienza

I rapporti tra Mosca e Pyongyang cominciano immediatamente con la fondazione della Repubblica Democratica di Corea nel 1948 e durante il conflitto del 1950 l’Unione Sovietica fece affluire armamenti al Nord attraverso la Cina. Addirittura abbiamo oggi testimonianze di come alcuni piloti sovietici abbiano combattuto nei cieli della Corea contro le forze aeree alleate.

Mosca è anche stata la fautrice del programma atomico nordcoreano: nel 1956 la Corea del Nord firmò l’atto costitutivo di cooperazione con l’Unione Sovietica per la formazione e la ricerca atomica e cominciò ad inviare in Urss tecnici e scienziati per gettare le basi del proprio programma nucleare. Qualche anno dopo, nel 1959, Pyongyang siglò con Mosca un accordo per l’uso pacifico dell’energia atomica che incluse il supporto tecnico da parte dell’Unione Sovietica per la costruzione del primo reattore di ricerca nella località di Yongbyon.

Finché è esistita l’Unione Sovietica la Corea del Nord ha avuto un altro potente alleato politico e soprattutto economico oltre la Cina sebbene tra alti e bassi che dipesero dalle aperture periodiche di Mosca con l’occidente, che implicarono un relativo isolamento della Corea del Nord sempre ferma su posizioni staliniste. Il deterioramento dei rapporti tra Mosca e Pechino spinse Pyongyang a posizioni “equidistanti” che si sono sempre risolte comunque con dei progressivi avvicinamenti verso chi forniva alla Corea del Nord aiuti più cospicui, oppure hanno spinto il regime verso chi, di volta in volta, era ideologicamente più affine.

La fine della Guerra Fredda ovviamente mutò radicalmente questo scenario, tanto che il dossier Corea del Nord non ebbe alcuna importanza per la Russia degli anni ’90 di Boris Eltsin. L’avvento di Vladimir Putin e la politica di ricostituzione dell’influenza regionale e globale della Russia da lui voluta, cambia le carte in tavola: la Corea del Nord diventa quindi occasione per ridare prestigio a Mosca proprio per via dell’annosa questione nucleare, e dall’altro lato Pyongyang sfrutta questa particolare “amicizia” per instaurare canali di aiuto economico privilegiati; aiuti che, ormai possiamo dirlo, hanno anche riguardato il programma nucleare e missilistico.

Mosca però non ha mai votato contro le risoluzioni sanzionatorie delle Nazioni Unite pur ribadendo il concetto della volontà di una risoluzione multilaterale della crisi della penisola che comprende anche le istanze di demilitarizzazione dell’area, sempre nell’ottica della stabilità regionale per i suoi confini meridionali in modo da scongiurare una massiccia presenza americana.

Il nemico imperialista per eccellenza

Se i rapporti sin qui esaminati tra la Corea del Nord e gli altri Stati lasciano intravedere comunque una certa ambiguità di fondo ed un atteggiamento ondivago a seconda delle congiunture storiche, ben più delineati e chiari appaiono quelli con gli Stati Uniti, che rappresentano per Pyongyang l’acerrimo nemico imperialista sin dal conflitto del 1950.

Durante tutto l’arco della Guerra Fredda le due nazioni non hanno praticamente mai avuto relazioni diplomatiche e Washington non ha mai riconosciuto ufficialmente l’esistenza della Corea del Nord, ma il termine della contrapposizione in blocchi aprì i timidi spiragli di dialogo, soprattutto con la presidenza Clinton, che si trovò anche a gestire la prima crisi nucleare disinnescata proprio dalla visita dell’ex presidente Jimmy Carter a Pyongyang che portò al primo vero accordo tra Usa e Corea del Nord in merito alla questione atomica (ottobre 1994).

Gli anni ’90 sono comunque costellati dall’elevazione di sanzioni internazionali verso il regime caldamente sponsorizzate dalla diplomazia americana che però, successivamente, cercò la via della normalizzazione partecipando al già citato Six Party Talks, sebbene sia stato caratterizzato da un sostanziale insuccesso.

Un fil rouge diplomatico però c’è, ed è quello della ricerca, da parte statunitense, della risoluzione delle divergenze per via diplomatica piuttosto che mostrando i muscoli dell’apparato militare, reso ancora più evidente dall’esecutivo del presidente Barack Obama: nonostante le esercitazioni militari congiunte tra le Forze Armate Usa e quelle degli alleati nell’area continuassero, e nonostante i sorvoli di bombardieri strategici concomitanti con eventi peculiari come il lancio di missili balistici nordcoreani, la politica della Casa Bianca di quegli anni prevedeva comunque una sorta di disimpegno dall’area del Pacifico Occidentale preferendo sostenere i propri alleati elargendo fondi (e armamenti) a pioggia.

Politica radicalmente cambiata con l’avvento di Donald Trump che ha ripreso decisamente in mano il dossier coreano, anche e soprattutto a fronte dello slancio di Pyongyang verso gli armamenti atomici e i missili balistici intercontinentali, spingendo decisamente sull’acceleratore dell’escalation militare. La tattica statunitense del passato recente si è basata su un crescente dispiegamento di uomini e mezzi nell’area a corollario di un linguaggio diplomatico deciso e a tratti bellicoso: una tattica, che si può definire “Carta Coreana”, che la Casa Bianca sta usando anche per risolvere la questione iraniana.

Tale dialettica ha però portato i suoi frutti: proprio nel 2018 si è giunti allo storico vertice di Singapore in cui Kim Jong-un e Donald Trump si sono incontrati per la prima volta per stabilire la via della denuclearizzazione della penisola propedeutica a un trattato di pace che manca sin dal 1953. Attualmente, però, le posizioni si sono nuovamente cristallizzate sebbene entrambe le parti non abbiano intrapreso palesi violazioni degli accordi stabiliti in quella occasione.

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