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Il Global Compact è il nuovo grande terreno di scontro fra i due blocchi ideologici di cui si compone il mondo. Semplificando, quello che sta avvenendo in questo giorni non è altro che l’ennesima battaglia fra i due poli culturali che stanno dividendo il pianeta in due sistemi: sovranisti contro globalisti. La premessa è d’obbligo, si tratta di una semplificazione. Ma lo scontro ideologico esiste. Ed è uno scontro che ha cambiato radicalmente il quadro politico nazionale e internazionale.

L’esempio è dato dalla stessa storia del contrasto al Global Compact, visto che è stato proprio Donald Trump, con il suo avvento alla Casa Bianca, a mutare radicalmente il quadro del rapporto con il patto delle Nazioni Unite.Il 3 dicembre 2017, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato all’Onu che non avrebbe aderito al Global Compact. Un cambiamento radicale nella politica Usa sui migranti rispetto all’amministrazione precedente, visto che Barack Obama aveva spinto per l’accordo intergovernativo.

E se fino al 13 luglio scorso, giorno in cui l’Assemblea Generale ha approvato il testo finale, erano solo due i Paesi contrari, Stati Uniti e Ungheria, con l’avvicinarsi dell’appuntamento di Marrakech di dicembre, la lista delle defezioni è iniziata ad aumentare.

In Europa, a mettere in chiaro la contrarietà a questo accordo sono stati in particolare i governi del gruppo Visegrad: Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Polonia. Poi è arrivato il “no” di Austria, Bulgaria e Croazia. La Svizzera ha annunciato che non andrà al vertice in attesa di un pronunciamento del Parlamento. E l’Estonia ha dovuto affrontare anche una crisi di governo. Destino non troppo diverso da quello della Slovacchia, visto che il ministro degli Esteri, Miroslav Lajcak, ha deciso di dimettersi per protesta dopo che il Parlamento ha respinto il Global Compact. E adesso si attende la calendarizzazione del voto in Italia, dove anche qua si rischia un pericoloso scontro politico in seno alla maggioranza. E nel frattempo, fuori dal continente europeo, Israele, Brasile e Australia hanno dichiarato di non voler aderire all’accordo. 

E l’idea è che ci si trovi di fronte a una vera e propria resa dei conti fra i poli opposti del mondo, che sul tema immigrazione non rappresentano realtà geografiche, ma politiche. Ci sono due idee diverse che si stanno scontrando. E ogni Stato appare diviso, con governi lacerati al loro interno e con maggioranze che vacillano di fronte a un accordo che non piace a una larga parte degli elettori. E che ripropone in campo internazionale quello che è uno scontro che ormai caratterizza il dibattito politico interno. E che ha nell’immigrazione il tema fondamentale della sfida.

L’esempio arriva dalla Germania, dove Angela Merkel ha sostenuto da sempre il Global Compact. Ieri il Bundestag ha approvato l’accordo. La mozione unitaria del gruppo composto da Cdu e Csu è stata approvata con 372 voti a favore e 153 voti contrari;141 le astensioni. Il ministro degli Esteri Heiko Maas ha definito il Patto sui migranti “uno straordinario successo della collaborazione internazionale”.

Ma anche in questo caso, in un Paese che ha approvato formalmente il patto, è evidente che la divisione interna è enorme. E visto che sul tema migranti la Grande Coalizione è crollata in Baviera e in Assia e che è stata proprio l’immigrazione ad aver contribuito al declino di Merkel e all’ascesa di AfD e altri partiti sovranisti, è evidente che anche in questo caso esiste una spaccatura ideologica profonda e difficile da ricomporre.

La Grande Coalizione ha votato a favore: ma la Germania ha già dimostrato di averle voltato le spalle. E quello che appare come un voto “tedesco”, in realtà è il voto di una parte della Germania. Che anzi, in questi ultimi mesi si sta dimostrando sicuramente molto meno forte rispetto agli anni precedenti. E che probabilmente potrà avere il sopravvento alle prossime elezioni.

E lo scontro, anche in Germania, può essere decisivo. Non solo a destra, ma anche a sinistra, i critici nei confronti della Merkel accusano la cancelliera di aver firmato un patto che serve a tutelare se stessa, dimostrando al mondo e al suo elettorato che la sua “accoglienza” era parte integrante di un sistema internazionale voluto anche dall’Onu. 

Ma quella Germania non esiste più: c’è un altro Paese con cui fare i conti. Così come c’è un altro mondo con cui fare i conti. Ed è un realtà di cui bisogna prendere atto. Louise Arbour, rappresentante speciale dell’Onu per le migrazioni internazionali, ha detto che “l’immigrazione è una realtà”. La delegata Onu, che guiderà il vertice di Marrakech, ha detto che l’immigrazione “non è una cosa positiva o negativa, è una realtà”. Ma la realtà è anche quella di molti governi e molti elettori che contestano questo paradigma. E anche di questo bisognerà, prima o poi, prenderne atto. Prima che la frattura interna agli Stati e fra i diversi governi diventa insuperabile.