Una ricostruzione approssimativa, il dubbio degli alleati, la guerra a un passo, un’escalation che non appresta a fermarsi: gli Stati Uniti potrebbero aver già scoperchiato “un vaso di Pandora” in Medio Oriente. La metafora usata nei giorni scorsi dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, è perfetta per sottolineare la delicata situazione in cui si è infilato Donald Trump sulla questione Iran. L’ultima mossa del Presidente è stata quella di inviare mille soldati in una regione già di per sé carica di tensioni per rispondere alla minaccia rappresentata da Teheran, accusata di aver colpito due petroliere nel Golfo dell’Oman. Il governo iraniano si dice estraneo alla vicenda; il Pentagono ha pubblicato foto e video che raffigurano una vedetta iraniana entrare in azione. Una prova inconfutabile, secondo la Casa Bianca, che tuttavia lascia qualche perplessità.

Un’altra versione

Il Giappone, storico alleato degli Stati Uniti, ha diversi dubbi e, probabilmente, non crede che le accuse lanciate da Washington a Teheran siano del tutto veritiere. L’emittente di Stato giapponese, Nhk, ha interpellato alcuni lavoratori giapponesi presenti su una delle due navi coinvolte nell’incidente, e gli uomini hanno risposto di aver visto un aereo volare verso di loro prima dell’esplosione. Questa versione smonta completamente la ricostruzione americana e le affermazioni del Segretario di Stato, Mike Pompeo. Ma cosa c’entra il Giappone nella vicenda iraniana? C’entra eccome, dal momento che una delle presunte petroliere abbattute dall’Iran fa parte della compagnia di spedizioni di Tokyo, Kokuka Sangyo. Il Presidente dell’azienda ha detto che la cisterna è stata investita da un proiettile e non ha menzionato in alcun modo le mine citate invece dagli americani.

La ricostruzione di Washington

Gli Stati Uniti ribattono confermando la loro versione e facendo notare come le armi utilizzate e l’esperienza necessaria per eseguire una simile operazione chiamerebbero in causa solo e soltanto l’Iran, che in passato avrebbe già effettuato azioni come questa. Teheran ha negato ogni coinvolgimento, tanto che il ministro degli Esteri iraniano ha parlato di “sabotaggio diplomatico” per descrivere l’atteggiamento ostile usato da Washington.

L’importanza dell’Iran per il Giappone

È inoltre interessante notare la tempistica in cui è avvenuto l’attacco, cioè proprio quando il Primo Ministro giapponese, Abe Shinzo, si trovava in Iran per fungere da mediatore di pace tra i due fuochi e per ricucire i rapporti con il governo iraniano. Secondo alcuni esperti gli Stati Uniti avrebbero attaccato le navi per inasprire le relazioni tra Giappone e Iran, per evitare ogni possibile accordo di pace e per creare un tipico casus belli. Per il governo giapponese, infatti, mantenere la stabilità nella regione è cruciale perché l’Iran è uno dei principali fornitori di petrolio greggio del Paese nipponico, tanto che circa il 5% delle importazioni totali di oro nero del Giappone proviene da Teheran.

I dubbi di Tokyo

Tokyo adesso sta pensando al da farsi. “Non conosciamo né i dettagli dell’attacco, né i responsabili. Stiamo ancora raccogliendo informazioni”, ha detto il ministro della Difesa giapponese Takeshi Iwaya. Di sicuro c’è che il legame tra Giappone e Stati Uniti si è molto allentato, altrimenti non si spiegherebbe una messa in dubbio così plateale della televisione di Stato nipponica sulla ricostruzione statunitense. Solitamente il governo giapponese e la tv statale sono in accordo sulla linea da tenere, e se NHK sta portando avanti, con reportage pubblici e affermazioni che contraddicono le parole di Pompeo, una ricostruzione dei fatti alternativa a quella americana sui fatti iraniani, significa che i piani alti della politica hanno dato l’ok. E pensare che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile per il Giappone mettere in dubbio gli Stati Uniti.