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Nessuna maggioranza raggiunta. Partiti alla disperata caccia di alleanze per creare una coalizione in grado di governare. Agenda economica tutta da decifrare e futuro politico nazionale ancora più incerto. Sembra un’analisi post voto delle elezioni italiane e invece stiamo parlando del Giappone. Shigeru Ishiba, primo ministro da poche settimane, aveva anticipato la chiamata alle urne di un anno con l’obiettivo di rafforzare la sempre più fragile posizione del suo Partito Liberal Democratico (Pld, destra conservatrice).

È stato invece travolto dal progressista Partito Democratico Costituzionale (Pdc) e dai seggi conquistati da una pletora di partiti centristi, di sinistra e populisti. Che adesso potrebbero anche pensare di riunirsi, formare una maxi coalizione ed estromettere il Pld, rimasto quasi sempre al potere dal dopoguerra in poi.

Il gruppo di governo, formata dal citato Pld e dal partner minore Komeito, alla fine dei conti ha conquistato 215 seggi su 465, mentre il Pdc 148. Entrambe le parti, destra e sinistra, sono adesso chiamati a costruire una coalizione adeguata per assicurarsi la maggioranza.

Se il Giappone assomiglia all’Europa

I riflettori sono puntati sulle decisioni centrista Partito Democratico per il Popolo e sui conservatori populisti del Partito dell’Innovazione del Giappone (Ishin), che saranno corteggiati da Pld e Pdc a caccia di numeri per formare la maggioranza. Con chi decideranno di allearsi?

Ci sono circa 30 giorni di tempo per tessere alleanze, cucire trame, trovare partner. Ishiba è leggermente in vantaggio rispetto a un Pdc che difficilmente si dimostrerà in grado di superare le sue divisioni. “Il nostro obiettivo era quello di rompere la maggioranza del partito al governo e ci siamo riusciti, il che è un grande risultato”, ha dichiarato il leader del Pdc, Yoshihiko Noda.

È intanto curioso constatare come i piccoli partiti di opposizione, considerati dall’opinione pubblica giapponese come forze che propugnano politiche populiste ed estreme, siano riusciti ad aumentare i loro seggi. Gli sviluppi registrati alle ultime elezioni nipponiche sono simili a quelli verificatisi in numerosi Paesi europei, dove i partiti politici di estrema destra e di estrema sinistra hanno guadagnato slancio in un contesto di crescente frustrazione nei confronti dei poteri tradizionali, delle élite e dei ricchi.

Insomma, il Paese che fino a pochi anni fa dava l’impressione di essere impermeabile al populismo, si sta riscoprendo populista. Alcuni esempi? Il partito politico anti establishment Reiwa Shinsengumi, che aveva promesso di abolire l’imposta sui consumi per attirare gli elettori, ha più che raddoppiato i suoi seggi alla Camera dei rappresentanti, rispetto ai tre controllati prima delle elezioni. Il Partito conservatore del Giappone, fondato nel 2023, ha invece vinto il suo primo seggio nella Camera bassa. Guidato dal romanziere Naoki Hyakuta, questo partito sostiene politiche più severe in materia di immigrazione e accettazione dei rifugiati per salvaguardare il popolo giapponese.

La “spia” del prezzo del ramen

Nel frattempo Ishiba si è scusato per la sconfitta. Ha riconosciuto la sfiducia e la rabbia dei suoi concittadini, ma ha escluso le dimissioni. La situazione economica del Giappone è tuttavia complicata, e potrebbe continuare a pendere sulla testa del futuro primo ministro come una spada di Damocle.

Lo si capisce, del resto, dando un’occhiata ad un segnale particolare, forse fin troppo ignorato, ma che rappresenta in realtà un ottimo termometro per misurare la temperatura all’ombra di Tokyo: l’aumento dei prezzi del ramen. Questo piatto a base di spaghetti di grano, originario della Cina e servito in innumerevoli modi, è molto popolare in Giappone.

Ebbene, come documentato da Reuters, ci sono ristoranti che in appena un anno e mezzo sono stati costretti ad aumentare i prezzi dei loro ramen del 50% con ben tre rialzi.

Si tratta di una spia economica notevole per un Paese che fa i conti con la deflazione da tre decenni e un’economia paralizzata, che costringe i governi ad affidarsi ad un debito crescente. Dallo scoppio della (lontanissima) guerra in Ucraina, poi, tutto è cambiato. I prezzi dell’energia sono saliti alle stelle, così come quelli delle materie prime e il grano.

La valuta del paese, lo yen, è poi crollata al livello più basso rispetto al dollaro da 34 anni a questa parte. Il suo indebolimento ha amplificato gli aumenti dei prezzi per i beni importati come la farina e il citato grano. In tutto ciò, l’inflazione supera il 2% (2,4% a settembre): un dramma o quasi per un Paese come il Giappone.

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