Il 9 maggio si celebra la Giornata dell’Europa ma è un’altra Europa rispetto a quella che viviamo oggi. Non è l’Europa del 9 maggio 1950, giorno in cui vi fu la dichiarazione del ministro degli Esteri francese Robert Schuman fautrice di una messa in comune degli elementi di conflittualità di ieri per costruire, un domani, un’Europa forte e vigile sulle macerie della Seconda guerra mondiale.
Non è nemmeno l’Europa del 29 giugno 1985, quando nella cornice del Castello Sforzesco di Milano il Consiglio Europeo presieduto da Bettino Craxi spinse per l’introduzione della festa nel “canone” dell’allora Comunità Economica Europea, oltre a forzare la mano al Regno Unito di Margaret Thatcher per accelerare sull’Atto Unico Europeo del 1987, preludio al Trattato di Maastricht e alla nascita dell’Unione Europea.
L’Europa mondiale di Schuman, Adenauer e De Gasperi
L’Europa di Schuman, del cancelliere tedesco Konrad Adenauer e del presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi mirava a far risorgere il Vecchio Continente dalle macerie della guerra con un’alta vocazione politica, culturale, antropologica: la messa in comune dei fattori produttivi, dalla Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio a Euratom per arrivare alla Cee, il mercato unico da costruire gradualmente come antidoto alle rivalità internazionali, la spinta alla cooperazione in nome della ricostruzione, la chiarezza dell’inserimento in un campo geopolitico (l’Occidente della Guerra Fredda) che però non impediva di sottolineare le eccellenze del portato della storia e della cultura dell’Europa, la cooperazione tra grandi culture politiche, dal popolarismo cattolico al socialismo democratico, in nome di un progetto più grande.
L’Europa di Schuman, Adenauer e De Gasperi fu ispirata da alti valori e con l’obiettivo di ricucire le ferite della “guerra civile” del 1914-1945 che aveva causato il suicidio del Vecchio Continente, e di gettare le basi della ricostruzione. Guidata da popolari e socialisti, nei trent’anni successivi l’Europa conobbe i decenni di sviluppo più impetuoso, di industrializzazione più spinta e di sviluppo commerciale più vasto e distribuito della sua storia. I padri dell’Europa unita avevano ben in mente, inoltre, che la comunità degli Stati avrebbe dovuto pensarsi come attore attivo nel mondo. Come soggetto geopolitico, diremmo oggi.
La lezione di De Gasperi al presente
Ad esempio, Marco Odorizzi su Dialoghi, rivista promossa dall’Azione Cattolica, ha ricordato che per De Gasperi “una necessità dettata da drammatiche esigenze esterne poteva tramutarsi nell’innesco di un autentico progetto di unità politica: la Comunità europea di difesa (Ced)”, per valorizzare il bene pubblico supremo, la sicurezza, senza subalternità. L’Europa come attore globale e con un fine politico: qualcosa di molto distante dall’Ue che siamo abituati a vedere oggi.
In un discorso a Strasburgo del 1951, De Gasperi elogiò la dichiarazione Schuman del 9 maggio dell’anno precedente ma invitò a concretizzarla perché “se noi non costruiremo altro che delle amministrazioni comuni senza che vi sia stata una volontà politica superiore, vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali s’incontrano, si precisano e si animano in una sintesi superiore, noi rischiamo che questa attività europea compaia al confronto delle vitalità nazionali particolari senza colore, senza vita ideale”.
Per lo statista trentino c’era un rischio, ovvero che a molti cittadini dell’Europa di domani un costrutto del genere sarebbe potuto “apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e fors’anche oppressiva“. 74 anni dopo, quelle parole colpiscono pesantemente e invitano a una seria riflessione.
Riscoprire i valori del 1950 per un mondo nel caos
L’Europa potrà celebrare le sue giornate quando sarà all’altezza dei suoi padri fondatori. Quando potrà evitare di fare distinzioni tra le violazioni dei diritti dei popoli da parte dei rivali (Vladimir Putin) e quelle degli amici (Benjamin Netanyahu e Ilham Alyiev). Quando potrà padroneggiare, come faceva ieri, le chiavi dello sviluppo e del progresso, mettendo l’economia al servizio dell’uomo, e non viceversa. Cristiano-democratici e socialisti di ieri costruirono l’economia sociale di mercato come terza via tra il capitalismo finanziario anglosassone e il socialismo sovietico nel nome del primato della persona.
Oggi, di fronte a un mondo che presenta nascenti tecno-oligarchie e progetti anarco-capitalistici negli Stati Uniti, il capitalismo guidato della Repubblica Popolare Cinese, l’economia dei rentier di Stato della Russia, le petromonarchie del Golfo e molti altri modelli accomunati dal rifiuto del primato della persona sull’economia dov’è la voce europea, dopo anni di austerità, neoliberismo e elogio della tecnocrazia? Dove sono le classi dirigenti del Vecchio Continente con l’estero vicino in fiamme? 75 anni dopo le parole di Schuman, l’Europa rischia di essere afona. Ergo ininfluente. Tra la tenaglia russo-americana su difesa e sicurezza, la sfida cinese e e il caos globale, solo riscoprendo il peso delle parole di Schuman e degli altri giganti di ieri si potrà rimettere in marcia un percorso politico-strategico di cui oggi si sente quanto mai il bisogno ma per cui, tragicamente, mancano gli interpreti.
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