La principale natura della leadership globale di Cina e Stati Uniti, per distacco oggigiorno prime due potenze su scala planetaria, è legata all’economia: assieme esse realizzano grossomodo un terzo del Pil mondiale, e con le loro politiche influenzano gli scenari mondiali in profondità.

Cina e Stati Uniti governano l’economia con modelli diversi: al liberalismo statunitense, ora interpretato in senso nazional-liberista dall’amministrazione Trump, si contrappone l’economia guidata cinese, che irreggimenta il mercato negli spazi ad esso concessi da uno Stato leader. La sfida dei dazi segnala le prime, grandi frizioni tra questi sistemi, legate principalmente alle paure di Washington per il grande deficit commerciale con il partner-rivale, e influenza la grande strategia economica degli altri principali attori mondiali, come Giappone e Germania.

Le economie di Cina e Stati Uniti potranno essere confliggenti per determinati periodi, ma non potranno cessare di essere interdipendenti: metterle a confronto è il primo passo per capire le relazioni che intercorrono tra di esse.

Il volume dell’economia di Cina e Stati Uniti

A loro modo, tanto l’economia cinese quanto quella statunitense sono le più grandi al mondo. In valore nominale, il Pil cinese è circa due terzi di quello statunitense, ma tanto la Banca Mondiale quanto il Fondo Monetario Internazionale confermano, con le loro statistiche, che considerando la dimensione del Pil a parità di potere d’acquisto la Cina sopravanzerebbe i rivali di oltre Pacifico di oltre il 20%, con una dimensione dell’economia stimata a 23 trilioni di dollari contro 19.

Ben diversi i livelli di benessere relativi, calcolati prendendo il considerazione il Pil pro capite: anche a parità di potere d’acquisto Washington si posiziona all’undicesimo posto su scala globale con poco meno di 60mila dollari e distanzia nettamente Pechino, che con 16.800 dollari circa è grossomodo all’altezza della media planetaria, in settantacinquesima posizione. Del resto, non bisogna dimenticare che la natura fortemente accelerata della crescita dell’economia cinese ha compresso in maniera molto rapida i tassi di povertà.

Dal 1980 ad oggi il Paese ha conosciuto il più imponente processo di uscita dalla povertà della storia umana: come rilevato da Diego Angelo Bertozzi nel saggio Cina – Da “sabbia informe a potenza globale”, tale movimento ha riguardato almeno 600 milioni di persone. E su questo percorso intende continuare il presidente Xi Jinping, che nel suo discorso di inizio 2018 ha promesso una “guerra totale” alla povertà estrema residuale nelle aree rurali del Paese, la cui eliminazione risulta funzionale alla costruzione della “comunità dal destino condiviso” più volte evocata da Xi.

L’ascesa cinese è ancora difficile da percepire

Negli Stati Uniti risulta tuttora complicato percepire l’ascesa di una nuova superpotenza economica che, con la “Nuova via della seta”, è pronta a trasmettere in una revisione degli equilibri internazionali lo status acquisito.

Nel suo fondamentale saggio Destined for war, in cui analizza le fattispecie che potrebbero portare allo scatto della “trappola di Tucidide”, l’analista Graham Allison segnala lo stupore con cui nelle sue lezioni all’Università di Harvard gli studenti accolgano la notizia che la Cina, in numerosi campi, ha già largamente sorpassato gli Stati Uniti: “come produttore di navi, acciaio, alluminio, mobili, vestiti, materiale tessile, telefoni e computer la Cina è in testa alle classifiche mondiali […] e funge da motore della crescita mondiale”.

Una crescita che Pechino oramai intende orientare verso prodotti ad alto valore aggiunto, e che è testimoniata dall’immenso volume dell’edilizia cinese: “dal 2005 ad oggi, la Cina ha costruito un numero di edifici pari al volume dell’intera città di Roma ogni due settimane […] e tra il 2011 e il 2013 ha consumato più cemento che gli Usa nell’intero ventesimo secolo”.

La battaglia dei dazi: una sfida sull’economia avanzata?

L’ascesa alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump ha portato gli Stati Uniti a intensificare la pressione commerciale verso una Cina accusata di pratiche scorrette, manipolazione monetaria e furto di proprietà intellettuale. Nel 2017, l’offensiva verbale di Trump contro Pechino non ha prodotto l’attesa riduzione del deficit commerciale statunitense, e negli ultimi mesi la Casa Bianca è passata all’offensiva frontale contro l’economia cinese, colpita da dazi dal valore di decine di miliardi di dollari a cui, sinora, Xi Jinping ha risposto con fermezza.

Elaborata dai “falchi” anticinesi Peter Navarro e Bob Lighthizer, a cui Xi Jinping ha risposto “schierando” il suo fedelissimo alleato Wang Qishan, la guerra commerciale dell’amministrazione Trump sarebbe, secondo numerose fonti, dettata dalla precisa volontà statunitense di riacquisire un vantaggio strategico nel settore dell’economia della conoscenza e dell’informazione, su cui la Cina sarebbe in ampio vantaggio.

Secondo un articolo della CNBC sarebbe la nuova tecnologia che regolerà la futura generazione di connessioni nel mondo, il 5G ad aver scatenato l’escalation tra Pechino e Washington. I rispettivi governi si sono infatti accorti che la prossima rivoluzione digitale avrà bisogno di benzina affidabile e il petrolio del nuovo corso è proprio la nuova generazione di connessione. Come scritto su Gli Occhi della Guerra, “il primato cinese starebbe nella stretta programmazione statale rispetto agli investimenti delle poche grandi aziende che detengono il monopolio del mercato cinese delle nuove tecnologie. Un modello di controllo statale impossibile da attuare nella patria della libera iniziativa”, gli Usa, che reagirebbero autotutelando lo sviluppo del loro mercato interno.

Chi vincerà la guerra economica?

Più che di guerra commerciale, è giusto parlare di una “guerra economica” a tutto campo. Il fatto che buona parte dei dazi statunitensi colpiscano prodotti tecnologici o materie prime segnalano che Trump sia deciso ad andare oltre il semplice protezionismo e deciso a portare avanti una sfida frontale alla Repubblica Popolare su un tema cruciale per l’economia a stelle e strisce.

Sostenitore dell’azione di Trump è Giulio Sapelli, secondo il quale l’offensiva anticinese dovrebbe avere il sostegno degli alleati occidentali degli Usa: “È il momento per cogliere l’occasione per ridefinire tutta la politica mondiale doganale e del commercio approfittando del salutare scossone che Trump ha dato a un sistema insostenibile e che porta alla distruzione vera e propria non solo dell’industria, ma dello stesso sistema sociale occidentale”. David Brown ha scritto sul South China Morning Post che gli Usa potranno affermare di aver ridimensionato la Cina se riusciranno a pilotare un abbassamento della sua crescita sotto il 5% annuo erodendone l’export.

La Cina dispone, secondo Jeff Spross di The Weekdi numerose opzioni per reagire alle mosse di Trump. Essa potrebbe colpire le importazioni energetiche americane, causando di rimando un danno economico oltre Pacifico, dato che gli esportatori di Gnl stanno investendo massicciamente per soddisfare la domanda cinese,  rafforzare il protezionismo nel cruciale settore delle terre rare o, sfruttando il suo apparato istituzionale, complicare l’operatività delle aziende americane sul suo territorio.

Vi è, infine, l’opzione atomica: un attacco diretto al debito americano, di cui la Cina possiede 1,7 trilioni di dollari. Che rappresenterebbe un’opzione senza ritorno, e causerebbe danni incalcolabili all’economia planetaria. Pechino non vuole arrivare a tanto, e Xi Jinping punta sulla relazione personale con Trump per ricucire lo strappo. La sfida sino-americana nell’economia, è lanciata. Settori fortemente interdipendenti, come l’agricoltura, lanciano l’allarme e chiamano al dialogo: segno che, forse, la guerra economica tra Cina e Stati Uniti potrebbe non avere vincitori. E rischia di lasciare l’intero pianeta come perdente.