Il Giappone sprofonda nel caos politico: il primo ministro Shigeru Ishiba, esponente del Partito Liberaldemocratico, ha deciso di dimettersi e di lasciare la guida del governo secondo quanto riportato dai media nipponici. Il Pld ha perso la maggioranza alla Camera Alta del parlamento giapponese trovandosi per la prima volta dal 1955 privo contemporaneamente della maggioranza in entrambi i rami dell’assemblea legislativa.
Meno di un anno fa, Ishiba si era scontrato, un mese dopo l’ascesa al governo, con uno scacco politico alle elezioni generali, dove il Pld era uscito ridimensionato perdendo dieci punti e 68 seggi, ottenendo il 38,46% e 191 deputati su 465, non abbastanza per ricevere un mandato pieno. I progressisti del Partito Costituzionale Democratico (Cdp) non riuscirono a sorpassare il Pld ma si manifestò già allora l’ascesa dell’estrema destra del Sanseito, formazione xenofoba e ultranazionalista che sfidava la compagine che fu di Shinzo Abe sul tema dei valori nazionali e del futuro di Tokyo.
Dalla sua formazione nel 1955 il partito conservatore e nazionalista che ha costruito con la sua leadership il modello economico, sociale e industriale del Giappone post-bellico, ha perso la guida del governo solo per brevi periodi, dal 1993 al 1996 e dal 2009 al 2012, e si trova ora in una fase estremamente critica.
Ishiba è il quarto premier a lasciare il governo in cinque anni. Dall’uscita di scena di Abe nel 2020, due anni prima del suo assassinio, si sono alternati Yoshihide Suga (2020-2021), Fumio Kishida (2021-2024) e, dall’ottobre scorso, il 68enne ex ministro della Difesa che si è trovato a guidare Tokyo per meno di un anno. Molte le sfide che restano aperte nel partito e nel Paese.
Sul fronte interno, il Pld non deve solo affrontare l’ascesa della destra ma anche un crescente effetto di ripulsa nell’elettorato a causa degli imponenti scandali legati ai rimborsi e ai finanziamenti delle sue correnti, in cui sono stati registrati ammanchi e zone d’ombra, che ha mostrato in tutta la sua problematicità l’ingessamento di un partito identificatosi per decenni con il potere e lo Stato e di un’osmosi divenuta critica. Neanche la nomina di Ishiba, uomo con fame di “incorruttibile”, ha invertito la rotta.
Sul versante internazionale, invece, il Giappone deve capire il futuro della sua relazione con gli Stati Uniti dopo aver firmato un accordo che acconsente a dazi del 15% sui beni nipponici diretti oltre Pacifico e a un accordo d’investimento delle imprese del Paese asiatico negli States; si confronta con uno scacchiere internazionale caotico nella regione dell’Asia e con incerte prospettive nel rapporto con la Cina e la Corea del Nord, rivali strategici, e verso i partner occidentali, Usa esclusi, con cui cercare nuove sinergie. Nel frattempo, in materia di economia, prosegue la partita della gestione di una complessa fase di declino demografico, stagnazione economica e alto debito in cui anche i rendimenti dei titoli del Sol Levante si sono mossi al rialzo negli ultimi tempi. L’idea che il Giappone necessiti di un rodaggio è dominante in più sfere del sistema-Paese nipponico. Ora l’iter verso nuove elezioni sembra essere aperto, e il successore del premier dovrà sostenere una fase di crisi acuta inedita per il partito e il Paese.
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