I gilet gialli saranno presenti con una lista alle elezioni europee. Una notizia che, insieme a quella della nascita di un partito di riferimento, Gli Emergenti di Jacline Mouraud, conferma la volontà della leadership del movimento di farsi partito.
Il nome della lista è Ralliement d’initiative citoyenne, che ricorda il referendum d’iniziativa popolare promosso dai gilet, e avrà come capolista Ingrid Levavasseur, un’infermiera di 31 anni della Normandia. Non è una delle leader più note carismatiche dei gilet gialli, ma si è fatta strada nelle seconde linee. Una presenza moderata e per certi versi distante dai tentativi di rivolta che hanno contraddistinto i vari atti settimanali dei gilet jaunes. Talmente moderata, che ha anche detto più volte di aver votato Emmanuel Macron alle ultime presidenziali.
Una scelta a dir poco opinabile quella di una potenziale leader di una lista fatta di gente che proprio in Macron il suo obiettivo numero uno. Ma che forse dà ancora di più l’idea di come il quadro dei gilet gialli sia sempre più complicato, eterogeneo e per certi versi evanescente.
Come spiegato da La Stampa, “nella lista sono già indicati i primi dieci nomi, ma altri saranno identificati con una consultazione, con l’obiettivo di arrivare a 79. Si sa che intanto un’ altra lista si sta organizzando intorno al cantante Francis Lalanne. E non si escludono nuove iniziative, soprattutto da parte dei militanti più duri. Secondo un recente sondaggio Elabe, una lista di gilet gialli unica si assicurerebbe il 13% dei voti alle Europee”.
Il dato da cui partire è dunque uno: che i gilet gialli, o almeno una parte comunque consistente del movimento francese, vuole diventare partito e presentarsi alle Europee. Un’idea che si unisce a quella di creare una piattaforma trasversale in grado di unire diverse liste presenti in altri Paesi. Del resto gli stessi gilet gialli non hanno mai negato di avere fra le loro caratteristiche quella di poter legare diversi movimenti di protesta di diversi Stati.
E lo hanno dimostrato anche le manifestazioni in Belgio, Germania e Regno Unito. Il gilet giallo è diventato una divisa che ha saputo mettere insieme diversi strati della popolazione europea, compattando il senso di ribellione sotto una sorta di bandiera, o, se vogliamo, un uniforme. E da queste premesse, arrivare a formare un blocco per le elezioni europee sembra essere la via quasi più scontata per il movimentato.
Ma questa scelta rischia di essere un’arma a doppio taglio. Che se da un lato rafforza la dimensione dei gilet gialli dando al movimento di protesta una struttura politica e organizzativa, dall’altro lato diventa estremamente pericolosa per la stessa idea da cui nasce la rivolta della Francia profonda. In una dichiarazione della lista di Levavasseur si legge: “Il movimento cittadino nato nel nostro Paese il 17 novembre 2018 mostra la necessità di trasformare la rabbia in un progetto politico umano, in grado di fornire risposte ai francesi che sostengono da mesi il movimento dei gilet gialli”.
Ma la domanda che bisogna porsi è se sia effettivamente questa la risposta che volevano le centinaia di migliaia di francesi che hanno preso alle manifestazioni di questi mesi. E la risposta potrebbe non essere positiva per diversi motivi.
Per prima cosa, i gilet gialli si sono da subito mostrati come un movimento estremamente radicale, violento ma soprattutto eterogeneo. Hanno rappresentato per settimane l’urlo disperato della parte marginalizzata della Francia di Macron. Era la società francese che viveva ai margini del progetto di Parigi. Ai margini fisici ma anche politici e culturali: era ed è la Francia delle periferie, delle città contadine, dell’industria, dei senzatetto come dei pensionati.
Era insomma una Francia che protestava contro un avversario comune, il governo e il sistema economico e sociale che rappresenta, ma senza connotazione politica chiara. Tanto è vero che i due partiti principali dell’estremismo francese, Rassemblement National di Marine Le Pen e La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon sono stati abili nell’evitare lo scontro e cavalcare (anche a fini elettorali) la protesta.
Questa è stata da sempre la vera forza dei gilet gialli: il non essere un partito riuscendo quindi a unire anche persone profondamente diverse sotto il profilo politico. La lista unica o più liste, invece, avranno come conseguenza quella di far perdere consenso al movimento perché gli elettori di altri partiti si sentiranno in qualche modo defraudati di una protesta che è anche la loro.
Dall’altra parte, c’è un problema di natura generale, che è appunto quella di sciogliere il voto di protesta, annacquandolo e di fatto dividendolo in diversi movimenti. E questo non fa che giocare a favore di Macron e del suo partito. Trasformando il movimento in un progetto politico, si compie una scelta importante. Ma si rischia di commettere anche un errore fatale.
Da un lato, lo si incardina nel sistema elettorale e quindi lo si espone alla sconfitta. Cosa che invece la protesta in senso lato non dovrebbe avere. Dall’altro lato, invece, si divide il fronte delle opposizioni creando una competizione interna e togliendo consenso agli unici due partiti e due leader in grado di poter scalfire definitivamente la leadership di Macron. Come spiegavamo su questa testata, i gilet gialli, con queste scelte, rischiano di essere i migliori alleati del capo dell’Eliseo.
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