Tra “gendarmi del mondo” e “Stati canaglia” si frappone un arbitro, il Giappone. Già nel 2017 il primo ministro Shinzo Abe aveva recitato una parte importante in un tentativo di mediazione, seppur complicato, tra le Filippine di Duterte e gli Stati Uniti. E lo stesso ha fatto anche di recente, dopo aver espresso a Donald Trump la volontà di incontrare di persona Kim Jong-Un pur rimanendo idealmente “al fianco” degli USA. Nel corso di questo mese, però, Abe vuole andare all-in. Sta programmando da tempo infatti un viaggio in Medio Oriente per tentare di stemperare la tensione tra Stati Uniti e Iran. Un soggiorno studiato a tavolino dopo aver preso atto dell’aumento della pressione americana su Teheran, limitando il commercio del petrolio iraniano, designando il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche come organizzazione terroristica e attribuendo all’Iran gli attacchi contro due navi commerciali nel Golfo Persico.

In risposta alle crescenti tensioni, Abe ha offerto i suoi servizi a Trump per contribuire a stemperare la tensione, accettati di buon grado anche dal ministro degli esteri iraniano Abbas Mousavi. Ma perché dovrebbe essere proprio il Giappone il player giusto per fare da paciere? Dietro l’interesse di natura ovviamente elettorale a recitare un ruolo da protagonista sulla scena politica internazionale (in Giappone a luglio si vota e il 28-29 giugno è in programma il G20 ad Osaka), Abe ha dalla sua parte diverse buone ragioni per poter essere considerato affidabile da entrambi i contendenti.

In primo luogo, il Giappone è uno dei pochi paesi al mondo ad avere ottime relazioni sia con gli uni che con gli altri. Tokyo è un alleato chiave per gli Stati Uniti, e il rapporto speciale tra Trump e Abe è già parecchio noto ed è stato rimarcato in occasione del recente soggiorno di quattro giorni di The Donald nel sacro arcipelago. Meno pubblicizzato è il rapporto di Abe con Rouhani, che ha incontrato per sei anni consecutivi nel suo attuale mandato. Un binomio che rafforza i legami diplomatici di lunga data tra Giappone e Iran, che proprio quest’anno celebrano 90 anni di storia.

Il Giappone, poi, possiede degli anticorpi naturali di carattere sociologico e antropologico che l’hanno tenuto al riparo dalle contese di carattere storico-religioso. A differenza di altri potenziali mediatori, il paese del Sol Levante non ha memoria di guerre di conquista o colonialismo, e il precedente del Secondo conflitto mondiale è ormai metabolizzato da tempo, e anzi a quell’epilogo si deve lo stretto rapporto mantenuto fino ad ora con gli USA. In più, l’assenza di tensioni religiose che esistono altrove e che in casi del genere rischierebbero di influenzare l’opinione pubblica, offre una base di fiducia bilaterale più stabile di quella che potrebbero offrire altri soggetti politici.

Dal punto di vista diplomatico, peraltro, pur coltivando buoni rapporti con tutti (Cina, Taiwan e Coree a parte), ha comunque palesato in più occasioni la volontà di mantenere la propria rotta sulle tensioni mediorientali, in modo coerente e indipendente. Un esempio su tutti, l’allontanamento dalle posizioni statunitensi sul conflitto arabo-israeliano. Una divergenza, quella tra Tokyo e Washington, che nacque già nel 1973, quando il governo giapponese rilasciò la cosiddetta dichiarazione di Nikaido, per bocca dell’allora primo ministro Kakuei Tanaka, che riconosceva la legittimità dello Stato palestinese e chiedeva ad Israele di trattenersi nelle iniziative espansionistiche. Una linea mantenuta fino ad oggi e testimoniata dal rifiuto di accodarsi alle scelte di Trump di riconoscere la sovranità di Israele sulle alture del Golan e di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Musica per le orecchie di Rouhani. Tutte posizioni di natura nient’affatto ideologica, sia chiaro. Anzi, il governo giapponese è un forte sostenitore dell’ordine internazionale basato su regole chiare, e questa impostazione può essere utile per spingere i leader statunitensi e iraniani a moderare i toni della loro dialettica.

In ultimo, oltre all’aspetto elettorale che coinvolge Abe in prima persona, il Giappone in generale ha un forte interesse diretto affinché tutto si risolva in maniera pacifica. Pur importando direttamente dall’Iran solo il 5% circa delle sue risorse energetiche, un totale di circa l’80% proviene dalla regione mediorientale e viaggia attraverso lo stretto di Hormuz, un collo di bottiglia strategico che Teheran può decidere di chiudere qualora le tensioni dovessero aumentare.

Per tutte queste ragioni non solo il Giappone rappresenta una scelta logica per intercedere tra gli Stati Uniti e l’Iran, ma l’iniziativa in sé può assumere i contorni di un vero e proprio banco di prova per un aspirante mediatore tra le nazioni. Del resto, il Giappone è l’unico rappresentante asiatico del G7; la sua limitazione costituzionale all’uso della forza militare lo rende unico al mondo; la terza economia del mondo lo presenta come capace di influenzare dei processi decisionali con opzioni non militari; la disciplina lo rende incline ad utilizzare le armi persuasive a disposizione nel rispetto dei suoi limiti istituzionali. Tutti aspetti in linea col ruolo che Abe intende ritagliare per il nuovo Giappone nell’era Reiwa. Per capire se possa essere quello giusto anche nella pratica basterà attendere qualche settimana.