Le Nazioni Unite e Trump non hanno mai avuto un rapporto idilliaco e l’affaire Gerusalemme rischia di incrinare ancora di più le già difficili relazioni fra l’organizzazione e il governo degli Stati Uniti. Nei prossimi giorni, è previsto il voto del Consiglio di Sicurezza su una bozza di risoluzione nella quale si dichiara che qualsiasi decisione sullo status di Gerusalemme non ha né può avere alcuna efficacia legale e che dunque, come conseguenza. La decisione del presidente Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme riconoscendo la città santa come capitale di Israele dovrebbe essere revocata in quanto legata a una scelta illegittima. Il testo della bozza è quello proposto dalla delegazione dell’Egitto ed è stato visionato da Reuters in anteprima, dopo che è stato distribuito al Consiglio nella giornata di sabato.
Secondo quanto riporta Reuters, il progetto di risoluzione egiziano non menziona né Trump né gli Stati Uniti, e dunque si suppone sia un voto inerente a qualunque decisione su Gerusalemme. Ma è evidente che lo scopo sia quello di bloccare effetti internazionali alla decisione del presidente Usa. E, infatti, nonostante secondo fonti diplomatiche il documento abbia ricevuto un ampio sostegno, probabilmente (ma potremmo dire, sicuramente) sarà bloccato proprio dal veto da Washington in qualità di membro permanente. Anche ammesso che la bozza riceva i voti favorevoli necessari all’approvazione, il veto di uno solo degli Stati membri permanenti sarà decisivo. E difficilmente gli Stati Uniti potranno approvare un tale progetto di risoluzione, in particolare sotto l’amministrazione Trump.
Dalla notizia della presa di posizione del presidente degli Stati Uniti, molti Stati mediorientali hanno ritenuto fosse opportuno far intervenire una risoluzione delle Nazioni Unite. Questo non solo per dare un ombrello giuridico internazionale alla contrarietà alla scelta di Trump, ma anche per dare un segnale di unità di fronte al mondo dei Paesi a maggioranza islamica. D’altro canto, la mossa ha anche un connotato di astuzia, dal momento che è del tutto evidente e risaputo che nessuna risoluzione di questa portata potrebbe avere l’avallo Usa, e pertanto, pur passando nei voti, andrebbe incontro al veto di Washington e al nulla di fatto. Si tratterebbe in sostanza di una mossa più politica che pragmatica che, anche qualora volesse essere trasmessa non al Consiglio ma l’Assemblea Generale, avrebbe un valore molto inferiore alle aspettative. Ma per i Paesi mediorientali, specialmente quelli arabi, passare per le Nazioni Unite è l’unico modo per evitare un confronti diretto con Israele e Stati Uniti che restano partner imprescindibili nella regione.
Erdogan, che aspettava come un falco un passo falso degli Usa e dei Paesi arabi per imporsi nella leadership islamica, ha da tempo supportato una presa di posizione delle Nazioni Unite sulla vicenda. Il presidente turco, parlando in collegamento video alla folla radunata a Konya, ha affermato che la Turchia sta avviando una serie di iniziative in sede Onu per annullare la decisione di Donald Trump sul riconoscimento di Gerusalemme, e sembra abbia dato il suo sostegno alla mozione egiziana. L’obiettivo di queste bozze, come detto, non è, infatti, l’approvazione, ma la dimostrazione che la Turchia possa presentarsi come potenza leader del mondo musulmano, che gli Stati Uniti non sono più una potenza mediatrice del Medio Oriente né alleati dei governi islamici e, infine, dimostrare l’isolamento Usa rispetto ai partner mondiali. La mossa di Erdogan è dunque interessata non tanto a Gerusalemme in quanto tale, ma come grimaldello per scardinare la politica americana in Medio Oriente a aprirsi spazi di manovra. Il tutto facendo incrinare i rapporti fra Paesi del Golfo Persico e Stati Uniti e Israele. O, nella migliore delle ipotesi per Erdogan, facendo perdere peso politico alle monarchie in tutto il sistema dei Paesi islamici del mondo, dal Nordafrica all’Indonesia.
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