Gli Accordi di Abramo sono i figli di un tempo preciso, che è quello della necessità storica di un riallineamento diplomatico e geopolitico tra Israele e le potenze del mondo arabo in chiave anti-iraniana e, a latere, anti-turca, ma nel medio e lungo termine potrebbero rivelarsi uno strumento utile anche per un altro scopo prioritario dell’agenda estera degli Stati Uniti: il contrasto dei piani egemonici della Cina per l’Eurafrasia, ovvero la Nuova Via della Seta.

Il controllo del filo di perle

Il quadro di alleanze scaturito dagli Accordi di Abramo permetterà agli Stati Uniti di accelerare il ritmo della ritirata strategica dall’area Medio Oriente e Nord Africa (MENA, Middle East and North Africa), o meglio il disimpegno, funzionale al rimodulamento delle forze e delle risorse nell’Asia Pacifico per aumentare il livello di pressione sulla Cina. Non è e non è mai stato soltanto l’Iran, quindi, l’obiettivo esclusivo della grande strategia dell’amministrazione Trump: ogni singola iniziativa degli ultimi quattro anni è da inserire nel più ampio contesto della competizione tra le grandi potenze e da leggere come una mossa accuratamente studiata per aumentare le probabilità di uno scacco matto nella partita a scacchi per l’Eurasia.

Potrebbe non essere una coincidenza, e probabilmente non lo è, il tempismo che lega le sollecitazioni insistenti della presidenza Trump in direzione di Israele per limitare l’esposizione del capitale cinese nei suoi porti e nelle sue infrastrutture strategiche a quelle in direzione di Arabia Saudita, Sudan e Oman. Un elemento accomuna questi ultimi tre Paesi: controllano alcuni dei passaggi fondamentali della cosiddetta “collana di perle“.

Collana di perle, in inglese String of Pearls, è un concetto geopolitico coniato negli Stati Uniti in riferimento alle presunte aspirazioni egemoniche di natura commerciale di Pechino nell’area Mar Rosso–Oceano Indiano. Secondo i sostenitori di questa teoria – che, comunque, è molto più che una semplice teoria, come dimostrato dal progetto della Nuova Via della Seta – la Cina vorrebbe ottenere il controllo completo degli avamposti portuali che connettono il Mar Cinese Meridionale al Mar Mediterraneo, ossia che collegano le fabbriche cinesi ai mercati dell’Asia meridionale, del Corno d’Africa e dell’Europa.

Le attenzioni cinesi su Gibuti, un minuscolo e apparentemente irrilevante stato incuneato tra Etiopia, Eritrea e Somalia e prospiciente sullo Yemen, si inquadrano in questo contesto di controllo vitale dei punti strategici del commercio mondiale. Non è una coincidenza che il porto del micro-stato sia dal 2013 controllato in maniera informale dalla China Merchants Port Holdings: Gibuti è il capolinea in cui termina una parte della corsa ed è anche la prima fermata verso il Mar Mediterraneo.

L’importanza del Sudan, il Paese che sta subendo le maggiori pressioni dall’amministrazione Trump per aggregarsi allo schema di Abramo, è data dalla vicinanza geografica a questo micro-stato: dopo Gibuti, infatti, si trovano Porto Sudan, Gedda, Hurghada, Eilat, Suez e, in ultima posizione, Porto Said, ossia il Mar Mediterraneo.

Boccare la Nuova Via della Seta

L’inserimento del Sudan all’interno dell’alleanza di Abramo sarà propedeutico al suo allontanamento dalla Cina, che sta tentando di conquistare spazi di manovra nel Paese per mezzo di investimenti e aiuti economici a fondo perduto. È il Sudan che si è accaparrato la maggior parte del denaro messo a disposizione durante il forum di cooperazione Cina–Africa del 2018, recipiente di almeno dieci miliardi di dollari di investimenti nell’ultima decade. Ed è sempre che il Sudan che potrebbe e dovrebbe essere utilizzato per connettere Pechino a Lagos via N’Djamena, la capitale del Ciad, e creare a tutti gli effetti un gigantesco corridoio commerciale transcontinentale eurafrasiatico.

Non è soltanto l’Iran, quindi, che guida e legittima le pressioni statunitensi sul mondo musulmano per creare un polo di potere solido e fermamente filoamericano tra Medio Oriente e Nord Africa, ma una visione di lungo termine e ad ampio respiro includente la Turchia e la Cina. Oltre a Khartoum, un attenzione di primo piano sta venendo dedicata alla questione dei porti israeliani, in particolare quello di Haifa.

L’unico modo per impedire l’estensione della Nuova Via della Seta dall’Asia all’Africa, che si appresta a diventare il cuore dell’economia mondiale di domani, è la costituzione di una forza di interposizione nella regione che separa e unisce al tempo stesso i due continenti, l’area Mena. A questo proposito è estremamente eloquente il fatto che i firmatari degli accordi di Abramo abbiano già avviato i lavori per unificare i propri mercati attraverso collegamenti marittimi, autostradali, aerei e ferroviari; e non dovrà destare sorpresa se opteranno per chiuderli al capitale cinese e/o se tenteranno di utilizzare la loro influenza nel vicinato geografico asiatico e africano per contrastare i disegni egemonici di Pechino.

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