I gilet gialli sono diventati un caso internazionale. Non solo mediatico, ma anche politico. Perché la protesta è imponente, Emmanuel Macron è sempre più debole, e le rivendicazioni dei manifestanti possono essere in linea non solo con l’agenda di molti movimenti politici d’Europa e del mondo, ma anche con gli obiettivi di altri governi. Governi che, per interessi anche molto diversi fra loro, seguono con molta attenzione quanto sta avvenendo in Francia.
E proprio a questo proposito, non è un caso che l’intelligence francese stia indagando sul ruolo di social network e sulla possibilità che questi siano legati a Paesi stranieri, che potrebbero aver tentato (e a questo punto sarebbero anche riusciti) di amplificare le proteste. Secondo quanto scritto da Le Monde, il Segretariato generale della Difesa e sicurezza nazionale (Sgdsn) sta analizzando una serie di account che, secondo le prime informazioni uscite dall’apparato di sicurezza di Parigi, sarebbero stati creati ad arte due settimane fa e da cui partono centinaia di messaggi ogni giorno.
Un’accusa che ricorda molto da vicino altre – ormai immancabili – accuse sul ruolo della Russia o di altri Paesi nell’ascesa di determinati movimenti o leader in periodo di campagna elettorale. Secondo alcuni esperti, alcuni di questi account hanno base all’estero e trasmettono informazioni false sulla protesta protesta per dare un’immagine di una Francia in guerra civile e di un presidente sotto assedio. Un copione già visto: quando non si comprende la protesta, si agita il complotto internazionale. Ma in questo caso, è opportuno soprattutto soffermarsi non tanto su questi account quanto su chi potrebbe effettivamente rappresentare un valido sostenitore internazionale dei gilet gialli.
Da un punto di vista politico, i gilet gialli non hanno connotazione chiara. Chi li definisce di destra o di sinistra non ha ben chiaro che la loro forza è quella di essere un movimento acefalo e trasversale, senza leader ma soprattutto senza un programma che possa essere riconducibile all’uno o l’altro schieramento. Ma proprio per questo motivo, la loro eterogeneità li porta a essere visti come parte di un complesso gioco di forze che nel mondo manovrano per colpire quell’establishment di cui fa parte proprio Macron e che è rappresentato perfettamente dal suo governo.
Sicuramente i gilet gialli hanno il sostegno dell’altra sponda dell’Atlantico. Ora, è evidente che parlare degli Stati Uniti come ideatori e manovratori della protesta che ha paralizzato la Francia appare opinabile: la genuinità delle persone che sono scese in piazza in tutto il Paese non deve essere dimenticata. E il rischio è che si vada a derubricare tutto come qualcosa di manovrato Oltreoceano semplicemente perché gli obiettivi di chi protesta coincidono, in parte, con quelli della Casa Bianca. La Francia profonda ribolle di un malessere radicato che esplode periodicamente: questa volta in maniera più violenta del solito. Tuttavia è anche evidente che potenze internazionali, come appunto gli Stati Uniti, possano sfruttare la situazione per ottenere dei vantaggi rispetto a un governo sotto assedio come quello di Macron.
Da un punto di vista dell’agenda, Donald Trump e i gilet gialli sono paradossalmente affini su molte questioni. Ed è paradossale se si pensa che l’estrema sinistra francese è quanto di più distante da ciò che esprime il presidente degli Stati Uniti. Ma è anche questa la novità delle proteste d’Oltralpe e del mondo che essi rappresentano: oggi le categorie internazionali con cui è stata suddivisa la politica lasciano il passo ad altre divisioni. E così può succedere che il leader del Partito repubblicano trovi sponde nelle proteste più radicali dei francesi, storicamente lontanissimi dalle dinamiche di Washington.
I gilet gialli criticano l’Unione europea, contestano l’appartenenza alla Nato, chiedono un maggiore controllo dei confini, contestano la globalizzazione esasperata accusando le delocalizzazioni delle imprese. E soprattutto stanno colpendo duramente uno degli avversari politici di Trump nel mondo, visto che Macron attacca costantemente il presidente Usa e si vuole ergere a leader anti-Trump in una serie di temi particolarmente cari al capo della Casa Bianca, dalle spese militari all’accordo sul clima. Clima, che non caso è stato usato dallo stesso Trump per inviare messaggi di solidarietà ai gilet gialli, visto che protestano contro il caro-carburanti voluto dall’Eliseo proprio per la sua “transizione ecologica”.
Ed effettivamente, basandosi sulle rivendicazioni lette su internet – e che vanno prese con le dovute cautele -, ma soprattutto ascoltando le parole di chi è sceso in piazza, esistono molte affinità con alcuni movimenti legati per esempio a Steve Bannon e alla cosiddetta “internazionale sovranista”, che infatti non a caso ha subito commentato in maniera entusiasta rispetto a quanto sta avvenendo in Francia. I gilet gialli, ha detto l’ex stratega della Casa Bianca, “sono lo stesso tipo di persone che hanno eletto Donald Trump presidente degli Stati Uniti nel 2016 e lo stesso tipo di persone che hanno votato per la Brexit. Vogliono avere il controllo dei propri Paesi” Bannon era intervenuto a un evento organizzato in Belgio dal Parlamento fiammingo: e nelle stesse ore, il partito fiammingo annunciava la fuoriuscita dal governo per protesta contro il Global Compact.
Naturalmente, non poteva mancare anche l’accusa rivolta alla Russia. E non è un caso che questa accuse provengano dai media britannici, in particolare dal Times, che cita fonti dei servizi segreti francesi. Secondo il giornale inglese, dietro le proteste e soprattutto dietro il sapiente suo dei social network vi sarebbe la mano del Cremlino, interessato a destabilizzare un governo “scomodo” come quello di Macron. Anche in questo caso, è evidente che Mosca possa avere alcune affinità con le proteste francesi. Ma perché è chiaro che un’agenda così eterogenea e che guarda a destra come a sinistra e al sovranismo come alla sinistra radicale, possa avere in comune diversi punti con qualsiasi superpotenza estranea all’Unione europea e chi rappresenta i suoi vertici. Non si tratta di complotto, si tratta di politica. E Macron non piace a nessuno: a milioni di francesi come anche a molti leader del mondo.
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