Negli ultimi anni la potenza americana ha modificato in modo notevole la sua impronta globale. Washington, soprattutto sotto la presidenza di Donald Trump, ha lavorato per ridurre il numero di boots on the ground. Non per questo però ha ridotto la sua influenza e in molti casi l’ha sostituita con supporti indiretti ai vari alleati. Uno di questi è l’addestramento di truppe e forze di sicurezza. Il problema è che in alcuni casi sembra che questo addestramento abbia aperto le porte a dei colpi di Stato.

È il caso del recente golpe in Mali, avvenuto il 18 agosto scorso. Tra gli ufficiali che hanno preso parte al colpo di Stato molti avevano ricevuto addestramento militare dagli Stati Uniti. È il caso ad esempio di Assimi Goïta, colonnello dell’esercito maliano, che è stato prima il Presidente del Comitato nazionale per la salvezza del popolo del Mali e poi vice presciente del Paese a ridosso della deposizione di Ibrahim Boubacar Keïta.

Il problema è che si tratta del secondo episodio di questo tipo. Già nel 2012 Amadou Sanogo, tra gli autori del colpo di stato che depose Amadou Toumani Touré, aveva ricevuto un addestramento dalle forze armate americane. A questo punto molti si sono chiesti se non ci possa essere una correlazione tra le forme di addestramento degli americani e la propensione ai colpi di stato.

Programmi di addestramento sempre più vasti

Tolti pochissimi Stati nel mondo, gli Usa hanno programmi di addestramento in quasi tutto il mondo. Gli interventi vengono gestiti da due dipartimenti del governo Usa, quello di Stato e quello della Difesa. Ad un primo sguardo le cifre spese sono mastodontiche, tra il 1999 e il 2016 i programmi Usa hanno coinvolto 2,4 milioni di “studenti” per una spesa che sfiora i 20 miliardi di dollari. Secondo l’ultimo dossier congiunto dei due dipartimenti “Foreign Military Training Report” la spesa complessiva per il 2018 in materia di formazione militare è stata di circa 776 milioni di dollari spesi per formare 62.700 persone di 155 Paesi diversi.

È difficile tenere traccia di tutti i programmi attivi tra i due dipartimenti dato che sono oltre una trentina. Ma uno in particolare ci aiuta ad avere un’idea di quanto si sia ampliato il settore. È il caso del programma IMET, International Military Education and Training, gestito dal dipartimento della Difesa ma finanziato dal quello di Stato. Nel 2000 il budget per questo programma era stato di circa 50 milioni di dollari, ma in un ventennio la cifra è più che raddoppiata arrivando a 111 milioni del 2018.

Se da un lato i Paesi coinvolti sono quasi 200, dall’altro molti sforzi si concentrano in alcuni contesti specifici. È il caso ad esempio dell’America centrale e dell’America Latina, del Sud-Est asiatico ma soprattutto dell’Africa, dove gli Usa addestrano personale in ben 45 Paesi su 54. La gran parte degli sforzi economici sono concentrati nell’Africa occidentale. Il Mali raccoglie la fetta più generosa 4,2 milioni, seguito Ciad (4,1), Nigeria (3,4) e Niger (3,3).

Perché potrebbe esistere una correlazione

Diversi analisti hanno provato a leggere quei numeri e i modi in cui vengono portati avanti i programmi, per capire se esista o meno una correlazione. Chiaramente una risposta univoca non c’è. Come abbiamo visto in Mali ci sono stati ben due colpi di Stato nel giro di otto anni, mentre il vicino Ciad è stato attraversato da una certa stabilità politica.

Ci sono però alcuni elementi che non possono essere sottovalutati. Secondo uno studio dei ricercatori Jesse Dillon Savage e Jonathan Caverley rispettivamente dell’Università di Melbourne e del Mit di Boston, molti programmi di addestramento dell’esercito americano creano le condizioni per attivare possibili colpi di stato.

Nel loro lavoro Dillon Savage e Caverley spiegano che per come sono disegnati i programmi di addestramento, in particolare l’IMET e quelli per l’antiterrorismo, il risultato è di creare una spaccatura tra il governo e le gerarchie militari. La loro tesi è che l’arricchimento del capitale umano dei militari aumenti la credibilità e il potere e che questo finisca col creare uno squilibrio tra le diverse forze dello Stato.

I militari coinvolti, soprattutto nel quadrante africano, sono a loro volta incentivati a partecipare a queste missioni perché l’accesso ad accademie straniere e circuiti internazionali rimangono un’ottima leva per costruire una carriera di successo. Lo stesso Goïta si è addestrato per anni al fianco delle forze americane, con la partecipazione a esercitazioni come la Flintlock in Senegal, o un seminario di 18 giorni in Florida.

Perché la causalità è difficile da mostrare

Ci sono anche diversi studi che hanno sottolineato come sia molto complesso dimostrare una correlazione causa-effetto. In primo luogo viene sottolineato come i problemi si presentino solo in alcuni programmi di supporto e addestramento specifici, come appunto l’IMET, e non per tutti gli altri. Secondo un dossier del think tank Usa Rand Corporation questo legame sarebbe molto labile.

In uno studio del 2018 relativo alle operazioni di security building in Africa vengono effettuati ampi calcoli statistici e tutti indicano come sia difficile individuare correlazioni dirette. E infatti i risultati nel vicino Ciad, secondo Paese destinatario dei fondi, fanno ben sperare in prospettiva. Questo però non significa che non esistano criticità.

Tra formazione di elite e militarizzazione della polizia

Nonostante i numeri riportino risultati contrastanti ci sono alcuni elementi che dovrebbero far suonare l’allarme a Washington. Tra questi il modo stesso in cui vengono erogati questi addestramenti. Una delle perplessità maggiori è che forse diversi programmi si concentrano su competenze tecniche e tattiche militari rispetto a come coniugare il potere militare con le norme democratiche.

Il problema, come hanno dimostrato anche le campagne militari americane in Iraq e Afghanistan, è che è molto difficile “esportare” modelli democratici in contesti molto diversi. Il Mali in questo senso è emblematico, statunitensi e europei da anni spendo nel settore della sicurezza nel Paese senza successi rilevanti.

La traiettoria intrapresa negli ultimi anni in questo tipo di addestramento ha mostrato almeno due peculiarità. La prima riguarda il fatto che si tende a privilegiare soprattutto la formazione dei corpi d’élite, vedi il caso del colonnello maliano Goïta, con il rischio concreto di creare corpi simili a guardie pretoriane più inclini a minacciare governi eletti che a proteggerli.

La seconda riguarda soprattutto la tendenza ad allargare lo spettro delle forze che partecipano ai programmi di training, coinvolgendo soprattutto la polizia. Benjamin Kenzer, ricercatore in relazioni internazionali dell’Università dell’Ohio, ha analizzato nel dettagli i programmi Usa di addestramento della polizia nel mondo e scoperto che in molti casi si sono tradotti in una maggiore militarizzazione delle autorità.

Nel 2001 la spesa per questi programmi non superava i 5 milioni di dollari, mentre nel 2018 l’addestramento di forze di polizia toccava i 146 milioni di dollari. Questi programmi sono stati attivati in oltre 90 Paesi e riguardano soprattutto America Latina, Nord Africa e Sud-est asiatico. Ma anche la polizia di Hong Kong e quella del Myanmar.

In molti casi si tratta di costi per la gestione delle crisi, inerenti all’antiterrorismo, alla professionalizzazione e alla formazione tecnica. Il problema, ha sottolineato Kenzer, e che includere la polizia in programmi di addestramento militare ha delle ricadute nella gestione dell’ordine pubblico. Quando la polizia riceve un addestramento di tipo militare, il rischio è che muti anche l’atteggiamento di fronte a situazioni di tensione, con il rischio che si creino le condizioni per azioni più repressive e violente.

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