Non sarà un imbattibile spadaccino come Miyamoto Musashi, né un principe intellettuale come Yamamoto Tsunetomo, ma la storia di Yasuke, il samurai africano, è comunque fuori dall’ordinario per più di una ragione. Prima tra queste, perché non si è ancora certi della sua esistenza. Secondo la leggenda pare che fosse uno schiavo mozambicano arrivato in Giappone al seguito del capitano portoghese Jorge Alvarez a metà del XVI secolo, e che si sia pian piano guadagnato i gradi da samurai al servizio del signore della guerra Oda Nobunaga. Secondo un’altra versione Yasuke sarebbe giunto in Estremo Oriente insieme al missionario gesuita Alessandro Valignano e Nobunaga, immediatamente colpito dalla sua carnagione scura, lo avrebbe di punto in bianco arruolato nella sua guardia. Un’altra storia ancora, invece, vuole che non fosse affatto africano, ma molto più semplicemente un Ainu, un membro delle tribù indigene del Nord del Giappone, storicamente caratterizzate dalla carnagione più scura di quella del resto dell’arcipelago e dalla corporatura più bassa ma ben più robusta. Del resto, gli Ainu sono originari anche delle isole Curili e in piccola parte, dell’isola russa di Sachalin. Dove, dunque, la latitudine richiede notevoli doti fisiche per la sopravvivenza. Di Yasuke in quanto Ainu, al giorno d’oggi, si avrebbe ben poco da raccontare, visto che sono a serio rischio di estinguersi.

Quasi 150 anni fa, Ezo (in giapponese Isola dei Selvaggi), la patria ufficiale degli indigeni Ainu, è stata ribattezzata Hokkaidō, formalizzando il processo secolare di assimilazione dell’isola al Giappone.

Per l’occasione, un certo numero di aziende, associazioni e singoli cittadini si sono riuniti per lanciare il progetto “Hokkaidō 150th Anniversary Project” con la prefettura locale che ha stanziato 2 milioni di euro per la promozione dell’iniziativa. A 10 anni dal riconoscimento da parte del governo degli Ainu come “popolazione indigena” del Giappone settentrionale, sarebbe stato il momento giusto per riflettere sugli effetti della colonizzazione della terra degli Ainu e sulla semi-decimazione di un’intera etnia. E invece l’inaugurazione di una struttura commemorativa progettata per ospitare i resti degli Ainu scavati a partire dagli anni Trenta e non più reclamati ha scatenato diverse polemiche soprattutto tra gli stessi gruppi di indigeni.

Molti di questi resti sono attualmente custoditi in diverse università nipponiche, e verranno raccolti e custoditi in quello che è stato ribattezzato Spazio Simbolico, in un apposito ossario che possa contenerne la straordinaria mole. Ma la questione ha scoperchiato un vaso di Pandora. Perché la storia di questi resti è parecchio dolorosa, e legata al periodo pre-bellico, quando il governo militarista giapponese, in feroce competizione con le altre potenze asiatiche, iniziò a promuovere fortemente il progresso scientifico per affermare la propria superiorità. I ricercatori iniziarono ad accumulare enormi collezioni di resti di Ainu, spesso ricorrendo a sfacciate rapine di tombe per facilitare i loro studi. Un saccheggio delle tombe che continuò fino agli anni Sessanta.

La questione della restituzione dei resti è stata da allora piuttosto sentita per il popolo Ainu, che li reclama a gran voce.
D’altra parte però, le stesse associazioni di Ainu riconoscono che non esista un sistema di accettazione dei resti nelle singole regioni d’appartenenza, dato che la percentuale di Ainu membri di gruppi indigeni locali è diminuita, in alcuni distretti fino a circa il 10%.

Nell’ultima indagine del 2017, il numero ufficiale di Ainu che vivono in Hokkaidō è di 13.118, con un calo di 3.668 unità in soli quattro anni. Non si sa esattamente quanti di essi vivano in Giappone nel suo complesso. A causa delle discriminazioni subite nel corso degli anni, pare che alcuni Ainu siano riluttanti a rivelare la loro etnia, ma nel 1997 è stata promulgata la legge sulla promozione della cultura dell’Ainu, poco meno di 100 anni dopo che il governo avesse formalizzato la sua politica di assimilazione con l’ex legge sulla protezione degli aborigeni del 1899. Eppure, a distanza di 20 anni, i giapponesi hanno ancora scarsa conoscenza della storia degli Ainu e delle discriminazioni contro questo gruppo etnico. Secondo un’indagine del marzo 2016, il 74% dei cittadini non è mai stato esposto al popolo Ainu o alla sua cultura. Mentre un sondaggio d’opinione del 2013 ha rilevato che solo il 13% era a conoscenza dello Spazio Simbolico. Oltre alla scarsa conoscenza, c’è pure la questione dei diritti.

Il Giappone è tra i Paesi firmatari della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, ma secondo i critici non ne avrebbe tutelati alcuni fondamentali agli Ainu. La politica statale nei confronti degli aborigeni si concentra sulla conservazione e la promozione delle loro tradizioni e della loro cultura, tuttavia, il governo avrebbe trascurato la protezione dei diritti individuali e collettivi degli Ainu, come il diritto all’autodeterminazione e il diritto collettivo di vivere in libertà. Il Giappone non ha mai intrapreso un’azione esecutiva per affrontare i diritti promessi dall’articolo 26: il diritto di possedere, utilizzare, sviluppare e controllare la terra e le risorse tradizionali.

Negli Stati Uniti, ad esempio, le tribù indigene americane si governano da sole e i governi tribali esercitano simili diritti. Ma in Giappone non esiste una tutela del genere. E l’istituzione dello Spazio Simbolico se possibile aggrava la situazione, anziché risolverla. Sebbene nel maggio del 2016 il governo abbia annunciato che avrebbe formulato una nuova legge per migliorare il tenore di vita e l’istruzione degli Ainu, che includerebbe la conferma per legge che il gruppo è un “popolo indigeno” del Giappone, questo stesso popolo non può esercitare alcune funzioni tipiche, come quelle commemorative, all’interno dello Spazio Simbolico. Lo dice la Costituzione.

Un conflitto simile a quello che riguarda il Santuario di Yasukuni di Tokyo, con le varie visite dei primi ministri per onorare gli spiriti dei caduti per la Patria riscuotono tuttora proteste per l’incompatibilità tra le entità spirituali e le funzioni pubbliche. Stato e religione devono rimanere separati. Ecco perché, per evitare la violazione della Costituzione, le funzioni commemorative degli Ainu nello Spazio Simbolico possono essere presentate solo come eventi turistici.

Non proprio una grande idea quella di rendere una popolazione a rischio estinzione un fenomeno da circo. Di questo passo, tra qualche decennio si parlerà degli Ainu come del leggendario Yasuke, sospesi tra mito e realtà.